L’Osservatore veneto: Numero XXXI

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N° XXXI

A dì 20 maggio 1761.

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General account

stati negli eserciti loro, e i valenti capitani, ognuno dal suo lato, non gli arrischiavano. I giovani de’Sanniti, vicini al prender moglie si struggevano per voglia di venire alle mani. “Io non ho ancora latto veruna cosa,” diceva l’uno, “che degna sia d’essere notata ne fasti della Repubblica; e mi converrà sofferire la vergogna di sentir a dire il mio nome senza elogio che dagli altri mi distingua.” “Gran cosa è questa,” diceva un altro, “che non si degnino d’aprirci occasione di renderci segnalati! In tutto questo tempo avrei fatto meraviglie.” E dicevano quasi tutti: “Noi abbiamo generale che ci vuol disonorare dinanzi agli occhi de’nostri vecchi e delle spose. S’egli ci riconduce a casa senza combattere, egli si potrà credere che non abbia avuto fiducia nel nostro valore.” Il valentissimo condottiero di loro arme, che tutto udiva, non perciò punto si mosse. Due utilità attendeva dalla sua lentezza e dall’indugiare: l’una di far credere al nimico ch’egli avesse poche forze o temesse, per allettarlo con essa fallace credenza ad assalire sconsigliatamente; e l’altra di far aumentare ne’soldati suoi l’impazienza, sicchè il bollore giungesse all’estremo prima di avventurarsi a battaglia. Il capitano de’Romani arringando i soldati suoi fece loro vedere i Sanniti che vacillavano e in sul punto di fuggire. “Il genio di Roma è superiore,” diceva, “quello de’nemici trema, non può durare all’accostarsi del nostro. Su, o valorosi Romani, se ci manca il vantaggio del luogo, supplisce a quello la nostra virtù; questa non ci manca, andiamo.” – “Eccogli,” dicea il generale de’Sanniti all’impaziente gioventù, “lasciamo che s’accostino a un tirar d’arco, e allora potrete a posta vostra acquistarvi le spose.” I Romani s’avanzano; gli attendono a pie fermo i Sanniti. “Avventiamoci loro addosso,” dice il capitano de’primi; “un corpo che immobile si sta, non può sostenere l’impeto di quello che in lui cozza.” Repentinamente avventansi all’incontro i Sanniti, non altrimenti che corsieri a’quali sieno rotte le sbarre. I Romani s’arrestano e l’urto ricevono senza sbaragliarsi nè muoversi; scambiando il valorosissimo capitano l’attaccare in difesa. Non si può esprimere con quanta ostinazione lungo tempo pugnarono: se vuoi comprenderlo, immagina uomini che non aveano altre passioni che amore, natura, patria e libertà, e che tutte queste cose difendevano per deciderne in un punto. In uno dei reiterati assalti de’Sanniti, il vecchio Telesponte, combattendo a’fianchi del figliuolo, riportò una crudele ferita. Il giovane tutto amore pel padre, vedendo già che i Romani da ogni parte si piegavano, e vedendosi la vittoria in pugno, asseconda l’insuperabile stimolo di natura, trae il padre fuor della mischia e l’aiuta ad andare come può in luogo alquanto discosto dalla zuffa. Quivi sotto ad un albero, piangendo, medica la profonda ferita del venerando vecchio. Traendo fuori di quella la freccia, ode dappresso di sè il rumore d’una squadra da’nemici risospinta. Lascia il padre e grida: “Dove andate, o amici? Fuggite? Di qua è il vostro cammino.” E vedendo l’ala destra dei Romani scoperta: “Venite,” segue, “diamovi dentro per fianco: se mi seguite, son vinti.” Sì repentino movimento mise il terrore in quell’ala dell’esercito romano, onde Agatide vedendola già in rotta, gridò: “Amici, aperto è il cammino, proseguite. Lasciovi per poco e vado ad aiutare il padre.” Finalmente i Sanniti riportarono vittoria, e i Romani dalle perdite debilitati, furono costretti a rientrare fra le loro muraglie. Telesponte svenuto di dolore, fu dal diligente figliuolo rianimato. Svegliasi il vecchio e domanda: “Sono sconfitti i nemici?” – “L’opera si compie,” risponde il garzone, “sono le cose a buon punto.” – “Se così è,” ripiglia sorridendo il vecchio, “procura di richiamarmi alla vita: a’vincitori è soave, e bramo di vederti ammogliato.” Non potè il dabben vecchio parlare più oltre, ridotto allo estremo per il sangue della ferita uscito. I Sanniti dopo la vittoria posero ogni lor cura tutta la notte nel dar soccorso a’feriti, e tutto s’adoperò per la salute del buon padre d’Agatide; tanto che, non senza però grave stento, uscì del pericolo in cui era stato pel soverchio sangue perduto. Al ritorno dalla guerra s’aveano a conchiudere i maritaggi, per due cagioni: l’una perchè dietro a’servigi prestati alla patria seguisse subito il premio, sicchè l’esempio avesse più forza; e l’altra acciocchè i novelli sposi avessero tempo la vernata di dare ad altri cittadini la vita, prima d’andar ad esporre la