L’Osservatore veneto: Numero XXVII

Permalink: https://gams.uni-graz.at/o:mws-103-467

Niveau 1

N° XXVII

A dì 6 maggio 1761

Citation/Devise

Heri immodestia cöegit me. Plauto.

Mi v’ha condotto l’indiscretezza del padrone.

Niveau 2

Niveau 3

Lettre/Lettre au directeur

Metatextualité

Signor Osservatore Importivi o no, io debbo rendervi conto d’essere stato a letto infermo per non so quanti giorni. Ora che sono convalescente, che, secondo il vostro parere, è il migliore stato dell’uomo; e che nel vero io mi trovo col cervello più sbrigato e meglio purgato che in altri tempi, ho deliberato di scrivervi non so se un mio sogno o un vaneggiamento.

Récit général

A pena io mi fui aggirato i due primi giorni per la fiera dell’Ascensione, che forse l’andar mascherato mi fece riscaldar i sangui, fui assalito da una gagliarda febbre tanto che cominciai a farneticare, e stetti due giorni e due notti che non si sapea s’io dormissi, o fossi colla parte migliore uscito del corpo. Si può dire anche che lo spirito mio andasse intorno, perchè in tutto quel tempo si trovò in una faccenda la quale vi sarà da me scritta,
acciocchè ne facciate quell’uso che vi pare.

Vaneggiamento.

