Zitiervorschlag: Gasparo Gozzi (Hrsg.): "Numero XXXII", in: L’Osservatore veneto, Vol.1\032 (1761-05-23), S. 134-136, ediert in: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Hrsg.): Die "Spectators" im internationalen Kontext. Digitale Edition, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.417 [aufgerufen am: ].


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N° XXXII

A dì 23 maggio 1761.

Ebene 2► Ebene 3► Allgemeine Erzählung► di quel popolo? Fu sentenziato ad una voce che fosse atto più generoso lo spiccarsi dalle braccia d’un padre agonizzante, che lo sporre sè stesso a morte anche inevitabile; e si congiunsero i partiti di tutti a concedere ad Agatide l’onore di scegliere il primo. Ma più ancora farà maraviglia ad udire la contesa che nacque dopo. Già era stata pronunciata la sentenza ad alta voce, ed avea udito Agatide che il solo principio della generosità avea in suo pro fatto pendere la bilancia. Destossi nell’anima sua un rimorso che lo fece arrossare; onde disse fra sé: “No, non sarà, questo è uno sbaglio, non è mio onore che io abbia a prevalermene.” Chiede di parlare; ognuno si sta in silenzio. “Non piaccia agl’Iddii,” disse allora, “ch’io abbia una vittoria la quale non sia da me meritata. In tutto il corso della mia vita non avrei più conforto nè bene di ciò; anzi standomi io anche fra le braccia della a me carissima sposa, verrebbe ogni mia felicità guastata dal veleno dell’averla con una colpa ingiustamente ottenuta. Voi vi credete concedendo a me la vittoria, di mettere la ghirlanda in sul capo di colui che si sia meglio adoperato degli altri giovani per la sua patria; ma, o saggi e prudenti Sanniti, lo vi confesso, io non ho fatto ogni opera per lei sola; son preso d’amore e ho cercato di meritare l’amata donna; e s’io pur son degno di qualche onore o di lode per l’opera mia, amore n’acquistò una parte. Diasi il mio rivale sentenza da sè medesimo, e riceva quel premio ch’io gli concedo, quando egli si conosca d’essere stato più di più generoso.” Chi mai potrebbe narrare quanto si commovessero gli animi di tutti all’udire così fatto ragionamento? Dall’un lato oscurava lo splendore delle azioni del giovane, e dall’altro dimostrava la sua virtù essere giunta ad altissima perfezione e grandezza. Quest’atto di schiettezza e di nobile animo produceva negli animi de’rivali suoi due effetti del tutto diversi. Gli uni con manifesti segni di allegrezza ammiravano il giovanetto, e parea quasi che dicessero di sè sicuri: “Vedi di che siamo capaci noi giovani?” e si tenevano dappiù che prima; gli altri attoniti e confusi parea che dimostrassero tale atto essere maggiore delle forze loro. Madri e figliuole segretamente concedevano il pregio della virtù a colui, il quale sì magnanimo era stato, che s’era dichiarato da sè stesso di tal pregio indegno: e i vecchi tenevano tutti gli occhi rivolti a Parmenone, il quale con tranquillo aspetto stavasi attendendo che si compiacessero d’udire le sue parole.

“Io non so,” incominciò egli finalmente a dire, rivolto il suo favellare ad Agatide, “io non so veramente fino a qual segno debbano le azioni degli uomini essere disinteressate per acquistarsi il nome di virtuose. Niuna cosa v’ha, chi stima rettamente, che l’uomo non la faccia per sua soddisfazione, ma veramente non avrei a me medesimo fatto cosa grata nel confessare di me quello ch’odo ch’altri di sè stesso confessa; e però se fino a questo punto è stata l’opera mia in qualche parte più della tua generosità, che pure non si può affermare che così sia, quella rigidezza con cui ti se’ora fatto giudice di te medesimo, ti rende di gran lunga a me superiore.“

A queste parole impacciati i vecchi non sapeano più a qual partito attenersi; nè vollero deliberare a cui dovessero dare il pregio co’voti.

[135] Fu ad alta voce da tutti stabilito con un consenso che lo meritassero entrambi i giovani, e che l’eleggere secondo non potea più toccare nè all’uno nè all’altro, come cosa non degna di tanta virtù. Il più vecchio di tutti i giudici parlò e disse: “A che indugiamo noi con irresolutezze la felicità de’nostri giovani? Nel fondo di loro cuore hanno già essi fatta la scelta; concedasi ad essi che si possano l’uno all’altro conferire a vicenda i loro segreti desiderii. Se l’oggetto di loro amore è diverso, ciascheduno d’essi senza preminenze otterrà la sposa amata da lui; se sono rivali, ne deciderà la sorte. Non v’ha tra Sanniti fanciulla a cui non sembri grande suo onore il poter consolare il men fortunato di questi due valorosi soldati.” In tal guisa favellò il venerando Androgeo, e tutta l’adunanza vi diede il suo assenso.

