Citation: Gasparo Gozzi (Ed.): "Numero V", in: L’Osservatore veneto, Vol.1\005 (1761-02-18), pp. 19-24, edited in: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Ed.): The "Spectators" in the international context. Digital Edition, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.307 [last accessed: ].


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N° V

A dì 18 febbraio 1761.

Citation/Motto► Nihil damnavi, nisi me.

Sen., ep. LXVIII.

Io non ho condannato altro, che me stesso. ◀Citation/Motto

Level 2► Sono alcuni i quali vanno dicendo: « Che ha che fare cotesto Osservatore delle faccende altrui? e perchè va egli con le sue speculazioni studiando ora questo ora quello? È egli notaio, che debba fare pubbliche scritture delle operazioni del prossimo? Qual briga è questa ch’egli si dà? e chi ne l’ha chiamato a questo ufficio? » A tali rimproveri io rispondo in più modi. L’uno è, ch’io sto sempre in sui generali, e non volgo mai l’intenzione a’fatti o a’costumi di chicchessia in particolare; e che delle cose in comune può parlare ognuno, avendo gli uomini la lingua nella strozza a questo fine. In secondo luogo affermo ch’io non fo nè più nè meno di coloro che, standosi a sedere ad una mensa, motteggiano, e tuttavia non hanno chi gli rimproveri, che anzi ne ride intorno tutta la brigata; e quando sono un po’cotticci, parlano ancora più liberamente, e vengono chiamati uomini gioviali, faceti e di buon umore. E con tutto ciò non nomino nè Matteo, nè Giansimone, nè [20] Filippo; laddove quelli scorticano alle volte fino in sui nervi uomini e donne presenti e lontane, scoprendo mille segreti, e cianciando di mille cose che dovrebbero esser taciute. Infine poi (odano coloro i quali mi rinfacciano; ch’io sono per addurre una scusa, e palesare un mistero che non l’avrebbero immaginato giammai) tutto quello ch’io dico in questi fogli, lo dico di me medesimo, e non d’altrui. Facciano conto questi tali ch’io sia un notomista il quale voglia notomizzare le magagne degli uomini, acciocchè le sieno conosciute, e s’arrechi ad esse quel rimedio che fosse valevole a risanarle. Quando il notomista taglia un corpo, hannosi però a dolere tutti i vivi, come sentissero il gammautte appunto in quella parte in cui lo fa egli entrare nel corpo tagliato da lui? Se tutte le parti de’corpi umani somigliano a tutte le parti d’un corpo solo, il taglio fatto in questo dal notomista, senza punto offendere gli altri, vale ad illuminare la professata scienza e a giovare a tutti. Perchè dunque i corpi allo intorno gli grideranno: Ohi? Perchè piuttosto non gli saranno obbligati che egli n’abbia eletto uno, e lo trinci per benefizio universale? “Che ha che fare,” diranno essi, “il notomista teco; e che tagli tu per giovamento universale?” Io taglio me medesimo. Fo notomia del cuor mio, di tutte le voglie di quello, del mio cervello, dell’intelletto, e di tutto quello ch’è in me, che somiglia a tutto quello ch’è in altrui; e notomizzando me stesso minutamente, fo conoscere quel che sono tutti gli altri uomini in generale. E perch’io sia meglio compreso, udite il modo ch’io tengo.

