Zitiervorschlag: Gasparo Gozzi (Hrsg.): "Numero XXX", in: L’Osservatore veneto, Vol.1\030 (1761-05-16), S. NaN-129, ediert in: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Hrsg.): Die "Spectators" im internationalen Kontext. Digitale Edition, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.415 [aufgerufen am: ].


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N° XXX

A dì 16 maggio 1761.

Zitat/Motto► Non sunt circa flosculos occupati.

Seneca

In fiorellini non gl’intrattengono. ◀Zitat/Motto

Ebene 2► Metatextualität► Quanto sia capace amore di guidare gli animi alla virtù, dimostrerò con la novella che segue, la quale mi fu a questi giorni da un amico mandata. Avrei veramente desiderato ch’ella fosse più breve per non oltrepassare gli assegnati confini d’un foglio. Questa sarà da due contenuta; ma tale è la sua sostanza, che spero non sarà discaro il leggerla benchè sia lunghetta. Per non andar avanti con proemii fuori della materia, entro nella ◀Metatextualität

Novella.

Ebene 3► Allgemeine Erzählung► I Sanniti, celebratissimi popoli, e repubblica d’uomini grandemente bellicosi, i quali più volte vinsero i Romani e furono lungamente con-[126]correnti di quelli, tali solamente riuscirono a cagione d’amore e di quelle leggi che per premio dell’esser valoroso e di gran cuore, concedevano agl’innamorati giovani le donne amate da loro. La qual cosa in qual forma si facesse, lo narrerà la storia che segue. Celebravansi le nozze de’Sanniti ciascun anno in una spaziosa piazza, luogo de’militari esercizi. Que’giovani tutti ch’erano in età di dare cittadini alla repubblica, raccoglievansi in un giorno solenne. Sceglievano quivi le spose, secondo quel grado che avea ciascheduno acquistato ne’fasti della patria con le sue virtù e nobili fatti. Può ogni uomo facilmente comprendere qual fosse l’allegrezza e la vittoria di quelle fanciulle che venivano elette da’vincitori, e quanto ne trionfassero: e dall’altro lato quanta superbia e amore, stimoli principalissimi dell’umane passioni, rinvigorivano e animavano maschi e femmine a quelle virtù dalle quali dipendeva la buona riuscita di questa elezione. Ogni anno attendevano la solennità delle nozze i giovani impazienti e timorosi. Fino a quel giorno figliuoli e figliuole di Sanniti mai non si vedevano altro che nel tempio; e ciò sotto la custodia e gli occhi delle madri e di prudenti vecchi, con ugual modestia fanciulli e fanciulle. Non istavano però nel tempio soggetti a sì rigida legge i desiderii; occhi e cuore sceglievano; ma era sacro patto e religione a’figliuoli il non dir nulla e non affidare la secreta loro inclinazione ad altri che a padre e madre; se il segreto ne veniva divulgato, era vituperio d’una famiglia. Il poter conferire con fiducia ed intrinsichezza la passione più grata all’animo, e quell’affettuoso sfogo di brame, amorose malinconie, speranze e timori, de’quali non era lecito di far confidenza ad altre persone, fuorchè a quelle ch’erano co’più saldi legami di natura loro congiunte, rendevano padri e madri amici, consolatori e sostegni de’proprii figliuoli. La gloria di questi e la felicità di quelli congiungevano tutte le membra d’una famiglia co’nodi più gagliardi ed efficaci che possa formare interesse nel cuore degli uomini; consuetudine e obbligo di comunicarsi pene e diletti rendea la compagnia loro durevole fino alla morte. Se la riuscita de’loro desiderii non era quale l’avrebbero voluta, più facilmente sofferivano i giovani d’abbandonare l’oggetto di loro passione, non avendolo manifestato con indizii pubblici, e sapendo che invano avrebbero tentato d’avere quello che non si potea, e che s’avea debito di fare nuova scelta, dappoichè il matrimonio era quivi atto e opera cittadinesca. Avea il prudente legislatore preveduto che chi non prende donna sua propria, volge il suo pensiero o poco o molto all’altrui; onde stabilendo che l’adulterio fosse colpa, obbligò all’ammogliarsi. Non sì tosto dunque erano pervenuti i giovani all’età giudicata da matrimonio per legge, che doveano presentarsi all’adunanza e ciascheduno far elezione secondo il grado suo, talvolta anche contro il desiderio e l’amore.

