Cita bibliográfica: Cesare Frasponi (Ed.): "Lezione XCIX", en: Il Filosofo alla Moda, Vol.2\099 (1728), pp. 207-215, editado en: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Ed.): Los "Spectators" en el contexto internacional. Edición digital, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.235 [consultado el: ].


Nivel 1►

Lezione XCIX

A tutti gli Accennati &c.

Cita/Lema► Humano capiti cervicem Pictor Equinam.
Jungere si velit, & varias inducere plumas
Undique collatis membris ut turpiter atrum
Desinat in Piscem mulier formosa superne;
Spectatum admissi risum teneatis amici?
Credite, Pisones, isti tabulæ fore librum
Persimilem, cujus, velut ægri somnia, vanæ
Fingentur species; ut nec pes, nec caput uni
Reddatur formæ.

Hor. A. P. . 9. ◀Cita/Lema

Nivel 2► È difficilissimo, che un intelletto si disimpegni da quelle idee, che l’hanno per molto tempo occupato; voglia, o non voglia, vi ritornano da se stesse; sono come le onde del mare agitato; non sì calmano, se non molte ore dopo cessato il vento.

A questo io attribuisco il sogno, ch’ebbi l’altra notte. Mi rappresentò in una continua allegoria le differenti sor-[208]te d’ingegni; falsi, misti, e veri.

Nivel 3► Traum► Allegorie► Mi parve alla prima, che fossi trasportato in un Paese pieno di Prodigi, e d’Incanti, che si chiamava il Paese degl’Ingegni falsi, dove regna il Dio della Menzogna. Non vi era cosa nelle Campagne, ne’Boschi, e ne’Fiumi, che comparisse naturale. Molti Alberi erano coperti d’oro in foglia, in vece di fiori; alcuni produceano de’merletti; ed altri delle Pietre preziose. Le Fontane mormoravano delle ariette da Opera; e si vedeano nelle loro acque de’Cervi, de’Cigniali, delle Sirene, mentre i Dolfini, e molti altri pesci saltavano sulle ripe, e si divertivano nelle Praterie. La maggior parte degli Ucceli aveano il becco d’oro, e la voce da uomini. Li fiori, che odoravano d’incenso, d’ambra, e di zibetto, comparivano sì intrecciati gli uni cogli altri, che formavano delle pezze di ricamo. I venti erano pieni di sospiri, e messaggieri, che veniano da un numero infinito di Amanti lontani. Occupato nel correre di qua, e di la, per questo incantato Deserto, non potei a meno di rompere il silenzio, e di parlare da me solo ad alta voce sopra tutte quelle meraviglie, che si offrivano a miei occhj. Ma quale non fù la mia sorpresa, allorche ritrovai in tutte le caminate degli ecchi artificiali; che colla repetizione di certe parole da me proferite, [209] alle volte meco si accordavano, alle volte mi contradivano. In mezzo del mio parlare, con codesti invisibili compagni, scuoprj nel centro d’un assai folta Boscaglia un mostruoso edificio, fabbricato alla Gotica, con molti ornamenti di tele barbara scoltura. Subito me gli avvicinai, e ritrovai, ch’egli era un Tempio Pagano consegrato alla Dea della Stupidità. Al mio ingresso, viddi la Divinità del luogo, vestita all’antica, con un Libro in una mano; e con un sonaglio nell’altra. La Industria stava alla sua destra, con una Lampana, che ardea in sua presenza; ed il Capriccio era alla sinistra, con un Scimiotto sulle spalle. A suoi piè vi era un Altare d’una figura assai stravagante; ma si era intagliato in quella maniera per accomodarsi alla iscrizione, che lo circondava. Le Offerte vi erano sopra, consisteano i pezzi di carta pieni di Poesia, e che rappresentavano delle Accie, delle Ale, e degli Ovi. Il Tempio era pieno di Adoratori, che si applicavano a diversi esercizj giusta la loro fantasia. Viddi in un quartiero un Reggimento d’Anagrammi, che non istavano mai in riposo; correano a diritta, o a sinistra; feano delle rivolte; raddoppiavano le loro linee; cambiavano di posto; e dopo varie marchie, e contra marchie, in tutte le figure, che puole produrre uno esercizio il più composto, si fermavano.