Niveau 4

Rêve

Pareami dormendo, che gli anni miei fossero ritornati nel loro fiore, e ch’io appunto fossi uscito di collegio, standomi ammirativo di tutte le cose del mondo, le quali mi riuscivano tutte nuove, come se non l’avessi mai vedute. Avea io bene fra le scuole udito a ricordare assai spesso i nomi d’opera, di commedia, di maschere, di danze, e d’altri gioviali passatempi; ma in effetto non sapea che si fossero, perchè i parenti miei m’aveano tenuto obbligato a tanta ristrettezza e cautela di vita, che non era mai uscito di quelle mura: sicchè quando non si ragionava di Virgilio, di Cicerone, o di Tito Livio, io non sapeva aprir bocca. Dove d’altro si favellava, io stava cheto come olio; ad ogni menomo scherzo vestite venivano le mie guance da un certo colore vermiglio; da me solo sapea camminare e movere i piedi a tempo, e tenermi bene sulla persona: in compagnia m’impacciava tutto il corpo; non sapea che fare delle mani, delle braccia; studiava ogni attitudine, metteva in bilancia e deliberazione l’andare, lo stare, il mettermi a sedere, il trarre e il mettere del cappello. Con tutto ciò nel mio cuore ardeva di voglia d’entrare in brigata con le genti del mondo, e godere anch’io di que’passatempi, dei quali avea udito cotanto a ragionare nel collegio, donde poco prima era uscito. Vedea da ogni lato donne e uomini mascherati con molto garbo trascorrere per le vie, mettersi in una bottega a sedere, tenersi alle braccia, favellarsi all’orecchio, ridere, far cerchi, ceremonie, riverenze, e mille atti di giocondità, di civiltà, di domestichezza. Ma consigliandomi da me solo, io credea d’errare in ogni cosa, e non mi sapea deliberare a nulla. Non sapea, fra l’altrese i miei vestiti fossero convenevoli allo andare mascherato; vedea mantelli neri, cenerògnoli e di vari colori. Qual era il migliore? Qual foggia la più corrente e stimata? Mentre ch’io stava con gli occhi spalancati a mirare ogni cosa, desideroso d’acquistare cotanto necessaria perizia, mi pare, non so in qual modo, che venissi trasportato in una casa, dove non sì tosto fui giunto, che mi si fece incontra un servo, il quale con galanteria mi disse ch’egli stava attendendomi per ordine della sua signora; ed entrato in una stanza, poco stette che levò una cortina, e mi disse ch’entrassi. Stava qui a sedere davanti ad una pettiniera una femmina di forse venticinque anni, che, vedendomi, fece un gratissimo risolino, al quale io risposi con due o tre riverenze in fretta. Incominciò ella a dirmi che conosceva benissimo tutta la mia famiglia, e me particolarmente, e ch’io le avea fatto non poca grazia ad andarla a visitare. Aggiunse ch’ella intendea che da indi in poi noi fossimo buoni amici, anzi indivisibili compagni; e tutto ciò accompagnava con un tuono di voce sì grato, e con guardatura cotanto soave, che io, il quale non avea mai ricevuto tante grazie da donna, mi sentii in un subito a battere il cuore, e come novizio delle cose del mondo, a pensare che la fosse di me innamorata. Questo repentino interno movimento si sparse parte in verecondia sulla faccia, e parte in certe mozze parole da me piuttosto borbottate, che dette: ond’ella ringraziandomi dell’offerte mie, fece incontanente cenno ad una sua cameriera, la quale arrecò un mantello nero e un cappello con un pennacchino, e altri arnesi da mascherarmi, e volle che mi fossero posti indosso. Quand’io fui insaccato in quella novità di vestito, la cameriera accennava che le parea ch’io stessi bene; e la padrona, m’accertava con le parole che l’era contentissima della mia appariscenza; e levatasi di là dove ell’era, la cominciò anch’essa a mascherarsi, trovandomi io intanto grandemente impacciato, che non sapea s’io dovea star in piedi o a sedere. Così lungo tempo stetti in tal dubitazione, e fra il piegare l’anche verso un sedile e il rizzarle, che la signora fu compiutamente vestita, e disse: “Nuovo compagno mio, andiamo.” Io non sapea se dovessi andare innanzi, o seguirla; ma pure vedendo ch’ella andava con molta sicurezza, stetti alquanto indietro, e con un inchino la lasciai passare, e me le avviai dietro. Quando fummo al pianerottolo delta scala, ella alzò il gombito sinistro due o tre volte; e non intendendo io quello che la volesse significare, ella rise sgangheratamente dell’ignoranza mia, e m’insegnò in qual forma con la mia destra mano le dovessi prendere il braccio, e coll’altra tenerle un pochette alto il vestito, insino a tanto che si scendesse, accertandomi che fra poco m’avrebbe fatto maestro. Scesi di là, ritrasse il braccio, e di nuovo la si rise, perch’io ad ogni suo atto credea che s’avesse a fare qualche nuovo ufficio; a questo modo n’andammo fino alla piazza, calcandole io più volte co’piedi la coda del vestito, comecchè le stessi a’fianchi. Non vi so dire quant’orgoglio m’era entrato nel corpo a vedere ch’io passeggiava con tutti gli altri in compagnia di così giovine e bella donna, che di quando in quando mi dicea qualche cortese parola, e mi ringraziava ch’io seco fossi. Ma mentre ch’io era nel colmo della mia vanità, eccoti senza rispetto veruno venire un uomo mascherato, il