Fra le genti da guerra avviene che anche il sesso men gagliardo ha un certo che di alterezza e di nobiltà che mostra il costume della nazione. Il passatempo più usuale alle fanciulle de’Sanniti era la caccia: destre erano nel tirar l’arco, leggere al correre, qualità fra noi sconosciute. In tali esercizi acquistavano quei femminili corpi mirabile agilità, e disinvoltura in ogni movimento gratissima; quando aveano deposte l’armi, vedevi aspetti tutti modestia. Appiccato il turcasso ad armacollo, il capo prendeva una certa contenenza sicura e da guerra, e quegli occhi sfavillavano di coraggio. La bellezza de’maschi avea [127] carattere di maestà e serietà; e per la fantasia piena sempre di zuffe e battaglie, aveano guardatura grave, rigida, superba, da signoreggiare. Fra tanti guerrieri giovanetti diverso appariva dagli altri per dilicate fattezze e aria affettuosa e appassionata il figliuolo di Telesponte, valentissimo vecchio, il quale fra Sanniti era a’suoi dì stato uno dei migliori combattenti per la libertà. Rimettendo questo buon vecchio l’armi sue nelle mani del giovanetto, gli avea favellato in tal guisa: “Figliuol mio, io odo spesso i vecchi nostri i quali per una certa sgarbata piacevolezza mi dicono ch’io dovrei metterti indosso un vestito da femmina e che riusciresti una bella cacciatrice. Rimane da questo motteggiare il tuo padre trafitto; se non che egli si conforta che natura non avrà fatto errore nel metterti in petto cuore da uomo.” – “Padre mio, non ne dubitar punto,” rispose il giovane stimolato dall’emulazione. “Egli potrebbe anche avvenire un dì che cotesti vecchi avessero voglia che i loro figliuoli seguissero l’esempio mio. Mi stimino qui garzone o fanciulla, poco m’importa; non prenderanno sbaglio i Romani.” Agatide, che così avea nome il giovane, mantenne la parola al padre, e al primo uscire alla guerra tanta intrepidezza mostrò e tali prove fece di sua persona, che i motteggiamenti e le facezie si scambiarono in altissime lodi. Dicevansi l’uno all’altro, ammirando, i compagni suoi: “Chi avrebbe detto mai che membra di femmina fossero piene di sì maschio coraggio? Freddo, fame, stenti non l’atterriscono e con quell’aria di passione e di modestia dispregia la morte non men di noi.” Standosi un giorno Agatide a fronte dell’inimico e guardando cadere intorno a sè, senza punto mutarsi di colore, una tempesta di saette: “O tu che sì bello sei, come se’tu poi tanto valoroso?” gli disse un de’suoi compagni bruttissimo. Appena finite queste parole, fu dato il segno della battaglia, e Agatide gli rispose: “E tu che sì brutto sei, vuoi tu vedere qual di noi due prenderà quell’insegna a cui ci avventiamo incontro?” Disse, tuttaddua si lanciano nella zuffa: ed ecco Agatide che dal cuore del macello esce coll’insegna in mano.

Accostavasi egli frattanto a quell’età in cui dovea essere sposo, ed ottenere la cittadinanza divenendo padre. Le vergini de’Sanniti che udivano con quanta stima si favellava del suo valore e che dall’altro lato aveano commosso il cuore al vedere cotanta bellezza, invidiavansi segretamente a vicenda le occhiate di lui. Finalmente una sola le trasse a sè; e fu Cefalide, oltremisura bella fra tutte.

