Zitiervorschlag: Giuseppe Baretti (Hrsg.): "Introduzione", in: La Frusta letteraria di Aristarco Scannabue, Vol.1\00 (1763), S. 3-13, ediert in: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Hrsg.): Die "Spectators" im internationalen Kontext. Digitale Edition, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.323 [aufgerufen am: ].


Ebene 1►

Introduzione

Ebene 2► Metatextualität► Quel flagello di cattivi libri, che si vanno da molti e molti anni quotidianamente stampando in tutte le parti della nostra Italia, e il mal gusto di cui l’empiono, e il perfido costume che in essa propagano, hanno alla fin fine mossa tanto la bile ad uno studioso e contemplativo galantuomo, che s’è pur risoluto di fare nella sua ormai troppo avanzata età quello che non ebbe mai voglia di fare negli anni suoi giovaneschi e virili, cioè si è risoluto di provvedersi d’una buona metaforica Frusta, e di menarla rabbiosamente addosso a tutti questi moderni goffi e sciagurati, che vanno tuttodì scarabocchiando commedie impure, tragedie balorde, critiche puerili, romanzi bislacchi, dissertazioni frivole, e prose e poesie d’ogni generazione, che non hanno in sè il minimo sugo, la minima sostanza, la minimissima qualità da renderle o dilettose o giovevoli ai leggitori ed alla patria.

[4] Molto magnanimo, come vedete, signori miei, molto magnanimo è il motivo che induce questo vegeto e robusto vecchio a dichiarare, come solennemente dichiara, una disperatissima guerra a tanti Goti e Vandali, che dal gelato Settentrione dell’ignoranza sono venuti a manomettere, a vituperare e a imbarbarire il nostro bellissimo e gloriosissimo Stivale. Ma chi è, direte voi, questo bravaccio, il quale con questa sua terribile Frusta in pugno si lusinga così baldantemente di far più che non fece Morgante col Battaglio, o Dama Rovenza col Martello? Chi è costui che viene così d’improvviso ad attaccare tutti i nostri paladini del calamajo, e si propone di trattarli come i discoli ragazzacci sono trattati dagli austeri e collorosi pedanti? Chi è costui che giudica le sue forze proporzionate a tanto vasta, a tanto ardua, a tanto pericolosa intrapresa?

Ebene 3► Fremdportrait► Chi egli sia, leggitori, non vi si può per anco dire per alcune ragioni, che troverete buonissime quando verrà il tempo che vi sieno manifestate. Dunque abbiate un po’di flemma, e vedetelo prima adoperare alquanto questa sua Frusta sul deretano a qualche dozzina di questi scrittoracci moderni. Quand’egli avrà fatte rosseggiare alquanto le carni di questi poltronieri, e quando avrà fatte loro alzare le grida pel dolore delle prime frustate, [5] allora si torrà dal viso quella maschera che si propone di portare alcun tempo per maggiormente atterrirli; allora si lascerà guardare nella fisonomia; e sarete allora informati pel lungo e pel largo della sua nascita, della educazione sua, della sua indole, dei suoi costumi, degli studj suoi, del suo general modo di pensare e di vivere; ed in sostanza saprete allora fino il numero dei denti che gli rimangono ancora in bocca, se mostrerete voglia di saperlo. Ma per ora egli non vuol essere che una specie d’indovinello, e si vuol celare sotto il nome di Aristarco, e sotto l’allegorico cognome di Scannabue.