Io avrò, per esempio, veduto ieri in una casa o bottega un uomo malaticcio di boria, d’invidia, di gelosia, o d’altra umana magagna, ma così inarrivabile agli occhi altrui e cotanto sottile, che appena altri s’avvede che vi sia quell’infermità ch’io avrò notato a certi segni e indizi, de’quali non parla Ippocrate. Non la malizia o malignità mi stimolano, ma una certa caritativa voglia di veder tutti i miei confratelli dabbene (che sarebbe pure un bel mondo) ad esaminare in qual parte del cuore sta la malattia che ho veduta; per conoscere quanto la può crescere, quali effetti può far germogliare; se l’è appiccaticcia e pestilenziale; quai rimedi sieno atti a curarla, o a custodir l’uomo, perchè non ne venga assalito. Ma non potendo a’piccioli segni che avrò veduti, sapere affatto dove si posi, o quanto possa allargarsi, quand’io sono da me solo, coricato a letto, o a sedere in solitudine e in pace, do di mano a’miei ferruzzi e fo’notomia del cuor mio, il quale è fatto come il cuore di tutti gli altri, e ha in sè tutti quei principii e quelle sementi che ha il cuore del maggior monarca dell’universo, e quello del più infimo spazzatore di camini. Cercovi dunque dentro uno dei principii di boria, d’invidia, di gelosia o d’altro, secondo che mi dà il capriccio. Oh! spettacolo veramente grande e universale! Egli mi s’apre davanti agli occhi un teatro, in cui mi si variano dinanzi agli occhi infiniti movimenti, innumerabili azioni, e cose ch’io non avrei creduto giammai. Quanti sono caratteri di boriosi, invidiosi, gelosi e altro, mi si parano davanti agli occhi; e soprattutto un amor proprio, il quale ha così intrinsecate le sue radici in esso cuore, e sì l’ha con esso coperto, che s’io non esaminassi con proposito di conoscere la verità, giu-[21]rerei che quello ch’io veggo in me medesimo, è tutto in altrui; e se facessi l’ufficio mio disavvedutamente, crederei che fosse male del prossimo quello ch’io ritrovo in me stesso. Dappoichè ho a questo modo esaminato qualche tempo, penso di mettere in iscritto quello che ho in me ritrovato, a benefizio comune. E perchè veggo che per agevolare l’intelligenza anche i notomisti disegnano le figure di quelle membra che hanno tagliate e studiate, m’ingegno io ancora di delineare diverse figure e parti, le quali non sono in particolare parti di questo o di quel cuore, ma sono in universale parti del cuore umano, il quale ha una somiglianza comune e alcune pendenze che vanno tutte ad una concordia di sentimenti generale. Metatextuality► Per la qual cosa io prego tutti coloro i quali leggeranno i presenti fogli, a non istudiare se le figure che in essi trovano espresse, somigliano più a questo che a quello, ma veramente a meditare quali sieno le parti del cuore umano, per dare questo libro di notomia nelle mani della Ragione, la quale lo medichi delle sue magagne. Quello che dico a’maschi, lo dico alle femmine ancora: ◀Metatextuality perch’io trovo a’vari segnali che il cuore delle femmine non è punto diverso dal nostro, se non che l’educazione lo rende alquanto più dilicato; come appunto la diversità delle vivande fa gli uomini o più morbidi o meno, più grassi o più magri, più robusti o più deboli; ma tutti però sono fatti ad un modo, e l’edifizio del cuore è quel medesimo in tutti.

Pare ad ogni uomo, che s’egli avesse la Fortuna nelle sue mani, sarebbe veramente beato. E nel vero, che ad udire i poveri a ragionare di quello che farebbero se fossero assecondati da questa volubile, incerta Dea, s’avrebbe a dire ch’è gran danno che tutti i poveri non vengano da lei beneficati. Chi vorrebbe che tutti gli amici suoi fossero contenti; un altro rasciugherebbe le lagrime del prossimo; chi farebbe questa cosa e chi quella, tutte ragionevoli e buone. Io ho veduto ai miei dì alquanti di costoro i quali in un momento, si può dire, fatti salire da un’infima condizione al grado di ricchi, dimenticatisi di quanto aveano detto prima, poco dopo sono divenuti tutt’altro. Essi credevano che l’animo dell’uomo fosse sempre una cosa, e non si cambiasse mai.

La stizza che aveano nel vedere adoperate male le ricchezze, facea che per biasimare altrui, dicessero qual uso essi ne avrebbero fatto; ma quando l’hanno acquistate, il capo loro diventa come una nuova casa abitata da altri pensieri. I primi a poco a poco diventano dinanzi a loro vili e plebei, nè passa molto tempo che non se ne ricordano più punto, o si vergognano d’avergli mai avuti; e chi dà nello spenditore fuori di proposito, chi intisichisce nell’avarizia, chi con le ricchezze si crede d’avere acquistato la grazia, le scienze, o l’amore delle donne; tanto che si vede che la buona fortuna non è sufficiente a far sì che gli uomini sieno quegli uomini che dovrebbero essere.

