L’Osservatore veneto: Numero XII

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N° XII

A dì 14 marzo 1761.

Citation/Motto

Magnam rem puta, unum hominem agere.

Sen., Epist.

Credimi: è gran cosa il rappresentare un uomo solo e uguale.

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Metatextuality

Io non parlerò di quello di che tanti altri hanno favellato e scritto, cioè che uno oggi loderà un costume e domani un altro;
e non altrimenti di quello che facciano gli strioni sulla scena, ora piglierà questo vestito, ora quello; e secondo che richiede la tragedia o la commedia, rappresenterà stasera Edipoo Cesare, e domandassera Florindo o un servidore o un facchino, se sarà di bisogno. Donde ciò venga, nol so; ma ognuno è nemico dell’uguaglianza, nè ha sì stabilito sè medesimo dentro a sè, ch’egli possa stasera andare a letto uno, e levarsi domani quell’uno stesso. Io ho udito parecchi a giurare che non si sarebbero mai intabaccati d’una femmina, e ridere de’poveri innamorati. Di là a poco ho uditi questi ultimi a beffare que’primi, caduti alla rete che biasimavano, e dir male dell’amore, fuggendo dalle femmine, come dal fuoco. Dirà uno: quale allettamento hanno mai le carte da giuoco, che tengono legàti ad una tavola gli uomini il dì e la notte? Dio me ne guardi. Non giocherei un quattrino se credessi di guadagnarne le miniere dell’oro e dell’argento. Non passano due mesi, che giocherebbe gli occhi del capo. Tutti abbiamo nel corpo la medesima incostanza di volere e non volere quasi ad un tratto; e più sarebbe da ridere, chi potesse penetrare visibilmente con gli occhi ne’cervelli umani, e vedere come vi s’aggirano dentro il sì e il no in uno stesso tempo sopra la medesima cosa; tanto che quello ch’esce prima fuori della lingua, n’esce alle volte piuttosto per caso che per assenso dell’uomo, il quale si pente dell’averlo proferito, e vorrebbe che ne fosse piuttosto uscito quello che v’è rimasto dentro. Noi siamo una certa pasta di contradizioni continue, che non le scoprirebbe il più acuto filosofo del mondo. Ma ho troppo a lungo cicalato intorno a quello che avea prima affermato di non voler dire, cioè dell’instabilità del nostro costume: l’intenzione ch’io ho, è di fare qualche considerazione intorno al cervello umano in generale, e, piuttosto per passar ozio che per altro, seguirlo dietro alla guida d’alcuni effetti diversi che da esso procedono. In primo luogo, vorrei sapere se questo umano cervello, di cui parlo, è una cosa grande e nobile, o goffa, picciola e meschina. Ora mi pare ch’esso si sollevi sopra le stelle, ora che si strascichi pel fango. In una cosa è acutissima, in un’altra riesce uno zoticonaccio, e sì grosso che il fatto suo è un vitupero a dirlo. Avranno parecchi uomini sudato dì e notte con incessabile esercizio e fatica; col seguire i lumi naturali, esaminare gli errori altrui e i propri, trovate molte belle verità delle quali avranno arricchite le scienze e giovato al mondo. Uno si vuol far beffe del fatto loro, e gli avviserà che in casa sua è nato un bambino con un dente d’oro in bocca. Essi con tutto il capitale dello studiato, e con que’medesimi principii alle mani, c’hanno stabiliti a ritrovare la verità, si tuffano ne’più profondi e men praticati pelaghi della fisica, e scrivono trattati, lettere, dissertazioni, dimostrando non solo che natura può far ispuntare nelle gengie d’un fanciullo un dente d’oro massiccio, ma pongono natura al limbicco, le assegnano i gradi del calore, e a passo a passo la guidano all’operazione del fabbricare i denti d’oro. E che diranno poi, quando sapranno che quello ch’essi hanno tante volte veduto, esaminato al sole, e con le candeluzze, non era d’oro, ma un dente dorato per ischerzo, e per fargli farneticare? Parvi picciola differenza questa d’altezza e meschinità? d’acutezza e goffaggine? E che