Metatextualität► Non v’aspettaste però, leggitori, di sentire cose comunali e da nulla, quando questo Aristarco Scannabue in questi suoi fogli verrà dandovi a mano a mano un minuto ragguaglio di sè stesso, e raccontandovi pezzo per pezzo tutti i casi suoi. ◀Metatextualität La vita di quella mansueta ed innocua gente, che noi volgarmente chiamiamo Letterati, non è, e non può essere, gran fatto piena di strani accidenti, nè troppo feconda di maravigliose varietà; perchè è per lo più una vita vissuta tutta in un paese solo, e tutta limitata in un ristretto cerchio di amici, la maggior parte ignoranti affatto, o appena iniziati negli elementi del sapere. Ma la vita del nostro Aristar-[6]co Scannabue è stata una cosa assai diversa, ve l’assicuro. Quando alla madre natura venne in capriccio di formare il suo individuo, parve propio si proponesse di fare una singolar cosa, poichè gli è certo che si stette di molte settimane rimescolando assai ignee materie, che infuse quindi nella sua corporea sostanza. E quando l’ebbe tutto formato in guisa da farlo poi riuscire, come riuscì, un uomo di statura poco meno che gigantesca, quella buona madre natura lo produsse al mondo in uno de’più ardenti giorni della canicola; onde non è da stupirsi se Aristarco non potette poscia stare per un lungo tempo fisso in un luogo, e se de’quindici lustri già da esso vissuti ne passò dieci intieri intieri sempre avvolgendosi come una fiamma per diverse regioni del mondo. Nella sua prima fanciullezza egli non ha, a dir vero, operata alcuna cosa molto rimarchevole, se non vogliam dire che fosse rimarchevole il passare che egli faceva molte e molte giornate in un giardino di casa, diligentemente cercando scorpioni pei fessi de’muri, e di sottovia de’vasi di creta e di legno, e schiacciando quegli scorpioni se li trovava piccini, o riponendoli vivi in un fiasco d’olio se s’abbattevano ad esser grandi, pigliandoli sempre su colle sue proprie dita, senza punto di paura delle loro velenose code. Ma se Aristarco [7] fece poco nella sua fanciullezza, voi avete a sapere, leggitori, ch’egli spese l’adolescenza in istudiare sotto il celebre Diogene Mastigoforo, insigne papasso d’Antiochia, alcune delle lingue d’Oriente, dopo d’essersi molto bene insignorito del latino e del greco; e fu tanto costante l’ostinatezza da lui principalmente usata nello apprendere il parlare degli Arabi e quello del Mogol, che non aveva ancora diciassett’anni compiuti quando finì di tradurre la Fiammetta del Boccaccio in prosa arabesca, e i tre primi libri del Calloandro Fedele in versi mogollesi. La Fiammetta egli la dedicò al famoso Sul Im Addin, primo visirre del Soffì di Persia, e que’tre libri del Calloandro li regalò al formidabil tartaro Krab Kul Kan Kon Generalissimo di tutto l’Indostan. Que’due gran personaggi egli se gli fece molto amici, e li trattò con molta domestichezza, massime nel secondo viaggio che fece per quelle rimote contrade, conchiudendo anzi in quel viaggio un difficile trattato di pace e di commercio fra di essi. E allora fu che Aristarco deposto l’abito europeo s’avvezzò a coprirsi il capo d’un turbante, a indossare una lunga zimarraccia foderata di pelliccia, a portare un gran pajo di mustacchi sotto il naso, a cingersi una lunga scimitarra al fianco, ed a valersi sovente di quelle mi-[8]litari cognizioni da esso pochi anni prima acquistate servendo come volontario in Fiandra ne’granatieri dell’immortale duca di Marlborough, e poi in Ungheria ne’dragoni dell’invincibile principe Eugenio.

