L’Osservatore veneto: Numero IV

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N° IV

A dì 14 febbraio 1761.

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Carta/Carta ao editor

All’Osservatore

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I figliuoli miei, le nuore e tutta l’altra brigata che forma la mia famiglia, mi hanno assegnato uno stanzino a tetto, perchè abbiano agiata abitazione le balie, le cameriere, gli staffieri e altri che servono alla magnificenza del casato.

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Autorretrato

Io sono in un’età avanzata: e sia o per difetto degli anni che così portano, o perchè io non era accostumato alle nuove grandezze di casa mia, non posso far a meno di non rimproverare i miei di tempo in tempo ora di questa novità, ora di quella. Essi bisbigliano fra loro ch’io sono un uomo fatto all’anticaccia, allevato a caso, cresciuto e invecchiato nella rusticità di una vita mercantile. Ed è vero. Mio padre, mio avolo ed il bisavolo mio vissero sempre di traffico; ed io seguitai la pratica loro fino a tanto che i novellini rampolli della mia famiglia, sdegnatisi delle faccende utili, si diedero a grandeggiare, e a non curarsi d’altro che d’imitare le nobili qualità i quelle persone che per nascimento ed educazione hanno i modi nobili e la grandezza naturale. Ora non potendo io dire il parer mio qui in casa, perchè tutti mi volgono le spalle, come ad una persona disutile, delibero di mandarvi queste poche linee per isfogare i miei pensieri, non perch’io creda d’averne benefizio veruno. Anzi se mai verrà saputo chi io sia, corro risico che mi sia tolto via il calamaio e la carta, che sono il solo passatempo che mi rimane in quest’abitazione, assegnata un tempo da’miei maggiori a’capponi che si mangiavano il carnovale, senza spendere al pollaiuolo.
Io non so se al mondo l’uomo, ch’è uomo, debba piuttosto ricercare la realità e la sostanza delle cose, che l’apparenza ed il suono. Non pensate ch’io sia molto lungo. Parlerò con pochi confronti per farmi intendere. Ricordomi al tempo della mia giovinezza che in casa nostra v’era una sola fantesca piuttosto vecchietta che no, la quale andavasi aggirando la sera per le stanze con una lucernetta da olio. Che è, che non è, s’udiva a picchiare all’uscio; e la femminetta affacciatasi alla finestra, metteva fuori il suo lumicino, perchè quella linguetta del lucignolo le aiutasse a vedere chi era; e gridava: “Chi è là ?” “Calate la cestellina” le veniva risposto. Così facea, e fra poco la veniva alla stanza de’suoi padroni con una lettera, la quale, con un indirizzo semplice che diceva: Alle mani del Signor osservandissimo tale, arrecava la notizia d’una nave caricata, o scaricata, di vendute mercatanzie, e di grossi guadagni. Oggidì, s’egli viene picchiato all’uscio, v’accorrono due o tre servi di casa nostra; e in iscambio vien loro consegnata una lettera fregiata con l’Illustrissimo, titolo della nostra famiglia, e accompagnata da una cestellina di pere o d’uova che vengono da un nostro lavoratore, da noi detto agente per nobilitargli l’ufficio. Direte voi che s’abbia più a stimare la vecchierella col lumicino, o tanti servi con la torcia? Sono poi più anni ch’io non vado alla campagna per disperazione. L’ultima volta che v’andai, non riconobbi più dove io era. Vidi da ogni lato un monte di calcinacci di fabbriche atterrate, d’alberi fruttiferi abbattuti, d’orti spianati. Un buon vivaio mantenuto lungo tempo da’miei, per avervi in ogni stagione del pesce, era stato turato per rizzarvi un muricciuolo da dipingervi sopra a fresco l’arme della nostra famiglia, che corrispondesse alla porta maggiore della casa. Un’utilissima colombaia, che ad un bisogno ci somministrava in fretta un domestico arrosto di piccioni, e la primavera non so quante nidiate di passerotti sotto i tegoli, era stata demolita per dar luogo ad un castagno d’India. Le fruttuose vigne erano state sbarbicate, per avere un’aria più ampia, senza punto ricordarsi de’tini che attendevano dalle vigne i grappoli, e che molto è più sana quell’aria la quale dà vita alle fruttifere piante, di quella che trascorre aperta e disutile. Io solea già vedere una processione di villanelle con fastelli di lino in collo, con tele, o altre cose di sostanza, con cioppe e gammurrini attillati, villanelli affaccendati, operai di mille qualità. L’ultima volta le mi capitarono innanzi con le mani in mano, scapigliate e giallicce; e i maschi sono quasi tutti divenuti barbieri d’alberi, e sanno fare poco altro. Non so s’io ebbi ragione; ma diedi un buon rabbuffo di parole a tutta la mia famiglia invasata in tali novità; e dissi loro che sì fatte grandezze convengono a chi è avvezzo da lungo tempo fra quelle, e può custodire e accrescere con le antiche e ben fondate ricchezze le magnificenze fondate da’suoi maggiori; e così detto, pieno d’un’acuta collera, piantai tutti; nè mai di poi volli uscire di città, per non vedere la distruzione d’un vero e solido bene, in grazia di capricci e di boria.