sì, che se fossero vivi a’nostri giorni, sarebbero caduti anch’essi alla rete pochi dì fa, come quasi tutti gli altri cervelli, e avrebbero con lunghi e sottilissimi esami trovato di quale specie fosse quel mostro che fu inventato in Brescia, e che disegnato in fogli fu aggirato qua e colà per le mani quasi di tutti? Oh! avrebbono pur essi fatto una cosa notabile e grande ad aggiungerlo notomizzato alla storia naturale; ed esser dopo chiariti ch’esso fu uno scoiattolo trovato morto, e sformato dalla malizia di certuni, i quali per farlo altrui vedere e ritrarne danari, gli aveano tronche le gambe davanti, rammarginando il taglio con somma accortezza, e allungato il collo con fil di ferro, per ridurlo alla lunghezza di quello d’un’oca. Ma non sono queste le sole diversità del cervello: e non istà solamente la sua disuguaglianza nell’essere ora acuto e grande, ed ora goffo e meschino. Un’altra varietà è in esso grandissima, ch’è quella del rendere a tutto suo potere immortali cose che per sè sarebbero da nulla, e all’incontro procacciare la distruzione di quelle che dovrebbero esser durevoli. Prima dirò dell’umore ch’egli ha d’ingrandire alcune cose, e dell’attività sua nel renderle durevoli; poi del contrario. Nasce, per esempio, un’erba dalla terra, a cui è affezionato l’ingegno, ed ecco che mediante i trovati suoi, la fa cambiare in fila di molte qualità, mettere sui telai, e ne fa tele di più condizioni, e tali, che alquante d’esse vanno a coprire i delicati corpi delle più morbide e vezzose donne e de’più solenni personaggi del mondo. Altre d’esse tele distende in quadri sopra certi legni; e con altre più sottili invenzioni vi dipinge sopra le sue mirabili fantasie, e vi ritragge con una galante arte d’imitazione uomini, animali, architetture, paeselli, boscaglie, e tutto quello che vede, con sì bella grazia e con tant’anima e vita, che fa durare le centinaia d’anni in grandissima gloria nelle sale e ne’gabinetti de’principi la tela, talora coperta di finissimo zendado che la vela agli occhi tuoi, non senza una spezie di venerazione. Oltre a ciò, quando tu crederesti che le più fine camice e le più candide lenzuola fossero già logorate, il compassionevole ingegno raccoglie que’meschinetti cenci già rifiutati dal corpo, e con pietoso ufizio si adatta a fargli risuscitare, tramutandogli in carte; le quali, oltre all’essere conservatrici fedeli e testimonie di tutti i patti e di tutte le ricchezze delle genti morte e vive, sono credute da’principi e da’magistrati che sostengono le ragioni addotte da quelle, col vigore della santissima giustizia. Che diremo poi, quando l’ingegno le consagra all’eternità, con le stampe? Trascorrono allora i fogli per terra e per mare, e fra tutte le coltivate genti si spargono. Apparecchiansi per essi fondachi, botteghe, stanze a posta loro di preziosi legni intagliati; chiudonsi in dorate pelli, e chi più ne possiede, è più stimato e lodato; tanta è la grandezza dell’industria aggiunta dall’ingegno ad un piccolo dono di natura di un gambo d’erba. All’incontro, dell’umor suo inchinato alla distruzione vuoi tu più evidente esempio degli uomini, che pure son altro che un gambo d’erba? Non gli è bastato ch’essi possano essere affogati dall’acqua, dal fuoco arsi, dalle malattie sgangherati, da ogni menoma ferucola e da un acinuzzo di uva fatti morire, ch’egli ha inventate frecce, lance, spade, archibusi, cannoni e tante diavolerie, ch’io non le saprei noverare, per farne perire le centinaia e le migliaia in un dì; e questo bell’atto di generale e dolorosa consumazione l’ha nominato gloria, e l’ha ridotto a scienza con ispeziali regole e ordini, e con tante misure per ammazzare uomini, che Natura, la quale ce l’ha insegnate sì facili per fargli nascere ed empiere il mondo, si vergogna d’essere da’figliuoli suoi combattuta con tanta dottrina.