Chiamansi Agatide e Parmenone nel mezzo del ricinto. S’abbracciano scambievolmente e sgorgano loro dagli occhi le lagrime; questo fu il principio. Tremano l’uno e l’altro, non sanno che dire, stanno sospesi; non ardiscono di profferire il nome dell’amata sposa: teme ognuno, anzi tien per fermo che l’altro abbia in suo cuore fatto la stessa scelta. “Io amo,” dice Parmenone, “la più compiuta fattura del cielo; la stessa grazia, la stessa bellezza.” – “Ohimè,” risponde Agatide, “certo tu ami quella che viene adorata da me; tanto è il dipingerla in questa guisa, quanto pronunziare il suo nome; nobili fattezze, dolcezza e alterezza di guardatura, e un che di celeste nella statura e nell’andare, da tutta la calca dell’altre figliuole de’Sanniti assai la rendono distinta e privilegiata. Oh veramente infelice quel di noi due che sarà obbligato ad altra scelta.” – “Ben di’tu il vero,” ripigliò Parmenone, “non v’ha felicità al mondo senza Eliana.” – “Di’tu senza Eliana?” risponde Agatide. “La figliuola d’Androgeo è dunque la fanciulla amata da te?” – “E qual sarebbe dunque la fanciulla amata da me?” riprende Parmenone, meravigliato nel veder sì lieto il suo concorrente. “Ah, che essa è Eliana, non è Cefalide,” dice Agatide, trasportato dalla gioia. “Poichè così è, entrambi siamo felici. Abbracciami, tu mi desti la vita.” Al vedere tali abbracciamenti, comprese l’adunanza che gli amanti eran d’accordo; ordinarono i vecchi, che fatti più vicini, dichiarassero ad alta voce la scelta, se non era quella medesima. A’nomi d’Eliana e di Cefalide, tutta l’adunanza risuonò di liete grida. Androgeoe Telesponte, il valoroso Eumene, padre di Cefalide, quello di Parmenone detto Melanto, congratulavansi insieme con quell’affezione e tenerezza che si mescolano nelle consolazioni de’vecchi. “Amici,” dice Telesponte, “valorosi sono i nostri figliuoli; oh, con quanto fervore, s’ingegneranno fra poco di far nascere nuovi cittadini! Quando ciò immagino, sembrami d’essere ancora nel fiore dell’età mia. Non si parli di paterna affezione, no. Giorno di nozze, quello è il mio dì e mia festa; propriamente mi pare di sposar io medesimo tutte le fanciulle della repubblica.” Così parlava, l’uomo dabbene, e balzava per allegrezza; ed essendo egli vedovo, veniva consigliato a ripigliare un’altra volta l’uffizio. “Non ischerzare,” diceva egli; “se fossi giovane ogni dì qual mi trovo oggi, farei dire le meraviglie del fatto mio.” Andarono finalmente al tempio per confermare a piè dell’altare la cerimonia de’matrimoni. Parmenone e Agatide vennero condotti trionfando alle case loro e fu ordinato un solenne sacrifizio per ringraziare gl’Iddii, che avessero dati alla repubblica due cittadini cotanto virtuosi. ◀Allgemeine Erzählung ◀Ebene 3

[136] Metatextualität► Un gentilissimo scrittore che mandandomi una certa lettera, m’ha taciuto il suo nome, pare che in essa si dolga che sieno state soverchiamente aggravate le donne in non so quale de’miei passati fogli. Sembrami, dice egli, che quel signore de’32 anni, pentito della passata sua condotta, si sia molto ingannato nelle sue riflessioni. Dice che l’aver egli conosciuto che ogni femmina ama per amore di sè medesima, l’ha guarito da quella propensione che fino allora avea avuta per quel sesso. Non s’accorge quel signore che tutte le passioni dell’uomo sono figlie dell’amor proprio, o per dir meglio che l’amor proprio è la sola passione la quale si suddivide in tutte l’altre. Per qual ragione dunque far questa imputazione al bel sesso e risparmiarla a sè stesso e a tutti gli uomini? ◀Metatextualität