Dopo che Aristarco ebbe spesa la miglior parte della sua travagliosa vita, or vibrando spuntone o sciabla per gli eserciti d’Europa e d’Asia, ora maneggiando spada o moschetto sulle flotte inglesi e giapponesi, ora soffrendo caldo e freddo nello attraversare provincie e mari, ed ora zerbinescamente avvolgendosi per palagi e per corti, sempre sottilmente notando costumi, nè mai trascurando i libri e lo studio; e trovandosi pur un tratto sei buone croci sulle spalle, se ne volle finalmente tornare di donde era partito quarant’anni prima, cioè a casa sua. Egli cominciava a sentirsi talvolta fiacco dopo un violento esercizio, e talvolta le vertigini lo facevano barcollare dopo una lunga applicazione. E poi non poteva non accorgersi d’avere una gamba meno di quello che hanno gli altri uomini, poichè la sua gamba manca egli l’aveva veduta distaccarsi dal suo ginocchio e cascar nell’Oceano vicino allo Stretto di Gibilterra, per la possente virtù d’una palla di cannone, che uscì una mattina con troppa furia da un brigantino corsaro di Marocco. Ben potete credere, leggitori, che do-[9]po un tale accidente qualche porzione di quelle tante particelle sulfuree che la madre natura aveva mischiate nella sostanza del suo individuo, cominciarono a svaporare e ad ammorzarsi; onde non è strano se trovandosi con una gamba di legno sotto il ginocchio sinistro, s’indusse tosto a dar volta, e a tornare ad patrios Lares. Sono dodici anni omai, che egli se la passa bel bello in un soggiorno campestre poco distante da una delle più cospicue metropoli d’Italia nostra, vivendo i suoi dì molto solitariamente per mancanza di parenti, di cui non gliene rimane più alcuno vivo, e per mancanza d’amici, di cui ebbe sempre scarsezza grande, come è il caso di tutti gli uomini onesti. La sua giornaliera compagnia e divertimento sono alcuni cani d’Irlanda e del Canadà, alcuni gatti d’Angola e del Malabar, e alcuni uccelli e scimmiotti di varie parti d’America, tutti nati da altri cani, gatti, uccelli e scimmotti recati con sé quando tornò da quelle regioni. Di libri, come vi potete immaginare, Aristarco ne ha una quantità esorbitante, sì degli stampati che de’manoscritti, sì degli europei che degli asiatici, e specialmente degli arabici, degli etiopici e de’cinesi, che dopo la sua morte, se il suo già fatto testamento avrà il debito effetto, non saranno una spregevole aggiunta ad una [10] delle nostre più celebrate pubbliche biblioteche. Il suo principal passatempo è la lettura di que’suoi libri, la coltura di un suo orticello botanico, e il perpetuare, come s’è detto, le razze de’sopraddetti cani, gatti, uccelli e scimmiotti. Que’cani, que’gatti e quegli uccelli si multiplicano con qualche difficoltà; ma que’scimmiotti non si può dire quanto sieno fecondi e prolifici nel nostro clima, grazie alle sue stufe di cui avrà forse un giorno occasione di parlare. Uno solo ne genererebbe cento in pochissimo tempo, se Aristarco lasciasse fare; ma egli ne annega alcuni de’piccini di tanto in tanto, ed a que’che sono di razza grande fa fare uno scherzo dal norcino; e così intende di continuar quindinnanzi finchè avrà fiato e vita. A ognuno di quegli scimmiotti che Aristarco lascia vivi, egli ha capricciosamente posto il nome di poeta o di prosatore moderno, secondo il carattere che egli crede scorgere in questo o in quell’altro scimmiotto, come anderete da esso intendendo a misura che egli anderà tirando innanzi con questi suoi fogli intitolati La Frusta Letteraria. Siccome e’se ne sta quasi sempre in quel suo soggiorno campestre, e si lascia veder di rado nella vicina metropoli, continua vestirsi alla persiana per una spezie di grata commemorazione della buona memoria del primo visirre Sul Im Ad-[11]din, che gli fu tanto amico in diebus illis; onde, sia per cagione di quell’abito esotico, sia perchè settantacinqu’anni non fanno gola, sia perchè gli manca la gamba sinistra, sia per que’due gran mustacchi ch’e’porta sul labbro superiore, o sia perchè ha eziandio qualche difetto sul labbro inferiore, baciatogli quasi tutto via in Erzerum dalla dammaschina sciabla d’un soldato circasso, le donne del villaggio non si curano troppo di trattar familiarmente con Aristarco, e gli uomini anch’essi di rado s’arrischiano a parlargli, tanto più che alcuni lo hanno anche in qualche leggier sospetto di negromante, o come dicono essi, di stregone; cosicchè gli è forza si contenti della conversazione di Macouf suo schiavo turco, e di barattare qualche parola con Ebene 4► Fremdportrait► un don Petronio Zamberlucco, il quale è curato del luogo dov’egli dimora. Questo dabben religioso si compiace di passare qualche sera di domenica con Aristarco, fumando seco un pajo di pipe, ajutandolo con assai modestia a vôtare qualche fiasco, e stendendo con molto grave taciturnità gli orecchi quand’egli ciancia de’suoi viaggi, de’suoi tanti pericoli passati, delle mode e costumanze de’lontani paesi, e delle varie favelle e della varia letteratura di varie nazioni. Qualche volta leggono insieme qualche squarcio d’un qualche moderno [12] libro italiano, e per lo più Aristarco dà addosso ai moderni italiani autori, e don Petronio talora si sforza di difenderli. Il buon uomo ha la pecca di farsene venire una copia subito che qualche letterario giornale, o gazzetta, o un suo corrispondente librajo gliene danno indizio. Vedete che bel modo quell’onesto curato ha saputo trovare per buttar via danari con non mediocre pregiudizio d’un suo cherichetto, che dev’essere un di suo erede perchè gli è nipote. ◀Fremdportrait ◀Ebene 4 Per guarir dunque don Petronio Zamberlucco di questo suo difetto, Aristarco ha voluto intraprendere di scrivere i presenti fogli; e perchè i moderni dotti capiscano immediate l’intenzione con cui gli scrive, ha voluto intitolarli La Frusta Letteraria, che è titolo chiaro e intelligibile, e nulla bisognevole di commento. Lo scrivere questi fogli gioverà anche ad Aristarco a sfogare l’innata bizzarria, a fargli purgare un po’di quella stizza che la lettura d’un cattivo libro naturalmente gli muove, ed a finir di consumare quel breve spazio di vita che gli resta a vivere con qualche profitto de’suoi compatriotti. Avvertite dunque, signori leggitori, che Aristarco si mette a malmenare tutti i moderni cattivi autori che don Petronio gli farà capitare sul tavolino, e si dispone a farne proprio fette senza la minima misericordia; onde badate a non [13] iscrivere, o a scriver bene, e cose di sustanza, se non volete toccare qualche maladetta frustata. ◀Fremdportrait ◀Ebene 3 Ogni quindici dì sarà scritto uno di questi numeri, che voi vi compiacerete di leggere molto attentamente approfittandovi di quelle moltiplici notizie e de’buoni documenti, che il vecchio Aristarco Scannabue vi potrà dare in questo po’di tempo che gli rimane a picchiar ancora il Globo Terracqueo con la sua gamba di legno. Valete omnes. ◀Metatextualität ◀Ebene 2 ◀Ebene 1