Citation/Motto

τί προς με . . .

Stoicus

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Example

Crisogono amaramente piange e s’addolora delli disordini di sua famiglia. Egli ha quattro figliuoli. Questi nella età loro tenera erano la sua delizia; ora nella età matura sono il suo tormento. Si vedeva egli nelle pubbliche piazze, nelli teatri ed in ogni festevol concorso accompagnato da’suoi quattro idoletti. Nelle vesti magnifiche gareggiavano colli più ricchi e colli più vistosi; ogni loro voglia veniva appagata. Crisogono erede di doviziosa fortuna, da’suoi antenati con industria procacciata e con economia stabilita, s’è lasciato vincere dal falso costume. Ha creduto sollevarsi dalla sua sfera coll’abbandonare l’ereditario sistema della famiglia. Ha troncato il suo traffico. Parte de’suoi capitali è stata destinata a procurarsi un bell’alloggio, di vaghe suppelletili fornito: e parte è stata destinata all’annua rendita per l’agiato mantenimento. La circolazione sospesa ha fatto cessare la moltiplicazione o almeno l’accrescimento della fortuna. Il punto fissato per centro della base del nuovo sistema, resse al peso di quel tempo; ma il tempo moltiplicò il peso, ed ora va crollando il sistema. I quattro figliuoli, pieni di semi d’idee grandi e piacevoli, hanno avuto una educazione corrispondente a così mal piantati principii. S’è sviluppata in essi l’idea della grandezza, e con essa s’è accoppiato l’ozio. L’ozio ha sviluppato e raffinato l’idea del piacere, ed il costume ha autorizzato col suo contagioso esempio il disordine. Col crescere dell’età de’figliuoli, le spese sono andate crescendo; fatti adulti, si sono moltiplicate. Ognuno di essi ha li suoi assegnamenti. Crisogonoè confuso; ha preso il volo troppo alto. Non ha preveduto bene l’avvenire; non ha preso bene le sue misure. L’uso di cento cose superflue rende corte le sue rendite. Prende a credito, accelera la propria e promuove l’altrui rovina. Lo svagamento de’figliuoli l’affligge. Siede a tavola senza di essi. Sono altrove occupati.

Level 4

Heteroportrait

L’uno è inchiodato al tavoliere del giuoco e colle sue perdite va dissipando il patrimonio. L’altro è affatturato dalle malie d’una scenica bellezza, ed ha gli occhi abbacinati dal falso splendore d’ingannevole prospettiva. Il terzo va tutto il giorno facendo il civettino, ed invaghito di se medesimo, crede di sparger da per tutto bragie d’amore. Il quarto si perde in una combriccola di certi moderni letterati i quali non sanno assottigliare le loro metafisiche speculazioni che sopra l’origine del moral bene e del civile.
Crisogono s’affligge, piange, s’addolora, accusa i figliuoli di colpe da lui cagionate. Sì perde in lamenti e non pensa a’rimedii. Pianga adunque Crisogono che ben gli sta. Non sa egli nè tollerare il male che da sua posta s’ha procurato, nè sa porvi rimedio. Ma che rimedio? Ordine. Vi vuole della violenza; è necessaria. Conviene vincer i rispetti umani. Dall’altrui opinione non dipende il nostro benessere. Crisogono aspetta che il costarne si cambii da per sè. Egli aspetta in vano. Conviene che qualcheduno dia principio. Se il suo cambiamento nascerà da moderazione volontaria, sarà ancora in tempo di far uso della fortuna che gli è rimasta. La buona direzione lo restituirà allo stato primiero. Ma se il cambiamento nascerà da sua posta, nascerà per mancanza di vigore. Il fuoco se s’estingue da sè, s’estingue per mancanza d’alimento e non lascia che ceneri.