Metatextualidade

Son tutto vostro Geronte

Metatextualidade

In ogni luogo a un di presso i paesi hanno le medesime usanze. Lo Spettatore e lo scrittore del Mondo in Londra riceveano da molte parti fogli e polizze, nelle quali chi conferiva i suoi pensieri all’autore, chi lo censurava, chi gli dava lode, e chi altro. Lo stesso avviene a me in Venezia. Dappoichè sono usciti i primi fogli, cominciano le persone a scrivere. La lettera posta qui sopra di Geronte, è una di quelle che mi vengono, e tale sarà similmente la scrittura che pubblico di sotto a queste poche righe.

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Carta/Carta ao editor

Metatextualidade

Mio Signore.

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Il buon sapore della pittura s’è così ampiamente allargato, che ogni casa è provveduta di qualche opera mirabile di questo genere. Sopra tutte però veggo che s’ammirano le imitazioni inventate dal signor Pietro Longhi, perch’egli, lasciate indietro ne’trovati suoi le figure vestite all’antica e gl’immaginati caratteri, ritragge nelle sue tele quel che vede con gli occhi suoi propri, e studia una situazione da aggrupparvi dentro certi sentimenti che pizzichino del gioviale. Principalmente veggo che la sua buona riuscita deriva dallo esprimere felicemente i costumi, i quali in ogni attitudine delle sue figure si veggono. Io non sono nè pittore, nè ricco uomo da potere provvedermi dell’opere di questo valente maestro; sicchè non avendo nè danari da spendere, nè attività per adoperare i colori, ho pensato un nuovo modo da guernire un picciolo stanzino, come posso. Ho un carattere ben formato, e so imitare ogni condizione di stampa. In quelle poche ore che m’avanzano dall’altre mie occupazioni, con certi ferruzzi lavoro alcune cornici; onde in non so quanti mesi m’è riuscito di scrivere in alquante cartapecore, che poi le vo incorniciando e facendone piccioli quadri, certe figure, non di visi o di corpi, ma d’animi e di costumi; che quando saranno poi allogate dove hanno a stare, pendenti dalla muraglia col mezzo d’un nastro di seta e con un cristallo davanti, vi farò sapere chi io sia, e vi pregherò di venir a vedere il mio gabinetto. Intanto vi mando la copia di alcuni d’essi ritratti, acciocchè vediate la maniera del mio dipingere senza pennello;
e chiedendo scusa della libertà ch’io mi prendo, son vostro di cuore N.N.
Ritratto Primo.

