L’Osservatore veneto: Numero XXII

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Nivel 1

N° XXII

A dì 18 aprile 1761.

Cita/Lema

Nil (majores nostri) lìberos suos docebant, quod
discendum esset jacentibus.

Senec., Ep.

Non insegnavano i nostri maggiori cosa veruna
di quelle che s’imparano a sedere.

Nivel 2

Vogliono alcuni che l’operare sollecitamente apra la via alla fortuna, la quale ha per usanza di essere liberale delle grazie sue a chi si affatica e si adopera coll’ingegno e con l’arte.

Nivel 3

Alegoría

Io credo che costoro s’ingannino, e che sia quello stesso starsi a dormire e con le mani alla cintola; essendo la fortuna una certa bestialità cieca, la quale va a cui vuole e quando le vien voglia. Quando nasce un uomo, a me pare che costei sia quale un capo di compagnia di strioni, la quale lo stabilisca a rappresentare in sul suo teatro. Essa da se a sè fa suo conto e dice: “Questi rappresenterà tragedia, e questi commedia.” Così detto, gli dà la parte sua in mano, spiccata da tutte quelle degli altri recitanti che hanno a rappresentar seco, e dice: “Togli, questa è la tua.” Apresi la scena. Egli incomincia a rappresentare. Gli viene innanzi un attore che parla con esso lui, gli risponde a proposito; quegli ripete, questi ritocca; la scena in faccia agli spettatori fa l’effetto che dee fare, e la riesce o da ridere o da piangere secondo l’argomento; e intanto si apre la via ad un’altra scena. Contuttociò gli attori non credono che la sia cosa imparata a mente, e in cuor loro si sentono tutti accesi, appassionati, sdegnosi, malinconici o altro, secondo la sostanza della rappresentazione, e par loro di avere ben detto o mal detto, e attendono o buona o mala riuscita, secondo le parole che avranno dette, o l’azione che avranno fatta. Ma non sapendo i miserelli tutta la concatenazione delle scene che debbono proseguire, vanno innanzi alla cieca, e avviene talvolta, che colui il quale avrà cominciata una scena da ridere, entrerà in un’altra da piangere; e chi avrà cominciato piangendo, anderà oltre ridendo. Bello è che gli spettatori, i quali sono ivi presenti, non fanno come quelli che vanno ai teatri nostrali, e non dicono: “Il tale ha recitato male, quegli è un attore che rappresenta bene;” ma dicono: “Perchè non ha egli fatto sì e sì, che non gli sarebbe accaduta quella disgrazia? Bestia! che poteva egli attendere altro che la sua rovina? Hai tu udito che rispondere fuori di proposito? Dovea egli impacciarsi a quel modo con colui? Vedestù quell’altro con quanta sapienza e prudenza si è diportato? Non è maraviglia che gliene sia avvenuto bene.” Intanto fortunaccia trista si sta in alto a sedere, spettatrice di recitanti, e di coloro che veggono e ascoltano, e si ride degli uni e degli altri; godendosi, come dire, di una doppia rappresentazione. Anzi, di tempo in tempo motteggia gli spettatori medesimi, e dice fra sè: “Odi dottori magri che vogliono giudicare dei fatti altrui. Noi vedremo fra poco il buon garbo che avrete in sul palco. Ciascheduno delle signorie vostre dee andare costassù, e fare la parte sua; e sarà giudicato da quelli che al presente vengono giudicati da voi, e ci darà di che ridere.” E così va in fine come la dice. Non si vide mai una scena così ampia e cotanto di varietà ripiena; nè altrove appariscono tante rappresentanze di pianto, di grandezza, di riso, di cose comuni. Ad un tratto vi si veggono vascelli che affondano, legni condotti a porto, capitani, soldati, mercatanti, ricchi uomini, accattapane; scala, dove di continuo montano o scendono uomini, che si mordono, si graffiano, si baciano, accarezzano, sberrettansi e scannansi l’un l’altro. E la iniqua fortuna di ogni cosa sta giubilando. In fine chiudesi, non già la commedia o tragedia generale, ma quella di ciascheduno degli attori, perchè le rappresentazioni della fortuna non sono divise in tre, nè in cinque atti come quelle de’poeti, ma in tanti, quante sono le vite dei rappresentanti, de’quali ognuno fa l’atto suo alla distesa; e quando non esce più in sul palco, egli ha finita la sua commedia, e di lui, non si ride più, nè si piange. Egli può essere bensì che di lui rimanga una buona memoria fra i viventi in due modi. Ciò sono, s’egli sarà stato amico della fortuna, la quale essendo bene affetta a lui, gli abbia dato una parte da valentuomo; o s’egli avrà creduto alle voci della virtù, la quale può dare ai rappresentanti grandissimo aiuto. Io non dico ch’ella possa far sì che alcun uomo faccia a meno di uscire in sulla scena; ma la gli può insegnare a mozzar di tempo in tempo la parte sua; sicchè, fingendo di non saperla, sbrighisi il più presto che può dal viluppo degli altri recitanti, e stiesi piuttosto a passeggiare solitario dietro al teatro, mostrando la faccia talora sul palco, se non può tralasciare affatto. Oltre di ciò, gli potrà ancora empiere l’animo del suo santissimo lume, e fargli comprendere che le cose di questo teatro non sono altro che ombra e vanità che passano; ond’egli rinforzatosi il petto con lo scudo di una mirabile costanza, comporti quelle battaglie, quegl’inganni, burrasche o altre maladizioni, ch’empiono l’orditura dell’atto suo, sperando sempre in esso qualche scena men fastidiosa; e se la non giunge mai, chiudendolo con quel vigore che dimostri non essere mai la sua parte più nobile, stata offesa dalle finzioni e dai giuochi di una scena.

