L’Osservatore veneto: Numero IX

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N° IX

A dì 4 marzo 1761.

Citation/Motto

Rex philosophi amicitiam emere voluit, philosophus suam vendere noluit.

Val. Max., lib. IV, c. 3.

Il re volle comperare l’amicizia del filosofo, non volle il filosofo venderla.

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A leggere le cose che furono operate o dette da certuni degli antichi filosofi, io mi ricordo che in mia giovinezza avrei giurato ch’eglino erano piuttosto bestie, che uomini.

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Diogene visitato da Alessandro in Corinto, mentre che tutti correvano in calca intorno ad un principe così grande, non si parte dalla sua botte, e non sa rispondere altro a cotesto nobilissimo re, se non ch’egli se ne vada, e non gl’impedisca il sole.
Qual asinità è questa? diceva io fra me.

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E Zenocrate mandato a pregare dallo stesso principe della sua buona amicizia, e presentato, quasi con pubblica ambasceria, di ricchissimi doni, ritiene la sera gli ambasciadori ad un cenino da pitocchi; e nella mattina vegnente ne gli rimanda indietro alla bestiale co’doni, dicendo loro: “Voi avete veduto al cenino di iersera, ch’io non ho bisogno di queste baie.”
Qual superbiaccia è questa? diceva io. Oh! rispondesi con questo rispetto ad Alessandro? E cotesti, che in que’tempi furono chiamati filosofi, io credo che oggidì verrebbero legati con una fune, o rinchiusi in uno spedale co’pazzi loro pari. A poco a poco poi col crescere degli anni, e con l’aggirarmi pel mondo, mi parve di comprendere che non furono quegli uomini bestiali ch’io avea creduto. S’eglino avessino prestato fede alle parole di Alessandro, e fossino divenuti suoi cortigiani, non sarebbero più stati padroni di sè e del tempo loro.

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Example

Quando Diogene, per esempio, avesse stabilito di dormire, gli sarebbe convenuto con gli occhi mezzo chiusi, e sbavigliando, mettersi gli stivali in gamba e gli sproni alle calcagna, sellare il cavallo e andar trottando dietro alla Maestà Sua con la frotta dell’altre genti. Zenocrate avvezzo alla sua minestra scodellata all’ora assegnatagli dalla fame, avrebbe dovuto attendere che si terminasse una battaglia, prima di sedere a mensa, e far servire le sue budella alla gloria del vincitore di Dario. Noi possiamo essere uomini, dovettero dire fra sè, e goderci liberamente quest’aria, questo sole e queste altre migliaia di benefizi che ci ha dati Dio; e perchè avremo noi, per un poco di boria, a divenire come i cammelli, le sacca, le valige e l’altro bagagliume che dee seguire Alessandro? Noi siamo nutriti dal dolcissimo latte della filosofia, e perciò non molto atti alle faccende del mondo. Oh! noi avremmo pure un bel garbo in una turba di cortigiani, a bere e a cantare canzonette, quando la Maestà Sua avesse voglia di scherzare; e forse ne saremmo rabbuffati, scherniti e peggio, se volessimo stare in sul grave.
La libertà è uno de’più bei presenti che natura facesse all’uomo, cominciai a dire; e io non so perchè le genti si leghino da sè ora con una catena e ora con un’altra. Mi parea maraviglia a vedere che quasi ogni uomo si tessesse un laccio: e non solo ch’egli servisse ora ad un uomo, ora ad una donna, sottomettendosi alla volontà e a’capricci di questo, o di quella; ma che ci fossero le reti delle cerimonie, i vincoli delle lettere senza importanza, come dire di capo d’anno o d’altro, gli uncini del visitare, i nodi del trarsi il cappello, e mille altre inconvenienze, che col nome di convenevoli si chiamano. Mi si arricciarono i capelli in alcuni paesi, ne’quali entrato di nuovo, fui dall’oste avvisato per carità ch’io guardassi molto bene camminando, s’io andava a manritta o a mancina; e credendo io che mi desse tale avviso perchè non mi rompessi il collo in qualche fogna o burrato, mi disse che no; ma che ciò facea per una certa pratica degli abitatori, i quali venivano a zuffa contro a chi non avesse voltato a tempo il timone per trovarsi da quella parte, che non offendesse chi gli veniva dirimpetto. In altri luoghi trovai dagli abbachisti noverati i passi che s’aveano a fare, il numero degl’inchini e delle sberrettate, ch’io credetti d’essere diventato un oriuolo, e di movermi per forza d’ordigni, tanto che fui per impazzare. Lodato sia il cielo; le lunghe meditazioni, e la conoscenza che da quelle deriva, ha finalmente condotto il mondo ad un’altra maniera di vivere. Appena ci rimane più l’obbligo di salutarci l’un l’altro. Hanno conosciuto uomini e donne, vecchi e giovani, padri e figliuoli, che tutti siamo d’una pasta medesima, e che ognuno può vivere da sè stesso. Que’brachierai de’nostri maggiori aveano posto una differenza grande fra queste classi, e la vita era un disagio. All’entrar del padre rizzavasi in piedi il figliuolo, e si sberrettava umilmente. Ora può il padre entrare e uscire quanto vuole, che al figliuolo non tocca più questa briga, e si sta a sedere o sdraiato, quanto vuole. Quanti inchini si facevano, e come si misuravano le parole al venire d’una donna! Ora s’altri non vuole, non è obbligato nè a levarsi, nè a scambiare ragionamento; ed ella che sa la gentilezza della nuova usanza e l’agio di questa, ride incontanente, ed entra nell’argomento, accomunandosi gentilmente a quello che trova. Vecchiaia, gioventù, maschi, femmine, tutti sono membra del mondo, e componitori del corpo di quello. Perchè s’hanno queste membra ad avere tanti rispetti, se tutte sono necessarie all’integrità del formato corpo? Ognuno faccia l’ufficio suo liberamente. Perchè avrà la gola a salutare il naso, s’esso starnuta, e perchè lo stomaco flatuoso avrà a temere degli orecchi? Queste sono necessità pel mantenimento del corpo intero: e chi vuole che stia sano, non s’ha ad aggravarlo con ritegni di cirimonie, e con anticaglie di decenze e di bella creanza.