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Exemplo

Lisandro, avvisato dallo staffiere che un amico viene a visitarlo, stringe i denti, gli diruggina, i piedi in terra batte, smania, borbotta. L’amico entra. Lisandro s’acconcia il viso, lieto e piacevole lo rende: con affabilità accoglie, abbraccia, fa convenevoli: di non averlo veduto da lungo tempo si lagna: se più differirà tanto, lo minaccia. Chiedegli notizie della moglie, de’figliuoli, delle faccende. Alle buone si ricrea, alle malinconiche si sbigottisce. Ad ogni parola ha una faccia nuova. L’amico sta per licenziarsi, non vuol che vada sì tosto. Appena si può risolvere a lasciarlo andare. L’ultime sue voci sono: “Ricordatevi di me. Venite. Vostra è la casa mia in ogni tempo.” L’amico va. Chiuso l’uscio della stanza: “Maledetto sia tu,” dice Lisandro, al servo. “Non ti diss’io mille volte che non voglio importuni? Dirai da qui in poi, ch’io son fuori. Costui noi voglio.” Lisandro è lodato in ogni luogo per uomo cordiale. Prendesi per sostanza l’apparenza.
Ritratto Secondo.

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Exemplo

Cornelio poco saluta: salutato, a stento risponde: non fa interrogazioni che non importino: domandato, con poche sillabe si sbriga. Negl’inchini è sgarbato, o non ne fa; niuno abbraccia; per ischerzo mai non favella; burbero parla: alle cirimonie volge con dispetto le spalle. Udendo parole che non significano, s’addormenta o sbadiglia. Nell’udire l’angosce d’un amico, s’attrista, imbianca, gli escono le lagrime. Prestagli, al bisogno, senza altro dire, opera e borsa. Cornelio è giudicato dall’universale uomo di duro cuore. Il mondo vuol maschere ed estrinseche superstizioni.

Citação/Lema

. . . nisi guæ terris remota, suisque
Temporibus defuncta videt, fastidit et odit.

Horat., Ep., lib. II, ep. 1.

Tutto odia, e tutto gli fa noia, salvo quelle
cose che sono fuori del suo paese, e morte a’suoi tempi.

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Retrato alheio

Una bella e saggia costumanza, o legge che la vogliamo chiamare, fu stimata quella degli Egiziani intorno alle arti, i quali le avevano spartite e assegnate a diverse famiglie e ordini di persone, e sì fra quelle stabilite, che non potea mai il figliuolo d’una famiglia fare il mestiere d’un’altra. In quella discendenza s’adoperava sempre il martello e l’incudine. In un’altra si tirava sempre coi denti e con le tanaglie il cuoio, e facevansi le pianelle e le scarpe. Non s’aveano a fare genealogie: il pecoraio d’oggidì usciva da un ceppo di pecorai; una famiglia di tesseragnoli discendeva da uno ch’era stato tessitore, e così era d’ognuno, I fabbri stavano co’fabbri, i mugnai co’mugnai, gli spadai con quelli che facevano le spade; e tutte queste diverse fatiche andavano per eredità di padre in figliuolo fidecommesse in perpetuo. Dicono ch’egli ne nascesse un gran benefizio alle arti, e ciò è che, siccome queste vanno crescendo per virtù della pratica e della esperienza, il padre sperimentava una cosa, e il figliuolo la vedea, questi v’aggiungeva qualche poco di suo, uno che discendeva da lui faceva qualche altro trovato; sicchè l’arte più facilmente veniva affinata fra le mani d’una famiglia sola, la quale non pensava ad altro, che se fosse balzata ora a questa, ora a quella, e che per un modo di parlare, il figliuolo d’un legnamaio avesse fatto la professione dell’orefice, o quello d’un lavoratore al tornio, il mestiere del vasellaio. Oltre al vantaggio che ne riceveano i mestieri, un altro ve n’avea ancora, che ognuno accostumandosi fin da’primi anni alla sua condizione stabilita dalle leggi, non impazzava più a voler variare, a cambiar lo stato suo, a voler salire a quello d’un altro; ma s’appagava del suo, l’esercitava, e n’ammaestrava in pace i figliuoli suoi, che aveano a viver di quello. Da sì fatta massima uscirono piramidi e obelischi, che sono ancora la maraviglia del mondo; cavamenti dilaghi, ch’oltrepassano l’umana immaginazione; edifizi così solidi, che le migliaia degli anni non hanno ancora distrutti affatto. Veggonvisi dentro traportate e collegate pietre e marmi sì grossi e gravi, che alcuni stimano che le sieno montagne cavate, non trasferiti i sassi; tanto che s’ha a dire che vi fossero argani, carrucole, e altri ordegni che più non ci sono.
Con tutto ciò vogliono alcuni affermare che l’usanza dell’arti ereditarie sia più ad esse dannosa, che utile. Gli uomini di natura ambiziosi, e d’animo grande e insieme volubile, sdegnano d’essere legati ad una necessità. Il lasciare l’elezione dell’arti libera agl’ingegni sembra che sia il partito migliore.