Nivel 3

Carta/Carta al director

Metatextualidad

Signor Osservatore. Io sono di parere ch’egli si possa trarre una piacevolissima dottrina e un utile ammaestramento, considerando quello che abbiano a fare le buone arti e le scienze coi costumi. Vi presento uno schizzo, ch’è quanto dire certe poche linee di disegno di quest’opera; mettendovi innanzi alcuni precetti che possono tanto giovare ad un pittore che cominci a dipingere, quanto ad una giovinetta donna che voglia acquistar garbo ed essere aggraziata nel mondo.
Non si può giungere ad essere egregio pittore, nè egregia femmina ne’bei modi e nelle gentili maniere, senza andar prima un lungo tempo alla scuola dell’imitazione; nè mai potrà diventare perfetto originale chi non si sarà prima con molta umiltà e diligenza dato a far copie. E siccome non potrà un giovinetto scolare nelle prime cartucce ch’egli andrà segnando con la sua penna, acquistarsi onore nella pittura, così non potrà una giovinetta femmina ne’primi saggi e dirozzamenti della gentilezza acquistare un intero ornamento; ma dovranno l’uno e l’altra con l’attenzione e con l’esercizio correggere quello stento e quell’affettazione che nelle prime sperienze si vede: e sarà difetto della discepola, se ogni dì non darà qualche prova del suo avanzamento, come la dà lo scolare ne’suoi disegni. Con tutto ciò è da sapere che molto più presto può correggere il pittore una tirata linea, che una giovane un’azione non regolata. S’egli non si avesse a fare altro nella figura dipinta e nella donna, che dipingerla con un bel colore, acconciare quanto più si può la statura o le fattezze della faccia, l’arte non sarebbe tanto difficile, quanto altri pensa; e starebbe quasi tutta nel mescolare colori, e il più il più nel fare un ritratto che stesse bene da sè; ma perchè una femmina riesca grata agli occhi di un uomo di cervello, le si richiede una certa grazia e armonia di carattere che faccia buon accordo con le compagnie, in quel modo appunto che in una tela storiata si accordano bene le figure insieme per essere interamente lodate dagli uomini intelligenti. I difetti della bacchettona e quelli della civetta sono al tutto somiglianti alla paurosa esattezza e alla soverchia licenza del pennelleggiare.

Nivel 4

Ejemplo

Un grado di libertà che oltrepassi l’affabilità, si troverà in alcune, che, congiunto a molte altre grazie e bellezze, piacerà, come que’tratti arditi di Paolo Veronese.
Altre ci sono che con una dilicata riserva piacciono, come il pennello gastigato e corretto del Correggio. E ve ne ha una terza spezie che hanno un maraviglioso ingegno di rendersi altrui gradite con una strana affettazione di capricci e di un particolare contegno. Anzi ne conosco io non poche le quali danno un bellissimo saggio di grottesche e di figure fantastiche, da vincere ogni migliore artista di questo genere. Ma si dee notare che questi sono privilegi particolari a certi caratteri; nè possono mai produrre buon effetto, se non traggono la qualità loro da certi naturali doni, e non rampollano, per così dire, dal fonte della natura. Tante possono essere le maniere del piacere altrui, quanta può essere la varietà di maniere ne’buoni pittori; e ci sono anche quadri, non dei principali maestri, che sono degni di stima; sicchè molte femmine si possono annoverare fra le amabili, galanti, compiute e garbate, comecchè le non sieno la signora . . . Il contegno delle attitudini e l’arte del panneggiare hanno tanta dipendenza da’caratteri, dalle circostanze e dal disegno, che non è cosa possibile il ridurgli a stabilite regole e sicure. Non negherà chicchessia, cred’io, che gli atteggiamenti di una ballerina in teatro non istieno bene ad una signora di condizione, come non sarebbe bene dipinta una Venere nell’antica movenza di un Mercurio. Con tutto ciò il sapere qual sia la disinvoltura delle membra le gioverà, come giova al pittore la cognizione nella notomia, quando egli ne fa un segreto uso a guidar bene i disegni suoi. Nè vi sarà difetto anche nel panneggiare, quand’ella studierà con diligenza la sua statura, la sua condizione e le usanze che corrono, senza voler più fare di quello ch’esse richiedano.