Erano in lei nel più alto grado modestia e alterezza congiunte, e tutte quelle nobili e affettuose grazie che le donzelle dei Sanniti rendevano belle e gradite. Non aveano, come dissi più sopra, potuto le leggi vietare agli occhi il loro muto parlare; e quando il favellare delle lingue è tolto agl’innamorati, sono eloquentissimi gli occhi. E se tu vedesti mai, o lettore, talvolta amanti rattenuti dall’aspetto di qualche rigido testimonio, non t’accorgesti tu forse come tutta l’anima arde negli occhi, e da quelli come lampo si lancia improvvisa in un cenno di ciglia? Agatide in un’occhiata sola manifestò scompiglio di cuore, desiderii, paure, speranze, e quell’emulazione di virtù e gloria, della quale amore gli avea infiammato il petto in quel punto. Affaticavasi Cefalide di tenere gli occhi suoi a freno, sicchè non si riscontrassero con quelli del giovane; ma essi talvolta mettevano nell’ubbidire un poco d’indugio, e s’abbassavano dopo d’aver dato la risposta. Fra gli altri un giorno, e questo fu il dì che diede la vittoria al suo amante, [128] un giorno, dico, affisatisi gli occhi di lei nel giovane e stati senza muoversi qualche tempo, si volsero al cielo con affettuosissima espressione; onde Agatide, fra sè traportato, disse: “Chiaro è il voto suo al cielo; l’intendo, l’adempirò. O giovane sopra tutte l’altre bellissima, mi sarei io forse soverchiamente lusingato? Gli occhi tuoi, al cielo rivolti, che gli domandano se non ch’io mi renda degno d’elegger te fra l’altre fanciulle? Or bene, sappi che al tuo voto ha prestati gli orecchi il cielo e io me n’avveggo a quanto sente l’anima mia. Ma, ohimè, che tutti i miei rivali e concorrenti (e saranno innumerabili) mi faranno contrasto e s’affaticheranno di togliermi la gloria mia: dipende una splendida azione dalle circostanze, e io son certo che quegli a cui toccherà di scegliere il primo, o bellissima giovane, farà cadere sopra di te la sua elezione.”

In così fatti pensieri si ravvolgeva l’animo del giovane continuamente, e non dissimili erano quelli della fanciulla la quale in suo cuore andava dicendo: “Se Agatide avesse a scegliere, io son certa che egli sceglierebbe il nome mio, o almeno ardisco di ciò sperare; l’ho compreso, l’ho letto in suo cuore. S’egli va innanzi alle compagne mie o con esse favella, non è così compiacente ad esse, nè dimostra quella soave sollecitudine che ha nel veder me. Accorgomi oltre a ciò che la sua voce per natura grave e affettuosa, quando egli mi parla, ha un certo che di più sensitivo. Ma sopratutto gli occhi suoi . . . Oh ben so io, che gli occhi suoi hanno detto a me quello che non dicono ad altra fanciulla; e volessero gl’Iddii ch’egli fosse quel solo che fra tutti gli altri della calca de’giovani facesse conto di me. O Agatide, qual calamità sarebbe la mia, s’io paressi bella ad altro giovine che a te! Tutta questa gioventù che con gli occhi m’assedia, m’atterrisce e non è da paragonarsi a te. Spaventami quell’aria feroce e da ammazzatori. Agatide solo è valoroso, ma non ha aspetto crudele; anche armato ha un certo che di grazioso. Farà miracoli di bravura, non ne dubito. Ma se dalla sorte restasse sopraffatto l’amore, e se un altro giovane più di lui . . . ohimè, che il solo pensarlo m’agghiaccia il sangue nelle vene!”

Cefalide non tacque la sua passione alla madre e le disse: “Prega, o madre, il cielo per la gloria d’Agatide, sì pregalo; e così facendo lo pregherai insieme per la buona ventura della figliuola. Io credo e sono sicura d’essere amata da lui; e come potrei io fare che non amassi lui il doppio? Tu sai pure quanto egli è da’vecchi nostri apprezzato; di tutte le mie compagne è l’idolo; veggo quand’egli ad esse s’avvicina, quanto ne sono impacciate, come arrossano, e sembrano non poter capire in sè; una parola di sua bocca le fa insuperbire.” – “Bene,” rispose la madre, “s’egli t’ama, sceglierà te.” – “Sceglierebbemi, io lo so, se toccasse a lui di poterlo fare senza rispetti, ma . . .“ – “Che ma? toccherà anche a lui la volta sua.” – “La volta sua,” ripigliò Cefalide abbassando gli occhi, “e’ci vuol tempo.” – “Che è ciò, figliuola mia? Egli mi pare ad udirti che tu sia certa ch’egli t’elegga. Vedi bene che non ti lusinghi troppo.” – “Non mi lusingo, no, ma temo. O me beata, s’io piacqui solo a colui che sarà da me amato per tutto il corso della mia vita! “