propria. Ed avendo in quella battaglia la fervida gioventù de’Sanniti fatto maggiori e più nobili prove che mai, stabilì il comune di fare una splendidissima festa e una solennità grande che avesse aspetto di trionfo. Poche erano nella repubblica le fanciulle le quali, come Cefalide, non nudrissero in sè qualche segreta intelligenza di passione e brame verso alcuno de’giovinetti; sicchè ognuna facea occulti voti a pro di colui dal quale avrebbe sperato d’essere eletta, se a lui fosse toccato l’eleggere. Era la piazza in cui s’aveano a raccogliere le genti, un ampio anfiteatro a cui davano l’entrata archi trionfali, dove le spoglie romane si vedeano sospese. Quivi doveano entrare i giovanetti soldati dell’arme vestiti; e le fanciulle con arco e turcasso, e vestite con quanta gentilezza concedeva la semplicità d’una repubblica, dove non si sapea che cosa fosse lusso. “Su, figliuola,” diceva ogni madre alla sua, sollecita nell’adornarla: “a sì gran festa si dee apparire con tutte quelle grazie che ti diè il cielo. Gli uomini hanno gloria e onore del vincere, le donne del dilettare. Oh, beate quelle fra voi che meriteranno il cuore di que’giovani e valorosi cittadini, i quali saranno giudicati i più degni di dare difensori allo stato. I rami della palma faranno ombra al suo albergo, attorniato da pubblici canti e onori; i loro figliuoli saranno i primogeniti della patria, e la più bella speranza di quella.” In tal guisa parlando le affettuose madri intrecciavano mirto e pampini co’capelli delle verginette, e le pieghe de’veli con vario artifizio adattavano secondo che alla bellezza d’ognuna conveniva, perchè più spiccasse. Da’nodi d’una cinturetta che le stringeva di sotto dal seno, faceano cadere in un morbido ondeggiamento e in bellissime pieghe gli schietti vestimenti; appiccavano alle loro spalle il turcasso; le ammaestravano al presentarsi con garbo appoggiate all’arco, e con una certa negligenza rialzavano que’leggerissimi vestiti dall’una parte sopra un ginocchio, perchè fosse più leggiadra e nobile l’andatura. Siffatta industria fra le madri de’Sanniti era atto pio, e la galanteria e il garbo, impiegate nel trionfo della virtù, divenivan sacre. Mirandosi le fanciulle allo specchio d’una purissim’onda, non si tenevano mai belle abbastanza; a ciascheduna pareano in suo cuore le sue rivali più vantaggiate, e non avea ardimento di fondarsi nelle sue qualità. Ma di tutti i voti fatti in tal dì, quelli della bella Cefalide furono i più ardenti. “Ci esaudiscano gl’Iddii,” le disse la madre abbracciandola; “ma tu, figliuola mia, attendi frattanto il volere di quelli con docilità e umiltà di cuore. S’eglino t’hanno conceduto qualche dono di bellezza, sanno ancora qual debba essere il premio di quella; tocca a te il fregiare i celesti doni con le grazie della modestia. È la bellezza senza modestia, incantesimo, ma non tocca il cuore, non vi si profonda; accompagnata da questa bella virtù, ispira un’affettuosa venerazione, ottiene una spezie di culto. Sia la modestia quasi un velo a quelle brame le quali dovranno forse ammorzarsi prima che si chiuda il giorno e dar luogo a una novella inclinazione.” Non potè Cefalide comportare tal pensiero, senza lasciarsi sfuggire dagli occhi certe poche lagrime. “Queste tue lagrime,” disse la madre, “non sono degne d’una fanciulla di questa patria. Sappi che di tutti giovanetti guerrieri che oggidì fanno concorrenza, uno non ve n’ha il quale non abbia sparso il suo sangue a difesa di noi e della libertà nostra; che uno non ve n’ha il quale non sia degno di te, e al quale non ti sia gloria il pagare il debito della tua patria. Arrestati a questo pensiero, rasciuga le lagrime, seguimi.” Dall’altro lato il buon vecchio Telesponte conduceva il figliuolo all’adunanza e gli diceva: “Dimmi, come ti sta il cuore? Contentissimo fui dell’opera tua nella passata guerra, e spero che se ne dirà bene.” “Ohimè,” rispose l’affettuoso e modesto Agatide, “che un solo momento, si può dire, fui nell’azione in mio pro. Avrei forse fatto qualche maggior prova; ma ero debitore al padre ferito della mia diligenza. Non è già ch’io mi rinfacci dell’avere sacrificato a te la mia gloria: non mi potrei racconsolare dell’aver tradito la patria; ma non meno sarei inconsolabile dell’aver abbandonato il padre. Lodati sieno gl’Iddii che in dovere con l’altro ben si confanno, il restante è nelle mani d’essi Iddii.” – “Oh! come favella con buone e religiose parole chi teme,” ripigliò il vecchio sorridendo; “di’ il vero: non eri tu d’animo più risoluto e gagliardo quando n’andavi a combattere i Romani? Fa’cuore, via, datti animo, ogni cosa anderà pel buon verso; avrai una bella fanciulla, te la prometto.” Vanno all’adunanza, dove più