Metatextualidad

Molte altre cose si potrebbero confrontare intorno alla pittura e alle donne; ma io vi promisi uno sbozzo, non un’opera perfetta. Considerate voi al presente, dietro alle tracce che io ho segnate con questa breve scrittura. Ci sarebbe a dire delle pitture coperte e scoperte; delle pieghe de’veli; se sieno migliori i vestiti lunghi o i corti; della nudità delle braccia; della capellatura, e altre infinite cose, con la cui arte si può far peggiore o migliore una pittura o una donna.
A’cortesi leggitori, l’Osservatore.

Metatextualidad

Io confesserò nella presente lettera con aperto animo a’miei leggitori, che mi trovo grandemente impacciato a terminare questo foglio. Direi volentieri anche la cagione del mio impaccio, se non sapessi che i casi particolari di un uomo non debbono molestare il pubblico. Quanto io posso dire per ora, si è un’osservazione che io fo sopra me medesimo intorno alla picciolezza dell’umano cervello. A considerare il mio capo di cinque dì fa, avrei detto che non gli dovessero mai venir meno i pensieri. Germogliava l’intelletto da tutti i lati; a fatica potea bastare la mano e la penna con velocità grande ad assecondare quello che dettava la mente; oggidì quel florido semenzaio è sparito, e il fatto mio è un sudore a ritrovare le parole. Se anche un pensiero a stento rampolla, non trova con qual altro suo somigliante collegarsi, e non può attecchire. Vergognomi grandemente dopo molte lezioni e meditazioni di ritrovare in me tanta sterilità, e di avere coltivato un terreno che con tanta ingratitudine mi corrisponde. Se io esamino le cagioni di ciò, veggo che, quando lo spirito è dalla forza di qualche passione condotto tutto ad una parte, non sa spiccarsi dall’oggetto che lo tragge a sè con violenza, onde se riesce infecondo, non è sua tutta la colpa. Se io gli dessi adito di poter liberamente mandare alla punta della penna quello che sente, egli mi promette che sarebbe eloquentissimo, e che io sarei contento dell’opera sua. Ma il difetto è mio, che non gli lascio spiegar l’ale a suo piacere. Se mai avverrà ch’egli abbia qualche contentezza, io lo lascerò fare a modo suo quanto vuole; per ora stiasi cheto a dispetto suo; desiderando io che acquisti piuttosto biasimo di sterilità, che d’importunità e di poca creanza. Pensi chi legge, di grazia, che la mente mia sia per ora quasi un orticello il verno;

Nivel 4

Ejemplo

se alcuno ne ha mai tratto erbaggi o fiori, l’abbia per iscusato, che venuta una mala stagione, non può produrre, e non ha per ora altro che i gambi e i torsi del verde che diede in altro tempo. Non penerà molto a venire la stagione migliore, e fruttificherà di nuovo.
Il fondo non è tristo, e fino a qui non dirò baldanzosamente, se affermerò che non fu lavorato male. Tanti me l’hanno detto, che quasi quasi presterei loro fede. Sia comunque si voglia, io non saprei altro fare, fuorchè chiedere per ora scusa ai miei leggitori, da’quali ho avuto varie sperienze di gentilezza. Credeva di non aver materia da ragionare, e avrò cianciato soverchiamente. Ma il cianciare non è dire. A questo modo potrei empiere più fogli. Conosco ora che lo stampare costerebbe poca fatica, quando si volesse proseguire a questo modo. Meglio è lasciar perire qualche poco di carta bianca, che farvi affaticar sopra le braccia e i torchi per empierla in fine di vento, e non altro.