Sugestão de citação: Gioseffa Cornoldi Caminer (Ed.): "Num. XXIII", em: Donna galante, Vol.2\23 (1786), S. NaN-352, etidado em: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Ed.): Os "Spectators" no contexto internacional. Edição Digital, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.4808 [consultado em: ].


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Num. XXIII.

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[323] Toletta

Per tingere i capegli in nero.

Si lavino prima di tutto i capegli, in seguito si bagni il pettine nell’olio di tartaro pettinandosi al sole: facciasi questa operazione tre volte al giorno, e nel termine di otto giorni al più i capegli diventeranno neri.

Per annerire le sopracciglia.

Bisogna strofinarle sovente con le coccole ossia granelli di sambucco, che se ne avrà un pronto e durevole effetto.

Per tingere i capegli in biondo.

Prendasi due libbre di lisciva di cenere di sermento, cioè legno di vite; una mezz’oncia per sorte di radice di brionia, di celidonia, di curcuma, ossia zafferano d’india; due dramma di zafferano ordinario, e di stami di giglio, una dramma per sorte di fiori di tasso barbasso, di ginestro, e d’iperico; si faccia cuocere il tutto insieme e lasciata la feccia al fondo coll’acqua più chiara si lavino i capegli, poichè in poco tempo diventeranno biondi.

[324] Polvere parfumata.

Prendasi una libbra d’iride di Firenze, due oncie di belzuino, una libra di rose secche, un’oncia di storace, un’oncia e mezza di santalo citrino, due drama di chiodi di garofano, un poco di corteccia di limone: il tutto si renda in polvere in un mortajo, aggiungendovi venti libbre di amido polverizzato. Si passi quindi per un fino bursato, e si colorisca una tal polvere a piacere.

Polvere bionda.

Bisogna solamente aggiungere alla polvere bianca un poco di ocra ossia giallo di terra per ottenerne l’intento: miscendo le droghe di colore alla polvere bianca se ne può avere di tutte le sorta.

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Offese delle amanti.

Retrato alheio► Quando una donna che si sia dichiarata per amante si scusa con l’innamorato di averlo offeso inavvedutamente senza volerlo, allora l’ha offeso effettivamente; ella è rea di non averlo offeso maliziosamente. Le offese che vengono dalla innamorata sono un effetto della passione di lei: chi desidera la causa, ha da goder dell’effetto. Le vere innamorate non fanno offesa all’amante senza malizia; perchè ogni piccola mancanza di un aman-[325]te è una rilevantissima offesa per un’innamorata. Quelle donne in somma che offendono l’amante senza malizia, è segno che con quell’amante non hanno malizia. Io non me n’era accorta è un dire: Io non me n’era avvista che voi ci foste. Non sapeva d’offendervi, è un confessare, che non si ricordava che fosse offesa l’offenderlo.

La donna di spirito ha tre potentissime armi in se stessa di far vendetta dell’innamorato: occhi, lingua, riso. Pare che tutte sappiano farlo naturalmente, lo fanno naturalmente ma non giudiziosamente.

Per sortire l’effetto che desidera una donna non guardi mai colui che prende a perseguitare. Gli sguardi di una donna sono le più sincere dichiarazioni del cuor d’una donna. Se quella donna però che prende a tormentare un amante coi suo sguardi, sarà innamorata di lui, puol essere una gran donna di spirito purchè sappia farlo giudiziosamente.

Tutte le donne quando sono in collera coll’amante si affaticano di non guardarlo, usano l’arte di guardare qualche altra persona, ma frattanto guardano anche l’amante per vedere se si tormenta; lo guardano a quel segno che desiderano appunto che si tormenti; egli se ne avvede dell’ [326] arte; l’allegrezza di vedere che chi vuol tormentarlo non lo tormenti, fa che non si tormenti, e che divenga incambio più lieto; il diventare più allegro è motivo che si tormenti colei che si voleva tormentare.

Perchè una donna faccia vendetta d’un amante colla sua lingua, bisogna che la lingua di lui non prenda nessuna vendetta. Le donne quando vogliono vendicarsi d’un amante o non parlano o parlano troppo; tanto il non parlare che il parlar troppo è un fare insuperbire l’amante, e non un darli tormento. Quando una donna di spirito vuol tormentare un innamorato colla sua lingua, parli con lui in quella maniera che parla cogli altri. Gli usi tutte le pulizie del discorso; risponda con complimenti non affettati; e soprattutto non parli mai di risentimento con lui. Se egli si scusasse d’infedeltà, d’inavvedatezza, risponda d’una maniera come non avesse rilevato la sua infedeltà, e non si fosse accorta della sua inavvedutezza; ma tutto questo si ha a farlo colla maggiore naturalezza, perchè un tuono di voce affettato guasta ogni cosa.