Agatide dal lato suo, il giorno prima dell’uscire alla guerra, abbracciò il padre e gli disse: “O tu che mi desti la vita, addio: questo è l’ultimo giorno in cui tu mi vedi, o mi vedrai ritornato di tutti, i figliuoli de’Sanniti il più glorioso.” – “Figliuol mio,” risposegli il padre, “tu parli da uomo e siffatta licenza dee prendere dal padre suo un [129] giovanetto di stirpe onorata. Nel vero io ti veggo infocato da uno spirito che mi fa maravigliare. Quali Iddii a noi prosperi ti riscaldano?” “Quali Iddii, padre mio? Natura e amore. Desiderio di imitar te e d’esser degno di Cefalide.” – “Oh, oh! ora veggo che è: tu se’innamorato. Non è male. Di’un po’a me. A me pare d’aver talvolta veduto fra le compagne sue cotesta tua Cefalide.” – “Padre mio, egli può ben essere,” rispose Agatide, “che tu l’abbia veduta, e dall’altre si distingue facilmente.” – “Sai tu,” ripigliò il padre, “che l’è una bella fanciulla?” “Bella? ell’è bellissima,” disse Agatide, “quanto l’onore, quanto la gloria.” – “Io l’ho quasi sotto agli occhi,” proseguì il vecchio che volea stimolarlo; “ella ha una statura di ninfa.” – “Ah, padre mio,” rispose Agatide “troppo grande onore fai alle ninfe. Sopra sè diritta, camminar destro e nobile, freschissima carnagione di rosa, di rosa incarnata, lunghi capelli annodati con grazia. Che ti dirò degli occhi suoi? Io vorrei che tu avessi veduti quegli occhi, quando rivolti al cielo dopo d’essere stati affisati in me, gli domandavano di vincere.” – “Hai ragione,” rispose il vecchio, “Cefalide è bellissima, ma tu non sarai senza concorrenti in questo tuo amore.“ – „ Son certo che n’avrò le centinaia.” – “Te la toglieranno.” – “Me la toglieranno?” – “S’io ho a dirti il vero, ne temo; questi giovani Sanniti sono valentissimi giovani.” – “Sieno valenti quanto si voglia, di ciò non mi do pensiero. Aprasi l’occasione di meritar Cefalide e ti verrà agli orecchi il mio nome.” Telesponte, che fino a quel punto avea parlato per voglia di stimolarlo, non potè più frenare le lagrime. “Ben è grande e prezioso dono del cielo,” gli disse gettandogli al collo le braccia, “un sensitivo cuore! Questo è principio d’ogni virtù, figliuol mio, io non ti potrei dire di quanta allegrezza tu mi sei ora cagione. Tanto mi bollono ancora le vene che posso anco una volta uscire alla guerra; e tu mi prometti cosa sì grande del fatto tuo, che voglio teco venire.”

Secondo l’usanza, la mattina della partenza sfilò l’esercito tutto davanti alle giovani poste in ordinanza sulla piazza per incoraggiare i combattenti. Marciava il buon vecchio Telesponte a lato del figliuolo. “Oh,” dicevano gli altri vecchi, “Telesponte ringiovanito! Dove va egli ora in quell’età?” – “A nozze,” rispose l’uomo dabbene, “a nozze.” Agatide gli accennò qual era Cefalide, più alta delle altre, che parea una delle celesti Grazie seguaci di Venere. Il padre che gli tenea gli occhi addosso, s’avvide che passando colà dov’era la fanciulla, quella faccia per natura tranquilla e serena, si fece di fuoco, spirò battaglia, acquistò terribilità come quella di Marte. “Fa’cuore,” gli disse, “figliuol mio, accenditi bene d’amore, questo ti giova.”

Stettero Sanniti e Romani buona parte di quella campagna, gli uni osservando gli andamenti degli altri senza venire ad azione che decidesse di lor fortuna. Consistevano le forze dei due [] ◀Allgemeine Erzählung ◀Ebene 3 ◀Ebene 2 ◀Ebene 1