Citation/Motto

Auri sacra fames . . .

Virg.

I comodi reali, separati da’comodi fantastici, danno la vera idea del pregio in cui si debbon aver tutte le cose. La natura nella virtù generativa della terra ha provveduto a tutti i nostri comodi, ma ha lasciato altresì a noi la fatica di procurarceli coll’agricoltura. Gli uomini per assecondare in que’migliori modi che potevano la loro inerzia, hanno studiato i mezzi d’aver i frutti dell’altrui fatiche senza faticare, o almeno coll’affaticarsi a loro scelta ed a loro piacere. Questo riusciva quasi impossibile nel mondo naturale, e perciò si sono ideati un mondo fantastico, in cui hanno introdotti mille comodi d’opinione, che nel mondo naturale non sono necessari. Ma tutti questi comodi partitamente esaminati si riducono a’principii dell’agricoltura, e la felicità di tutti i paesi si riduce alli prodotti della terra. Può ben la più raffinata arte far passare per lo staccio della industria le più fine manifatture, ma dovrà sempre riconoscerne dalla terra il principio d’esse. Il capriccio e la inerzia umana possono ingannare sè medesimi collo scostarsi dalle tracce dalla natura segnate, ma ad ogni modo conviene che su queste tracce ritornino. Gli uomini col moltiplicar i comodi hanno moltiplicato gli oggetti delle loro passioni, e per conseguenza hanno moltiplicato i stimoli, senza aver accresciuto d’un solo grado la propria felicità. Le passioni, o direm gli affetti, sono comuni a tutti gli uomini, e questi affetti, o piacevoli o dispiacevoli, hanno la loro quantità ed il loro grado, o naturale o artifiziale. Ogni affetto, di qualunque quantità o di qualunque grado, si porta o verso un solo oggetto o verso molti. Se verso un solo, quegli è appetito con tutta la forza in lui solo rivolta; se verso molti, ogn’un d’essi è appetito con diramazione di forza. Ma la forza che parte dal centro del cuore umano, o tenda ad un solo o tenda a molti affetti, è sempre la stessa, o sia unita o sia diramata nella sua espansione. Onde se è piacevole, non diminuisce il suo piacere, quando tende ad un solo, nè lo accresce quando tende a molti oggetti. Gli oggetti fantastici siccome non hanno altro valore se non quello che vien loro dato dall’opinione, così non hanno altra esistenza se non quella che viene ora data prima dalla fantasia e poi dall’affetto, quando divengono oggetti di nostro sensibile piacere. Oggetti di tal natura non possono essere a tutti noti, perchè gli atti dell’immaginativa procedono prima da notizie reali, e poi si diramano in notizie ed in atti di pura opinione la quale agisce sugli affetti spesse volte con forza maggiore di quella con cui agiscono le cose reali. L’educazione dunque in parte, ed in tutto l’esempio, fanno che gli uomini non sappiano separar bene il comodo reale dal comodo fantastico. Quegli che a tempo riceve idee proporzionate del comodo reale, e che accoppia a quelle idee l’altra idea di moderazione, di industria e di buon ordine, procede sempre colla scorta di tali idee e si tiene tra i comodi reali. Contrasta in lui la cognizione del reale col fantastico: ed ecco l’uomo economo. La cognizione di quel che è necessario, unita al timore di potere un dì non averlo, forma l’economia. Quegli che ha quantità d’idee accoppiate più con fantastici che con comodi reali, crede che tutto gli sia necessario e che ogni gratificazione d’affetti sia essenziale alla conservazione del suo individuo, perciò si crede in dovere di procurarsi il modo d’appagare ogni desiderio; ed ecco il prodigo. La ignoranza di quel ch’è necessario, unita alla credenza che tutto sia necessario, forma la prodigalità. Quegli in cui prevale la idea dei mezzi con cui si conseguiscono o i reali comodi o i fantastici, crede che tutto il bene stia nell’aver i mezzi di procurarli; ed ecco l’avaro amatore dell’oro che è stato introdotto per misurare e procurare non meno i fantastici comodi che i reali. Il desiderio dei mezzi con li quali tutto si può avere, unito al timore della loro mancanza, che prevale in grado al desiderio, forma l’avarizia. L’avaro dunque che tende ad ogni oggetto e reale e fantastico, e che è rivolto tutto a procacciarne i mezzi, è la sentina d’ogni male morale e civile. Chi ama i mezzi, ama il fine. L’oro è mezzo che serve ad ogni fine buono e cattivo, e l’avaro ama questo mezzo. Dunque l’avaro sarà e del bene e del male egualmente capace? Sì, quando questo bene procura il conseguimento de’mezzi da lui amati. Ma facendo del bene non si guadagna l’oro, dunque l’avaro non ne fa mai o lo fa per inorpellare il male.