qualità di cittadini, ordinati a modo d’anfiteatro, faceano il più vistoso spettacolo del mondo. Girava il luogo di dentro in figura ovale. Vedevansi dall’un lato le figliuole a piedi delle madri; dall’altro i padri a’giovanetti di sopra; dall’un de’capi il concilio de’vecchi, dall’altro i garzoni non ancora da maritare, collocati secondo l’età per gradi. Tutti all’intorno del recinto stavansi i maritati di pochi anni prima. Regnavano in ogni luogo rispetto, modestia, silenzio. Ma questo venne rotto in un subito dal romore d’un suono militare. Vedevasi a venire innanzi il generale de’Sanniti attorniato dagli altri nobili capitani che sotto di lui comandavano. Alla presenza di lui tutti i concorrenti abbassarono gli occhi; passa egli per lo recinto e va a collocarsi col suo accompagnamento tra i saggi del paese. Apronsi i Fasti della repubblica; un araldo legge ad alta voce, secondo l’ordine de’tempi, la testimonianza renduta da ufficiali e capitani de’modi tenuti da giovanetti guerrieri. Chi con atto vituperoso o vile avea il nome suo con qualche macchia intenebrato, veniva condannato all’infamia del vivere senza moglie fino a tanto che una generosa azione di lui gli avesse ricoverato l’onore; ma siffatti esempi erano rarissimi. Il menomo elogio che si potesse fare ad un giovanetto de’Sanniti, era la semplice bontà e valore squisito; perchè il fare l’obbligo suo era una specie di vergogna. La maggior parte di loro aveano dato prove d’un coraggio e d’una virtù che in ogni altro paese sarebbero state azioni da eroe; ma sì domestiche in quel popolo per costume, che a pena si distinguevano. Alcuni d’essi innalzavansi sopra a’loro rivali con azioni più splendide; ma più rigido sempre diveniva il giudizio degli spettatori, secondo che udivano venir pubblicate virtù più degne di lode; e quelle che prima erano sì piaciute, entravano nella massa comune delle cose lodevoli cancellate dalle più belle. Di tal numero furono le prime campagne d’Agatide; ma quando si venne al racconto dell’ultima battaglia, e si narrò che avea abbandonato il proprio padre per raccogliere i compagni suoi e ricondurgli alla pugna, siffatto sacrifizio di natura alla patria acquistò i voti universali, uscirono le lagrime dagli occhi de’vecchi; quelli ch’erano intorno a Telesponte l’abbracciavano per allegrezza, i più lontani si congratulavano seco con atti e cenni d’occhi. Il buon vecchio rideva e piangeva ad un tratto, gli stessi rivali del figliuolo rispettosi il guardavano; e le madri prendendo le figliuole tra le braccia desideravano a quelle Agatide per isposo. Cefalide pallida, tremante, non ardisce levar gli occhi al cielo; ha il cuore sì soprappreso dall’allegrezza e dal timore, che quasi più non le batte; la madre sostenendola sulle ginocchia, non ha l’animo di parlarle per non iscoprire il suo segreto, e le pare di veder gli occhi di tutti rivolti a lei. Chetatosi il mormorio delle lodi universali, il trombetta nomina Parmenone e narra di lui che nell’ultima battaglia, essendo il cavallo del generale de’Sanniti cadutogli sotto, trafitto da una freccia mortale, e trovatosi quel grand’eroe ad un punto senza difesa, un soldato romano stavasi per colpirlo con l’asta; che Parmenone per salvar la vita al suo capitano, avea arrischiato la sua, mettendosi fra il colpo e lui, onde avea ricevuta una profonda ferita. “Certa cosa è,” disse allora il generale, “che questo generoso cittadino fecemi scudo del corpo suo e se i giorni miei sono alla patria di qualche utilità, questo è benefizio di Parmenone.” A tali parole tutta l’adunanza intenerita meno, ma non meno meravigliata della virtù di Parmenone che di quella d’Agatide, diede a quest’ultimo le stesse lodi; e allora si videro animi e voti tra i due concorrenti divisi. Il trombetta per ordine dei vecchi comanda che si taccia; e que’venerandi giudici si levano per sentenziare. Pareri pro e contra lungamente si spongono e niuno vince: dicevano alcuni che non avrebbe dovuto Agatide mai lasciare il suo posto per soccorrere il padre; e che poi abbandonando il padre per raccogliere i compagni altro non avea fatto che emendare il primo errore; ma di questa opinione fuor di natura fu il minor numero. Finalmente il più antico fra i vecchi parlò e disse: “Non dobbiamo noi forse dar qui guiderdone alla virtù? Adunque d’altro non si tratta al presente fuorchè di vedere quale di questi due movimenti d’animo sia il più virtuoso: abbandonare in agonia il padre, o sporre la propria vita. L’uno e l’altro de’nostri giovani fecero un’azione che determinò la vittoria; giudicate voi, o nobili cittadini, quale delle due costò più all’uno o all’altro. Di due esempi utili ugualmente, al più difficile si dee animare.” Che diremo noi de’costumi