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Novella

Level 4► Allegorie► Furono un tempo gli Dei a consiglio, perchè Giove vedendo dall’alto del cielo crescere ogni dì più l’umana generazione, ed essendo [22] a quella grandemente affezionato, volea pure ad ogni modo che, tra le varie calamità della terra, la facesse quella migliore e più agiata vita che potesse. Per la qual cosa fra i convocati Dei si ragionò a lungo quale spediente si potesse prendere sopra ciò, e chi mandare fra gli uomini sulla terra, acciocchè nelle loro azioni gl’illuminasse e guidasse. Molti e diversi furono di quel consiglio i pareri, i quali tra per essere cosa avvenuta quasi nel principio del mondo, e tra perchè gli annali delle faccende di Giove furono con gran varietà compilati, io non saprei dire così appunto quali fossero tutte le opinioni; ma l’ultimo effetto si sa di certo, cioè che fu tra gli uomini mandato il Senno, acciocch’egli si prendesse cura delle loro faccende. Costui, ch’era stato allevato dalla sapiente Minerva, discese, mandatoci da Giove, quaggiù; e incominciò con la bontà sua a far conoscere alle genti quello che aveano o non aveano a fare per essere contente, e sì coi misurati suoi modi a reggere ogni cosa, che viveano in una grandissima tranquillità, senza punto sapere che fosse inquietudine o travaglio. Ma egli avvenne cosa che sturbò tutto questo bell’ordine. Era su nel cielo una Dea, chiamata, come anche oggidì, la Fortuna; una pazzaccia, la quale non teneva più da Pallade che da Venere, nè avea più in cuore questo Nume che l’altro; ma avea vôlto tutto l’animo a volere ora ingrandir questo, ora quello, secondo che le dettava il capriccio. Per la qual cosa oggi affezionatasi a Venere, e volendola quanto potea innalzare, trovata una subita invenzione, la facea credere a tutti con un maraviglioso incantesimo ch’ella fosse nata dalla spuma del mare, e venisse accompagnata in una marina conca dalle Ninfe marine, e approdasse in Pafo, onde le venivano rizzati altari, arsi incensi, fatti sagrifizi, e tutti concorrevano sulla terra alla novità di Venere, tanto che per qualche tempo fino all’are di Giove ne rimanevano solitarie e diserte. Domani la facea questa grazia a Minerva; un altro dì a Mercurio; e fino le venne voglia di favorire Ercole, e altri nati da donne terrene. Per la qual cosa Giove, veduto questo scompiglio, fu preso un giorno da sì acuta còllora, che senza punto ricordarsi della grandezza e dignità sua, fattalasi venire innanzi, la balzò giù dal cielo con un calcio; ond’ella rovinando giù, si ritrovò ad abitare fra gli uomini. Il Senno, che conosciuta l’avea fin da quel tempo che abitava nelle altissime sfere de’cieli, e sapea benissimo il costume e gli aggiramenti di lei, al suo primo apparire si tenne perduto, e cominciò quasi quasi a temere di tutto quello che dovea avvenire. Pure, come colui ch’era accorto e giudizioso, immaginò che l’opporsi apertamente a lei non gli sarebbe punto giovato, e deliberò di tentare se col farle buona accoglienza potesse almeno obbligarla a sè, e renderla alle sue disposizioni ubbidiente.