Tali sono le querele dello scrittore e le conferma con altre molte prove contro all’intenzione di chi scrisse quel fatto di sè medesimo e di chi ci additò per qual via si condusse alla guarigione della sua dissolutezza. Io non dico che quegli il quale risanò il cuor suo da una lunga pazzia d’amare disperatamente, con le sue riflessioni intorno all’amor proprio delle donne quando amano altrui, non fosse una vescica gonfiata anch’egli dallo stesso amor proprio; ma guardo solo quella fine a cui l’hanno condotto le sue riflessioni. Egli era pazzo, ma la sua pazzia lo condusse alla virtù, e s’egli n’ha ricevuto questo benefizio, per questa volta mi sembra che sia dalla parte della ragione. Giacchè l’amor proprio si dà per principio delle virtù e de’vizi, si dee animarlo quando s’innalza alle prime, e biasimarlo quando s’atterra alle seconde. La risoluzione che prende d’ammogliarsi, non merita, secondo me, d’essere vituperata. Non vuole più amoreggiare, avvengane poi che vuole, fa quello che la buona società gli richiede e si delibera al vivere in tranquillità ad ogni modo, qualunque riuscita gli farà la moglie.

Metatextualität► Quanto è poi al dispiacere che mostra lo scrittore della lettera, che in esso foglio sieno soverchiamente aggravate le donne, risponderò, secondo il detto da me allegato di sopra di Properzio, che ogni cosa non si può ugualmente adattare a tutto. Io mi sono ingegnato colla novella de’Sanniti di manifestare che tanto uomini quanto donne possono guidarsi col mezzo dell’amor proprio ad amare virtuosamente, e ho fatto, per quanto si può, che una sola storia serva all’onore degli uomini e delle donne. Anzi non l’ho fatto io, non avendo io in ciò altra fatica posta, fuorchè quella dell’aver eletta la novelletta stampata fra molte altre, che mi sono pervenute alle mani per opera d’una delle migliori persone ch’io conosca, a cui ho infinite obbligazioni, e non gliene posso mai dare quella testimonianza che vorrei. Sia al nome di Dio e questa anche sarà una di quelle infinite voglie che mi morranno in corpo.

Intanto ringrazio cordialmente chi mi scrisse; e lo prego di scusa se sono stato tanto tempo a rispondergli. La novella da me pubblicata mi riuscì più lunga di quello che io credea nel principio. S’accerti della mia buona servitù; e sono tutto di lui

L’Osservatore. ◀Metatextualität

Alle Signore Donne.

Sono alcuni, i quali s’ingegnano con le calunnie di offendermi appresso gli orecchi vostri; di che io sono più che di altra cosa dolente. Tutto quello ch’io dico, o abbia mai detto di voi, non è altro che per amor, vostro, e per desiderio ch’io ho di vedervi ammirate da tutto il mondo, come appunto voi meritate. Io vorrei con le mie ciance farvi comprendere solamente che voi siete molto da più di quanto voi vi credete, e ch’egli è di necessità che, ricordandovi la somma dignità vostra, stiate un poco più in sul grave, e non crediate così facilmente a’vostri adulatori, i quali dove voi siete, vi esaltano fino alle stelle, e dopo vi conciano malamente con le parole. Se voi faceste a modo mio, so che vi fiorirebbero intorno i passatempi e le grazie, e che ognuno si affaticherebbe ci’inventare giuochi, feste e allegrezze per darvi nell’umore; laddove oggidì dall’essere mascherate in poi e dal teatro in fuori, dove l’andare per consuetudine genera noia, voi non avete altro buon tempo che vaglia. Non si può credere le belle invenzioni e i piacevoli giuochi che tutti i maschi s’ingegnavano di trovare un tempo, solamente per vedere un viso di femmina alla finestra, ricevere una buona e graziosa risposta ad una polizza, e in somma avere un picciolissimo favore da voi, che allora stimavasi un tesoro. Io non farò comparazione di questi tempi con quelli, perchè voi direste che sono una pessima lingua, e che mi diletto di dir male di ogni cosa: ma dicovi solo, che so quanto valete, e che vorrei che voi lo sapeste ancora, e vi faceste valere per quello che siete. Con quest’animo favello quando ragiono di voi, e non con altro. Eleggo voi medesime per giudici a proferire la sentenza, se io in fine abbia torto o ragione. Quanto è a me, tanto è l’utile che ne ho a parlare, quanto a tacere. Ma sapete quello che avete a fare da qui in poi? Quello che avete fatto per lo passato. Tenetemi per un pappagallo che cianci senza sapere di che, e non vi curate punto del mio dire: non essendo da me ad un pappagallo altra differenza, se non ch’esso borbotta all’aria, e io ho uno stampatore che ricoglie le mie parole, e le mette in istampa. Mi raccomando alla grazia vostra. ◀Ebene 2 ◀Ebene 1