Citazione bibliografica: Gasparo Gozzi (Ed.): "Numero XIX", in: L’Osservatore veneto, Vol.1\019 (1761-04-08), pp. 81-85, edito in: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Ed.): Gli "Spectators" nel contesto internazionale. Edizione digitale, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.321 [consultato il: ].


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N° XIX

A dì 8 aprile 1761.

Citazione/Motto► Ut externus alieno pene non sit hominis vice.

Plin., Hist., lib. VII.

Per modo che due di paese diverso a pena
riescori uomini l’uno rispetto all’altro. ◀Citazione/Motto

Livello 2► Livello 3► Racconto generale► Passando pochi dì fa per Merceria, io vidi un cert’uomo, il quale affacciatosi ora ad una bottega, ora ad un’altra, chiedeva in suo linguaggio, che tedesco era, non so qual cosa a’bottegai, e quasi si disperava di non venirne inteso. Alla fine, quando piacque a Dio, si abbattè ad una persona che l’intese e gli rispose a proposito. Il buon uomo fece lieto viso, ringraziò con buon garbo chi gli avea risposto, e se ne andò a’fatti suoi. Molti furono intorno all’uomo che l’avea inteso, e chiedevano: “Che ti ha egli detto?” La somma fu, che il forestiere domandava di andare a San Giuliano, ed era per disperarsi non ritrovando chi l’intendesse. ◀Racconto generale ◀Livello 3 Odi cosa ch’è questa! diss’io secondo l’usanza mia fantasticando, oh quanto male fece Nembrotte quando edificò quella torre che fu cagione di trinciare un linguaggio solo in tanti minuzzoli! Quando ci troviamo in compagnia di uomini di un altro paese, eccoci divenuti ceppi, torsi e peggio. Egli è come appunto se noi fossimo sordi. Uno cinguetta, e chi l’ascolta allunga il collo, perche udendo ad articolare parole, gli par pure d’intendere, e in fine non ha inteso sillaba, e dice all’altro in suo linguaggio: io non intendo; e quegli non intende che non s’intenda; onde ne nasce un miscuglio tale, che il dono della parola, per cui sono diversi gli uomini dalle bestie, non giova più loro nè punto nè poco; tanto che l’esser mutoli e sordi sarebbe quel medesimo, o forse meglio, perchè non si avrebbe il disagio di muovere la lingua e di tirare gli orecchi. Oh egli è pure una bella cosa e un mirabile edifizio questo dell’uomo! A me pare i pensieri sieno a modo di una fiammolina, ma di natura sì nobile e vivace, che per mostrarla altrui, la si abbia ad arrestare e vestire con un velo. Le parole la velano, ed eccola in istato di poter essere compresa dai circostanti. Ma tanti veli v’ha, quanti sono i diversi linguaggi; e chi non si avvezza a poco a poco con lo studio o con la pratica al colore di quelli, vede bene che sono veli, ma non sa quello che vi sia dentro. Avviene il somigliante quasi anche in un medesimio linguaggio, quando gli oratori ed i poeti vestono coteste fiammoline con certe copriture lavorate da loro. Tutti que’nomi inventati da’dotti di metonimie, metafore, allegorie, e mille altre da far isbigottire i cimiteri, non sono se non velami, ne’quali chiudono pensieri [82] che sono come tutti gli altri; e tuttavia talvolta si sta a bocca aperta ad udirgli, che sembrano Arabi o di Calicutte.