quale, guardatomi da capo a piede, si rallegrò seco non so di che mobile nuovo ch’ella avea ritrovato; di ch’ella gli fece cenno che tacesse, ridendo così un pochetto tuttaddue, senza ch’io intendessi per qual cagione: egli si mise al fianco di lei da quella parte dov’io era prima; ond’io non sapendo più che fare, e temendo che l’andare dall’altro lato fosse cosa che non s’accostumasse, per lo meglio stetti indietro, camminando a passo a passo, e seguendo i loro vestigi. Dappoich’ebbero passeggiato alquanto a quel modo, si posero a sedere in una lista di persone mascherate, e volle la mia mala fortuna che quivi fossero due sedili soli disoccupati; sicchè non vedendov’io il terzo, ed essendo dalla calca delle maschere, che andavano e venivano, traportato or qua or colà, la signora mostrando che le increscesse, mi accennò che mi traessi dietro al suo sedile: il che feci, e stetti baloccando in piedi ritto come un palo oltre ad un’ora, tanto ch’io era mezzo dilombato. Infine, quando piacque al cielo, le due maschere levaronsi in piedi, e la donna rivoltasi a me, e compassionandomi ch’io fossi stanco, disse: “Ora ora noi ci andremo a sedere in altro luogo;” e avviatisi l’uno e l’altra innanzi, io all’usato modo gli seguitai sino ad una bottega di caffè, dove entrammo in uno stanzino a terreno, e quivi in effetto ci mettemmo tuttatrè a sedere. La donna si trasse il cappello e la maschera, e me gli diede in custodia; l’uomo anch’egli si trasse la maschera, e io imitai, come seppi, il modo suo. Intanto fu ordinato il caffè; venne, e già si cominciava a succiare, quando entrò un altro uomo, e poi un altro, e poi un altro; sicch’io ristringendomi per dar luogo al primo, al secondo e al terzo, appena avea più modo di sedere; e sopraggiuntovi il quarto, mi convenne rizzarmi in piedi, impacciato dal cappello della signora, ch’io dovea guardare, e dalla chicchera ch’io dovea votare; sicchè accortasi la brigata del mio impaccio, si diede solennemente a ridere e a guardarmi con attenzione e maraviglia. La signora mi fece allora posare il cappello sopra un deschetto che aveano quivi davanti, e io rimasi all’uscio spettacolo e commedia di que’lieti compagni, biasimando me medesimo della mia poca accortezza e destrezza nelle faccende del mondo. Andai a riporre la chicchera alla bottega, piuttosto per liberarmi da quella vergogna e confusione, che per altro; e udii la compagnia che rallegravasi con la signora di non so che, e a proferire una voce da me ancora non intesa di Mascherotto; alla quale essa gli pregò che tacessero; ma al mio ritorno tutti m’affissarono gli occhi al corpo, e mi lodarono della mia buona figura. Venne l’ora dell’Opera; una parte della compagnia si licenziò da noi, e un’altra parte con esso noi ne venne. Entrammo nel teatro: e mi fu insegnato con somma cortesia come si pagasse. Andammo al palchetto, che appena ci tenea dentro. Incominciarono i suoni e i canti; e v’era una grandissima moltitudine di spettatori. Veramente a me parea d’esser giunto ad un luogo fatto per incantesimo, e non capiva nella pelle per allegrezza. Quando eccoti, odo a picchiare al palco; apro, perch’io era vicino all’uscio; entrano due maschere, fanno alcuni convenevoli, si mettono a sedere, ond’eccomi all’uscio in piedi. L’aria comincia ad offendere la signora, comecchè fosse gran caldo: onde s’ha a chiudere. Mi viene ordinato da lei ch’io scenda, e che stia attento al suo palchetto, perchè facendomi essa cenno con una mano, fossi pronto a ritornare. Con un inchino ubbidisco, scendo, appena trovo dove debba andare; pur finalmente in’adatto in luogo da cui possa vedere il segno. Io non vi saprei dire quanto mi rincrescesse sì fatta attenzione: perchè volendo io essere ubbidiente, e temendo di commettere errore, non fu possibile che potessi spiccare gli occhi dal palchetto, né udire o vedere cosa veruna di quello che gli attori dicessero o facessero. La mano signoreggiatrice finalmente m’accennò; andai su, e trovai sciolta la compagnia, e per quella sera si pensò di ritornare a casa. Fui cordialmente ringraziato e lodato della mia diligenza. Parvemi poi che si facessero molte liete cene e pranzi, da’quali ora veniva licenziato, ed ora mi trovava in un deschetto da me solo. A poco a poco la donna che pure nel principio m’avea lodato e ringraziato talvolta, cominciò a chiamarmi zotico, rozzo, ad ordinarmi mille cose a un tratto, mille uffici ch’io facea a stento, a lagnarsi d’ogni cosa. I compagni di lei, parte per assecondarla, e parte per ispassarsi a spese mie, s’accordavano ad acconciarmi nello stesso modo, e con tratti, motti e burle m’erano sempre addosso: sicchè quella vita cominciò fortemente a rincrescermi, e desiderava con tutto il cuore di liberarmi. Ma la signora trovato frattanto un altro a me somigliante, un dì in presenza mia gli fece far prova indosso di quel mantello e cappello che m’avea dato prima, e veduto che gli stava bene, mi licenziò con poche parole ingrognata, e se n’andò a’fatti suoi con esso lui, piantandomi come una radice.
Tanta fu la mia allegrezza, che mi destai dal mio vaneggiamento, e mi trovai liberato dalla febbre.