Per la qual cosa andatole innanzi con la comitiva delle virtù, da lui fatte nascere e alimentate sopra la terra, si dolse in prima della calamità di lei, indi offerendole il servigio suo e quello delle sue compagne, la ricolse nella sua abitazione. “Io non voglio,” diceva egli, “che tu, o cosa divina, perda le tue facoltà sulla terra, nè potrei farlo quando il volessi; ritieni pure quell’autorità che avesti, ch’io non la ti contrasto; ma lascia ch’io medesimo qui segua quell’ufficio che mi fu commesso da Giove. Io lascio che a tuo piacere benefichi gli uomini in [23] generale; ma vedi bene che tu non preferissi questo a quello; o se lo facessi mai, non isturbare gli ordini miei, e lascia che, dovunque piovono i tuoi favori, possa io appresso ordinare in qual forma debbono essere distribuiti.” Nel principio della sua caduta, essendo la Fortuna umiliata dal suo caso novello, gli rispose che la rimetteva il suo caso in lui, e che non avrebbe fatto nè più nè meno di quello ch’egli le avesse commesso. E già a poco a poco faceva con l’opera sua un gran bene all’umana generazione, perchè beneficando gli uomini in universale, e spartendo le grazie sue fra tutti, ognuno vivea lieto e contento. Ma vedendo coll’andare del tempo gli uomini ch’essa era la principale benefattrice e datrice di tante grazie, quante n’aveano, e che per grazia di lei biondeggiavano i campi d’abbondantissime mèssi, e le gregge rifiorivano in mille doppi più che prima sotto la sua benefica mano, le posero tanto amore, che solo di lei ragionavano, e incominciarono del tutto a non pensare ad altro che a lei, e quasi quasi a dimenticarsi del Senno che gli avea sì lungo tempo indirizzati, e fatto di loro così buono e saggio governo. Della qual cosa avvedutasi la maligna Dea, concepì di subito il più tristo disegno del mondo, e fu quello di balzare affatto dalla signoria il Senno, e di reggere ella medesima gli uomini, e fare quello che non avea prima potuto degli Dei nel cielo. E per poter mettere ad effetto la sua malvagia intenzione, la si diede incontanente a favorire con le sue beneficenze ora questo, ora quello in particolare; tanto che in poco d’ora alcuni senza saperne la cagione, e senza darsi punto pensiero d’acquistare, si videro a scorrere, a guisa di rivoli, innanzi l’oro e l’argento, e quasi dormendo possedevano inaspettatamente ogni cosa. Di che vogliono dire alcuni che avesse origine quel proverbio: Fortuna, e dormi. Io non potrei dire a mezzo quanta fosse la confusione e quale il rincrescimento del Senno a vedere lo scompiglio e le alterazioni poste da sì fatta novità negli ordini suoi; e poco mancò che per disperazione non si fuggisse allora dal mondo. Ma ricordandosi delle commessioni ricevute da Giove dall’una parte, e dall’altra conoscendo che il favore della Fortuna, impiegato in alcuni pochi, facea poco meno che perire tutti gli altri, pensò fra sè in qual forma potesse arrecare rimedio a cotanto male. E senza venire all’arme, nè stordire Giove con le querele, quand’egli vedeva che la Fortuna largheggiava nel favorire uno, gli andava innanzi, e con belle e sante ammonizioni l’ammaestrava in qual forma dovesse le ricchezze sue distribuire per essere fra’suoi confratelli onorato, e per aver gloria di quello che possedeva. E se quivi ritrovava orecchi che ne l’udissero, arrestavasi seco, e parte gliene facea spendere a pro della sua patria, parte a coltivare l’arti e le scienze, una porzione nel giovare a’migliori, oltre a quella che dovea servire agli agi e alla propria tranquillità. S’egli avea a fare con sordi, voltava loro incontanente le spalle, e lasciava quella casa, come se fosse dalla pestilenza assalita, nella quale, uscito il Senno, entravano i Capricci, comitiva della Fortuna; e l’oro e l’argento che per opera della loro reina si sarebbe quivi stagnato, in brevissimo tempo n’usciva fuori, gittato fino perle finestre, senza pro nè onore di chi l’avea posseduto. Da quel tempo in poi non s’è mai scambiato quest’ordine; e non può essere veramente felice colui che, avuta la Fortuna, non presta gli orecchi anche al Senno. ◀Allegorie ◀Level 4 ◀Level 3

[24] Level 3► Metatextuality► Risposta alla lettera di un incognito

Potrò fare sperienza di quanto mi domandate, ma non vorrei che la materia assegnatami da voi riuscisse noiosa. Quelle poche buone lettere che in tutto il corso della mia vita ho studiate, sono oggimai trattate in tanti altri libri, che il rinnovare tale argomento è un aggiungere rena al mare. Non dico però d’abbandonarlo affatto; ma non lo toccherò, se prima la fantasia non mi suggerirà il modo di renderlo piacevole, e di vestirlo per modo che volentieri si legga. Io non fo professione di dire cose nuove. Chi può dirle più, dopo tanti anni che si ciancia e si stampa? Solo penso a presentare quello che molti hanno detto, con qualche novità di frange e d’altri ornamenti. A’tempi nostri questo è il vantaggio che può avere uno scrittore. Abbiate dunque sofferenza, e datevi pace, chè quando la mente mi s’aprirà a qualche novella fantasia di tal genere, non mancherò di rendervi soddisfatto. Intanto seguite a leggere con la speranza di trovare un giorno in questi fogli quello che desiderate. Un momento risveglia nel capo un pensiero, e io vi pongo tanta attenzione, che non lo lascerò fuggire, massime trattandosi di fare a voi cosa grata. State sano. Addio. ◀Metatextuality ◀Level 3 ◀Level 2 ◀Level 1