Ma quello di che più si dee maravigliarsi, e che a me veramente pare più strano, si è che ci sono alcuni uomini, nati nel paese nostro, i quali parlano un medesimo linguaggio con esso noi, ed escono loro dalla lingua quelle parole che ognuno dice tuttodì, e con tutto ciò non si giunge mai ad intendergli. E non crediate già che non favellino ordinatamente e con bel garbo; chè anzi sono de’migliori e più schietti parlatori del mondo. E quello che più mi fa maravigliare si è che, udendogli, si risponde loro a proposito, e si piange o si ride, secondo ch’essi toccano le corde della malinconia o dell’allegrezza; e con tutto ciò vi partirete da costoro senz’aver compreso una sostanza immaginabile, e pieni di aria e di vento. Io non so in qual forma io debba chiamargli; ma sono uomini che fanno professione di non dir mai quello che sentono in loro cuore, ne fanno altro studio, fuorchè di esaminare quello che pensano, per iscartarlo, e dire quello che non pensano. Potrebbe anch’essere che la malignità degli uomini avesse dato a cotesti tali il nome di bugiardi, e che in effetto essi non abbiano colpa se non dicono mai la verità. Chi sa che non sia difetto dell’edifizio? A dire la verità, è necessaria la memoria. Questa è la custode di tutto quello che abbiamo veduto o fatto; e quand’essa non è capace di ritenere cosa veruna, ecco che la parte inventiva dell’intelletto rimane superiore e più gagliarda; onde è quasi passato in proverbio, che la gran memoria offende l’ingegno. Cotesti poveri di memoria dunque, e pieni d’ingegno per natura, avendo la lingua come tutti gli altri, se ne debbono valere; e non ritrovando capitale da adoperare nella memoria, si vagliono dell’ingegno; e narrano subitamente cose che non hanno vedute mai, affermano quello che non hanno mai udito, dicono di aver fatto quello che non si son mai sognati di fare, e per lo più sono più caldi e fervorosi ragionatori degli altri, perchè gli uomini che traggono il favellare dalla memoria, parlano di cose passate e infreddate per conseguenza; ma gl’ingegnosi favellano di quello che nasce loro in capo in quel momento, e si trovano come dire in sul punto dell’operazione, e par loro di fare quello che narrano. Il difetto della memoria in cotesti tali è palese; perchè se ti abbatti in loro la seconda volta, non creder però di aver ad udire le stesse circostanze, nè la medesima narrazione di prima. Se tu ritocchi loro la faccenda un altro giorno, odi nuovo apparecchiamento di cose, nuova orditura e nuovo aspetto di storia; sicchè se tu venissi mille volte a ragionamento con esso loro, mille volte ritroveresti grandissima variazione, e ti partiresti da loro in sostanza così bene informato, come se avessi parlato con un Americano.

Citazione/Motto► . . . In manicis et
Compedibus sævo te sub custode tenebo
.

Horat.

Ti terrò in catene e ceppi con rigida custodia. ◀Citazione/Motto

Livello 3► Eteroritratto► Certi erroruzzi, che nascono dalla gente di picciolo affare, non si allargano fra gli uomini, e non danneggiano punto il costume in universale. Vedesi, per esempio, una femminetta per le vie, la quale con [83] mille frastagli e pennuzze si fa un vestimento, e cammina con certi attucci parte di albagía e parte di amore; tutti diranno: La è pazza; e le si faranno le fischiate dietro. Chi la chiamerà di qua, chi di là; si ciancia seco, e in fine ella se ne va con Dio, e non avrà lasciato di sè un mal esempio ad alcuno. Va un altro, e succia con bocca fuori della pila l’acqua benedetta, e appresso la va sbuffando sopra i circostanti per devozione; egli ha sciolto i bracchi, è uscito del seminato, gli va attorno il cervello. ◀Eteroritratto ◀Livello 3 Io non nego già che queste non sieno pazzie solenni; ma bene affermo che se, per esempio, egli fosse accaduto mai che nel Messico, o in altro lontano paese, fosse venuto il capriccio alla reina di fornirsi come quella pazzaccia che ho nominata di sopra, tutte le donne sue seguaci avrebbero imitata l’usanza di lei; e fuori della corte si sarebbe la foggia per tutto il reame allargata. E se fra le ipocrisie che narra il Manucci di aver vedute alla China, qualche gran signore di colà avesse avuto per usanza, oltre al collo torto e allo strabuzzare gli occhi, di soffiar acqua nella faccia delle persone, io non dubito punto che tutto il paese non avesse piovuto acqua dalla bocca. L’esempio de’maggiori è stato sempre la norma di tutti gli altri. Io non so donde avvenga che ogni uomo voglia vivere per comparazione, e misurar sè col passetto dei più grandi, massime quando si tratta di rovinare la famiglia e le sostanze. Mi sono più volte maravigliato a vedere questo umore che abbiamo d’imitazione nel fare quello che non si può, perchè ognuno vedendo a danzare sopra una fune, o a fare salti pericolosi e mortali, non tenti di rompersi il collo per fare quello che vede. Livello 3► Exemplum► Dicevami già un uomo dabbene, ch’egli avea da circa trecento ducati di rendita, e che per la sua pazzia stava male: “Io ho,” diceva egli, “una picciola famigliuola, e perchè veggo tanti più ricchi di me ad abitare in nobilissimi palagi, mi pare vergogna se non ho almeno una mezzana abitazione. I vestiti altrui guerniti di oro e di argento mi tentano a gareggiare; e se io non posso giungere all’oro e all’argento, voglio almeno pervenire al panno fine e alla seta. In capo all’anno ho avuti molti pensieri, anzi infinite spine nel cuore. Perchè non so io stabilire un giorno di rincantucciarmi in una contrada rimota, in una casettina a fitto di quindici o venti ducati il più, con un panno indosso ruvidaccio che poco costi, e con altre spese a proporzione di queste? Io so pure che fra gli abitatori delle casipole sarei il maggiore co’miei trecento ducati, e verrei da tutti ammirato; e, quello che più importa, non avrei un pensiero al mondo. Ma noi siamo di una razza che vogliamo paragonarci sempre con quelli che vanno all’insù come il ranocchio di Esopo, e non ci ricordiamo mai de’minori di noi, nè di uguagliarci a quelli.” ◀Exemplum ◀Livello 3 Così mi parlava quest’uomo dabbene; ma non seppe mai deliberarsi ad eseguire il suo pensamento, e morì mezzo disperato.