[210] In qualche picciola distanza vi era un corpo d’Acrostici, formato di persone, che non aveano frà di loro proporzione veruna. Erano adunati sopra trè colonne, ciascuna delle quali era orlata alla sinistra da una baja di ufficiali. Tutti questi comparivano molto lesti, ed aveano almeno sei piè d’altezza; ma i semplici soldati erano sì piccoli, sì gobbi, e sì meschini che non si potea quasi rimirarli senza ridere. Si vedeano dietro a loro due o tre file di Chronogrammi, che non si distingueano dai primi, se non perche i loro ufficiali teneano, ad esempio della figura, che rappresenta il Tempo, una Sciabla da una mano, ed una Falce dall’altra; ed erano posti in confusione co’loro soldati.

Verso il mezzo del Tempio, e sotto gli occhj della Divinità, che vi si adorava, mi parve di vedere il Fantasma di Tryphiodoro, il Lipogrammatista, impegnato in un Ballo con ventiquattro persone che lo perseguitavano in giro, a traverso di tutte le Figure imbarazzate; e de’Labirinti d’una Controdanza, senza, che potessero poi attrapparlo.

Alla vista di molte persone, che mi parvero molto occupate nella estremità del Tempio, che guarda al mezzo di, esaminai ciò che feano, e ritrovai, che il grande magazzino degli Enigmi, stava colà situato. Quelle macchine d’un naturale frà di loro più opposto del [211] mondo, formavano diversi Plicchi, gettati l’uno sopra l’altro, come Fagotti. Aureste potuto vedervi un Ancora, una Mantellina, ed un Cavallo di legno legati assieme. Uno di que’operaj, che s’accorse della mia sorpresa, venne à dirmi, che vi era del grand’ingegno in molti di que’Pachetti; e che, se volevo, me li spiegherebbe. Lo ringraziai della sua cortese offerta; e gli risposi, che avevo un poco troppo di premura, si che non potero ascoltarlo. Sul punto di escire dal Tempio, viddi in un angolo certa truppa di uomini, e di donne, che di tutto cuore rideano, e si divertivano al giuoco delle Rime, nel quale, chi ne repplica una, di cui un altro si è già servito, commette un fallo. Passando loro vicino, intesi quantità di doppie rime, che serviano a raddoppiare l’allegrezza.

Vi era nel loro vicinato un’altra banda di spiriti gajosi, e buffoni, che si schermivano ad’un giuoco, il di cui fine tutto consistea nel far pigliare una persona per un’altra. Per dare occasione a questi errori grotteschi, si erano divisi in varie coppie; ciascuna delle quali era coperta dal capo fino ai piè, colla stessa sorta di abiti; benche forse non avessero un solo delineamento del loro volto che si rassomigliasse. In questa maniera il Vecchio era alle volte pigliato per un Giovine; una Donna [212] per un Uomo; un nero per un bianco, il che cagionava grandi scoppj di ridere. Conobbi alla loro mina, che quegli era una Partita di equivoci, o di giuochi di parole. Che che ne sia, impaziente di vedermi fuori di quel mondo incantato, che m’avea quasi imbrogliato il cervello, escii dal Tempio; e con tutta diligenza attraversai i campi, che lo circondavano; ma non ero gran cosa avvanzato, che intesi lo strepito delle Trombe, che suonavano l’allarma; e che parea annonciassero la marchia d’un esercito nemico. In fatti viddi comparire di lontano un assai chiaro splendore; in mezzo del quale camminava una Persona di aspetto maestoso, che si chiamava la Verità. Avea alla sua destra un Dio, che portava un Carcasso dietro le spalle, con un pugno di strali in mano; e che s’intitolava l’Ingegno. L’avvicinamento di questi due nemici, riempiè tutto il Territorio de’falsi Ingegni d’una incredibile costernazione; di maniera che, il Dio del Paese si portò in persona sulle frontiere, con molte divinità subalterne, ed i differenti corpi di truppe, che avevo vedute nel Tempio, si raunarono in battaglia. La marchia del nemico fù sì lenta, che tutti li vicini al Paese della Menzogna ingelositi ebbero tempo di adunare le loro forze, rissoluti di mantenere i loro posti; di osservare una esatta neutralità; e di [213] aspettare l’esito del combattimento.