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Letter/Letter to the editor

All’Osservatore

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General account

E poco tempo ch’io sono uscito di collegio, tanto che a pena credo d’esser conosciuto fra le genti, e oltre all’avere fatto fino a qui una vita celata agli occhi degli uomini, non è questa città la mia patria e vengo da lontano. Giunto in Venezia, ho avuto di bisogno di molte cose; onde aggirandomi per le botteghe qua e colà, non solo ho ritrovato con mia grandissima meraviglia che mi conoscono, ma che tutti i bottegai sono miei amorevoli e che mi preferiscono a tutti gli altri uomini, forestieri e del paese. Egli è il vero che nel principio, quando io comincio a chiedere il valsente di qualche merce, mi pare che mi domandino un prezzo che sia oltre il valore della roba; ma adducono tante e così belle ragioni e con sì adattata eloquenza profferite, che io non ho mai udita ad uscire dalla bocca a’miei maestri tanta retorica, nè così bene acconce figure. Così mezzo sbalordito fo ogni mio potere, zoticamente però a comparazione di loro, di calare il pagamento quanto posso, e quando giungo ad un certo punto del patteggiare e traggo fuori la borsa, quasi tutti con indicibile gentilezza chiudono l’accordo, dicendomi ch’essi m’usano quell’agevolezza che non userebbero ad altro uomo del mondo, e che sono meco facili, perch’io son io, e altre simili cortesie e cordialità, alle quali mi confesso cordialmente obbligato. Potrei credere che fossero buone parole per lusingarmi; ma mi confermo a stimare veramente d’essere preferito a tutti gli altri comperatori, perchè ogni venditore mi prega a tacere che io abbia avuta la comperata roba a tal prezzo, per non averne scapito con l’universale. Di che si vede che parlano di cuore, e che veramente sono miei buoni e cordiali amici. Dovendo fra pochi giorni partirmi di qui per andare in altri luoghi, nè concedendomi il tempo di fare i miei convenevoli con persone ch’hanno per me tanta benevolenza,
prego voi a fare pubblicamente le scuse mie nel foglio vostro, e ringraziare in comune se non altro tutte quelle buone persone, che m’hanno favorito con tanta da me non meritata affezione, assicurandole della mia gratitudine. V’accerto che se non avessi ritrovata tanta benignità, non intendendomi io di merci nè di fatture, avrei votata la borsa fino a un quattrino; e se pochi me ne son rimasti, gli riconosco tutti dalla grazia loro. Se non aveste tempo di fare un ringraziamento per parte mia come lo desidero, pubblicate la presente, con la quale assicuro tutti quegli onesti uomini che m’hanno beneficato, della mia stima e di quella sincera riconoscenza con cui mi dichiaro Buon amico e servitore vero.

Metatextuality

(Il nome non occorre, poichè tutti sanno quale hanno preferito agli altri.)
Ritratto Ottavo.

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General account

Tra finissime cortine un’alcova è rinchiusa. Alzasi una di quelle: apresi uno stanzino, di cui non vedesti il più bello. Intonacate ha le muraglie di lucidi specchi. I dorati fregi che gli legano, esprimono casi d’amore di più qualità intagliati. Lucidissimi doppieri tutto rischiarano. Intorno sedie soffici aprono le braccia a chi v’entra per intrattenere con grato conversare una giovane che quivi in un letto si giace. Un capoletto ti s’affaccia con industriosa pittura di forestiere Deità spiranti affetto e grazia. Fra le ricamate coltrici, appoggiata a parecchi origlieri, candidi qual neve fioccata allora, e di nastri guerniti, vedesi la giovane. Occhi soavi, risolino celeste, guance incarnatine, bionde chiome, braccia e mani d’avorio, e mille altre attrattive e incantesimi t’allacciano. O promulgatore della divina parola! vedi bene che l’eloquenza tua non mi dipinga siffatta Maddalena, Malvolentieri il mio cuore di feccia si spiccherà poi dall’alcova, per seguirla dietro a te nel deserto.