Dall’altro canto, sopra tutti le più ricche signore non hanno carità delle minori di sè; e sapendo che il cuore umano è cotanto inclinato all’imitazione, si vagliono senza un pensiero al mondo delle ricchezze [84] nell’invenzione di nuove fogge e di abbigliamenti. Queste gli veggono, e senza misurare altro, vogliono gonfiarsi e gareggiare ad ogni modo, e suo danno a chi tocca. Vero è che nella imitazione io veggo un certo che di stentato e di strano, che vi apparisce la penuria, o una certa squisitezza la quale mostra che l’ingegno ha supplito in parte al danaro. Ma sieno quattrini o ingegno, tutto è travaglio in capo all’anno; e se le meschinette non vedessero tante mutazioni, le viverebbero più agiate e chete. Mi è tocco più volte al tempo del carnevale di vederne alcuna allo specchio vestita di nuovo, quasi fuori di sè per l’allegrezza di andare mascherata alla piazza, e piena di speranza di vincere tutte le altre nel buon gusto del drappo che avea indosso. Ma che? Non sì tosto la si trovò in quel gran mare di varietà, che la era quasi una gocciola, e si disperava di vedersi abbandonata dagli occhi dei circostanti, i quali erano tutti rivolti a due o tre sole maschere, che l’avean vinta per quel dì: onde non si curava più punto di quanto avea, e pensava già ad una nuova battaglia per sottomettere le vincitrici di quel giorno. Egli è un dolore a vedere come si stancano gl’ingegni fin delle più menome artigianelle per giungere a somigliare alle maggiori. Se esce una usanza di cuffie con le ale grandi, non passano quindici dì, che le minori teste sembrano svolazzare con due alacce che paion di aquila; all’incontro se le ale s’impiccioliscono, di là a poco tempo le cuffie diventan creste. Ho veduti pendenti sì lunghi che dondolavano fino alla metà della gola; di corti che appena bastavano a coprire il fiorellino fatto nell’orecchio. Braccia coperte fino all’ugne, scoperte quasi fin presso alla spalla. Seni chiusi fino al mento, disotterrati fino alla cintura; nel che io non saprei biasimare le donne, quanto fanno alcuni, perchè dovendo esse di tempo in tempo allattare i loro bambini, le correrebbero un grave risico d’infreddarsi, se non usassero la cautela di avvezzare all’aria quelle parti dond’esce il primo alimento dei loro fanciulli.

Citazione/Motto► Dum spectant oculi læsos, læduntur et ipsi,
Multaque corporibus transitione nocent
.

Infermatisi gli occhi nel mirare occhi infermi; e molte cose nocive passano dall’un corpo all’altro. ◀Citazione/Motto

Livello 3► Exemplum► A proposito di esempio, bello è nella Bibbia a leggersi quel consiglio che diede Mamucan ad Assuero, quando Vasti sua moglie, chiamata da lui dopo il convito per far vedere la sua gran bellezza a’convitati, ella non volle andarvi. “Sappi,” disse Mamucan, “che la reina Vasti non solamente ha ingiuriato il re, ma tutti i popoli e i principi che sono nelle provincie di Assuero. Imperciocchè uscirà tra le donne questa fama della reina, per modo che tutte si faranno beffe de’mariti, e diranno: Il re Assuero ordinò che la reina andasse a lui, ed ella non volle. E con questo esempio tutte le donne de’principi Persiani e Medi non faranno più conto degli ordini de’mariti loro.” ◀Exemplum ◀Livello 3 Metatestualità► L’applicazione di questo esempio si può ampliare, secondo me, a più generazioni di cose. ◀Metatestualità

Livello 3► L’Osservatore a Fronimo Salvatico.

Se voi m’amate o credete che io v’ami, datemi qualche notizia del fatto vostro. Avete voi faccende? O, quel che Dio non voglia, non godete buona salute? Io ne sono travagliato non poco. Due o tre linee [85] di vostra mano mi potranno consolare. È impossibile che non vi risolviate a favorirmi. Siate voi in campagna o in città, son certo che vi perverrà la presente polizza alle mani; e attendo di vedere qualche riscontro. Pregovi di questo piacere e di giorno in giorno viverò con la speranza di trovare alla bottega del Colombani un biglietto di vostra mano. V’abbraccio col cuore. Addio. ◀Livello 3 ◀Livello 2 ◀Livello 1