Level 3

Letter/Letter to the editor

Metatextuality

Signore
Potrebb’essere che non vi fosse discara un’osservazione che ho fatta ne’giorni passati in una famiglia, e ch’essa facesse qualche benefizio, se venisse pubblicata, per consolare alcuni, i quali sono intrinsecamente genti dabbene, e tuttavia vengono stimati piuttosto tristi, che altro.

Level 4

General account

Un buon uomo del miglior carattere del mondo, ch’ama tutti i suoi quanto sè medesimo, e ha sempre il cuore occupato nel provvedere a tutte le bisogne di quelli, viene in casa biasimato comunemente, e non ha persona che l’ami. Tutte le faccende sue vanno così misuratamente e con tanto bell’ordine, che sembrano a battuta: nel pagare è puntuale, e volentieri accoglie qualche suo amico ad una mensa parca, ma squisitamente apparecchiata; di buona voglia parla con le genti dabbene, con tutti gli altri è in sospetto e di mal umore: in somma voi direste che in tutto egli è un uomo compiuto; ma riesce un pochetto rustico, e non sa piegarsi alle circostanze de’tempi correnti. Questo solo difetto fa che tutte l’altre sue ottime qualità non sieno in lui osservate; ma notandosi quella sola parte che per caso non s’accorda all’usanze presenti dello spendere largo, e del lasciare senza considerazione la briglia in sul collo a’figliuoli e alle figliuole, e di volare dietro a’diletti, come i fanciulli alle farfalle in un prato, si giudica al tutto ch’egli abbia mal cuore, e che sia piuttosto bestia che uomo. Voi vedete ch’egli non ha il torto, e che la sua propria coscienza gli può essere di consolazione. Con tutto ciò, perca’egli non insuperbisca, nè abbia cagione di sdegnarsi con chi lo giudica fantastico e strano, io vorrei ch’egli si lagnasse della fortuna, che l’abbia fatto nascere in un tempo, in cui non corre più l’usanza delle sue virtù, piuttosto che d’altro.

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Un filosofo domandato, da Socrate s’egli sapesse che cosa fosse virtù, rispose: “Io non lo ti saprei dire così tosto. Le virtù sono diverse; altra è quella de’mariti, altra quella delle mogli, diversa quella de’figliuoli da quella de’padri.”
Egli avrebbe potuto anche rispondere: Un tempo corre una virtù, un altro tempo un’altra, e si scambiano come le fogge de’vestiti. Sicchè si può dire che ci sieno le virtù andate in disuso e le virtù in fiore; quelle che passano dall’uomo alla donna, o dalla donna all’uomo, secondo i secoli. Per esempio, un tempo la donna s’esercitava nella pazienza, ed era lodata; al presente la pazienza è virtù dell’uomo, e s’egli non l’esercita, ne sarà biasimato: e la donna può farne senza. Un tempo il risparmiare era virtù nel padre e nella madre di famiglia: oggidì lo spendere è la virtù di tuttaddue; e verrà un giorno che l’uno e l’altra la lasceranno per vestirsi d’una virtù novella.
In breve, chi volesse nel mondo essere veramente gradito, avrebbe con diligenza a tenere il taccuino, e notare d’anno in anno con sottilissimo calcolo quali sono le virtù più praticate, quale in quest’anno è più fiorita, qual decaduta, quale si spera che nel venturo anno avrà miglior voga, e stabilire la sua qualità di virtù secondo l’occorrenza de’tempi. Io so bene che Socrate non assentirebbe al mio parere, come non assentì al filosofo che gli rispose quello che dissi di sopra; ma Socrate medesimo, che virtuosissimo fu, appunto perch’egli non ebbe le virtù che si confacevano al suo secolo, fu balzato in una prigione, e vi lasciò la vita.