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Exemplo

Non parlerò de’Greci, e non de’Romani, fra’quali era mantenuto il metodo dello scegliere a cui piacea quell’arte che più gli dava nell’umore. Le belle statue greche e romane vincono di gran lunga le goffaggini egiziane in questo proposito; e tra quelle due nazioni le belle arti fiorirono con tale squisitezza, che sarebbe un ingiuriarle, chi le mettesse al paragone con le prime.
Dirò solamente qualche cosetta de’tempi nostri, ne’quali non solamente ognuno può eleggersi quell’arte ch’egli vuole a sua soddisfazione, ma lo fa anche negli anni che non sono sprovveduti di ragione, e con qualche buon fondamento di dottrina. Io ho per lunga esperienza veduto che le prime masserizie, delle quali vengono provveduti i figliuoli degli artisti, sono la Grammatica latina, le Pístole e le Orazioni scelte di Cicerone, e poco di poi l’Eneide, le Poesie malinconiche d’Ovidio, e la Regia Parnassi. Tutto questo bagagliume si chiude in un sacchettino increspato in sull’orlo, che s’appicca loro ad una spalla, e con la paterna benedizione mandansi in branchi alle scuole chi qua chi là, co’loro mantelletti lunghi fino alle calcagna, acciocchè ne’primi anni riescano que’letterati che possono. Quando sono giunti a tale, che sappiano proferire speditamente i nomi di Spondei, Trochei, Dattili e Asclepiadei, che, per non essere punto intesi dalla famiglia, sembrano la cima e il fiore della più perfetta dottrina, eccogli a tempo e a proposito di scegliere quell’arte che vogliono. Allora il figliuolo del calzolaio si prende per sè la facitura degli oriuoli, quello del vasellaio l’arte del tingere, quello del tintore fa il pellicciaio; e in tal modo i mestieri variano di persona, e vanno alle mani di chi a quelli è più inclinato. Io non dico che il presente secolo fosse abile a fare piramidi e obelischi; le quali cose infine non hanno altro pregio, fuor quello dell’esser durevoli, e di far fede a’tempi venturi che una nazione è stata, e di rimanere spettacolo a’curiosi; ma qual età sarà mai stata più capace d’inventare e assottigliare alcune arti, che certamente non furono negli antichi tempi conosciute? Noi abbiamo una varietà di tabacchiere, d’astucci, di nastri, di pettiniere e di cuffie, le quali non cessano mai, e mostrano che ancora verranno assottigliate, secondo che l’arti passeranno di mano in mano. Tante generazioni di fibbie donde procedono? Tante imitazioni di fiori da che nascono? Oltre che, un uomo potendo esercitare qual arte vuole, può anche fare l’innesto di due arti insieme, come s’è veduto pochi anni fa, che, innestando l’arte del fabbro con quella del parrucchiere, n’uscirono parrucche di fil di ferro; e mi vien detto che in qualche luogo mescolandovi quella del legnaiuolo, si facciano le parrucche di bubole. Da tutte queste cose si può comprendere che il nostro secolo, checchè ne dicano alcuni spasimati amanti dell’antichità, è uno de’più ingegnosi, e il meglio illuminato degli altri.