Metatextualidad► Debbo quì avvertire i miei Leggitori, che ◀Metatextualidad le frontiere del Paese incantato, erano abbitate dalle varie specie degl’Ingegni misti, che feano una strana figura, quando si venne a passargli in revista. Vi erano degli Uomini col corpo trapassato da strali; e delle Donne, che aveano gli occhj di specchj ardenti. Vi si osservavano anche degli Uomini, che aveano il cuore di fuoco; e delle Donne, che aveano il seno di neve. Non finirei mai se volessi descrivere tutti li mostri, che componeano questa grande Armata, la quale si divise subito in due parti; una si gettò dietro al Drapello della Verità; e l’altra dietro a quello della Menzogna.

Il Dio della Menzogna, ch’era d’un taglio gigantesco, avvanzò qualche passo alla testa della sua Armata; ma l’abbagliante splendore, che circondava la Verità, ebbe appena saettati i suoi raggj sopra di lui, che s’inaridì à poco a poco; fino che non parve più se non un Fantasma, e finalmente svanì di maniera che non rimase la minima traccia della sua figura nel luogo, che avea occupato.

In quella guisa allo spuntare del sole spariscono una dopo l’altra le stelle, fino che non se ne vede più una in tutto il giro dell’Emisfero; così il Dio della [214] Menzogna svanì, con tutta la sua Armata.

Il Tempio si sprofondò in un tratto; i Pesci ritornarono nelle acque, e le Bestie selvagge ne’Boschi. Le Fontane ripigliarono il loro mormorio; gli Uccelli i loro accenti; gli Alberi le loro foglie, ed i Fiori il loro odore; in somma tutta la faccia della Natura, ritornò nel suo stato primiero. Alla vista di questa nuova metamorfosi, mi parve, benchè continuassi à dormire, di risvegliarmi con un sopprasalto, doppo avere fatto un sogno.

Subito, che fù passata la scena di tutti que’prodigj, che aveano molto turbata la mia immaginativa, esaminai con singolare attenzione i passi dell’Ingegno, e della Verità, essendo impossibile, nello stesso tempo, di rimirare l’uno senza vedere l’altra. Un grosso Corpo di Figure, che aveano l’aria robusta, e vigorosa andava loro dietro. L’Ingegno del Poema Eroico vi compariva coronato d’alloro, colla spada alla mano. La Tragedia, con una longa veste tinta nel sangue, avea una Corona di Cipresso. La Satira, colla sua aria ridente, tenea un pugnale nascosto nel seno. La Retorica si fea conoscer col suo folgore; e la Comedia, colla sua maschera. Dopo molte altre Figure di seguito, si vedea di retroguardia l’Epigramma, che non avea avuto il suo posto nel principio della spedizione, perche vi [215] era del sospetto, che potesse aderire al nemico, e per altro potea anch’egli giognere. Il Dio dell’Ingegno avea qualche cosa di sì amabile, e di sì penetrante ne’suoi sguardi, che m’ispirò insieme l’amore, e’l timore. Mentre provava una estrema gioja nel rimirarlo, all’improviso mi presentò uno de’suoi Carcassi pieno di frecce; ma, volendo stendere la mano per riceverlo, urtai contro una sedia, il che mi risvegliò e così disparve il Sogno. ◀Allegorie ◀Traum ◀Nivel 3 ◀Nivel 2 ◀Nivel 1