Il riso è un’arma potente in un’amante per vendicarsi del suo innamorato; ma quanto è difficile il saperne fare buon uso! Anche in questo [327] eccedono comunemente le donne, cioè o nel troppo ridere o nell’astenersi affatto da ridere. Gli amanti come sono in qualche discordia coll’innamorata desiderano che si tormenti di esserlo. Si vuol deluderlo. Si vuol mostrargli di saper vivere anche senza di lui; egli si vuol far vedere che non si è spenta in lei l’allegrezza, se in lui si è spento l’amore; ne avrà dispetto; il suo dispetto accrescerà la gioja nella innamorata; tutto le sarà oggetto di dilizia; riderà d’ogni cosa; egli si attristerà di tutto; e tutto accrescerà maggiormente la gloria della sua tiranna.

Il pianto è una cosa indegna d’una donna di spirito; ora non ha più concetto; si vuol lasciarlo alle innamorate, o alle schiave.

Gli sfinimenti, le convulsioni sono difetti, sono mali quando sieno sinceri; perchè farsi gloria una donna di spirito dei suoi difetti? Non si disapprova uno sfinimento ad arte, ma in un caso rilevantissimo, e decisivo. Negli affari d’importanza si ha a tentar tutto. Vi è dunque qualche caso in cui le convulsioni, gli sfinimenti sono cosa d’importanza. Quando si tratta di un matrimonio buono per una donna è lo stesso che si trattasse per un uomo di corte d’uno dei più luminosi, e dei più lucrosi impieghi dello Stato. ◀Retrato alheio ◀Nível 3

[328] Aneddoti.

Nível 3► Narração geral► Scrivono da Rochefort in Francia che tempo fa un paesano si fermò davanti al Teatro, e si diresse al Distributore dei biglietti dicendogli nel suo linguaggio: Io non ho mai veduto la Commedia; perciò vorrei vedere cos’è: voglio ben pagare, ma voglio il primo posto. Uno degli attori, che si trovava presente gli promise di soddisfarlo; lo condusse sulla scena, e lo fè sedere sopra una scranna. Rappresentavasi in quel giorno Gaston et Bayard. La vista di quell’uomo posto in un angolo del palco, ed i suoi moti ricreavano gli spettatori, i quali ben s’avvidero che non intendeva troppo bene ciò che si rappresentava. Il paesano apriva i suoi grand’occhi per non lasciare sfuggire un sol movimento degli attori. Quando si fu alla sesta scena dell’atto quinto, in cui Altamoro vuol massacrare Bayard, il paesano che vide avanzarsi l’attore colla lancia in mano in atto di ferire, si avventò contro di lui, lo fece stramazzare al suolo, lo disarmò, lo prese per la gola, e gli disse: È già molto tempo, che fai soffrire coi tuoi tradimenti quest’uomo; ma tu adesso ne pagherai il fio. Quanta pena vi volle per strappar-[329]gli l’attore dalle mani; il Dramma non potè terminarsi. ◀Narração geral ◀Nível 3

Scrivono dal Soissonese un atto d’intrepidezza d’una figlia di 22. anni ben degna delle ricompense che le furono compartite. Il pubblico leggendo questo tratto di coraggio dividerà senza dubbio i sentimenti dei rimoneratori. Riportiamo noi col più gran piacere quest’azione che fa onore ad un sesso che non è stato mai abbastanza lodato, perchè mai fu bastantemente conosciuto.

Nível 3► Narração geral► Ultimamente una bestia feroce sconosciuta, che poscia si seppe essere un lupo della specie più grande, si era nascosta in un campo di segale nella Parrocchia di Caillonel presso Caulny, ed aveva rubato un fanciullo di 11. anni. Certa Maria Anna Barra di tal Parrocchia di 22. anni attratta dalle grida della madre del fanciullo corse in di lui soccorso sola senz’armi in presenza di varie persone che non ardivano di seguirla. Raggiunge la bestia, combatte seco, la insegue a traverso un pantano, salta come lei un fosso, di nuovo la raggiunge, gli strappa finalmente dalla gola la preda, e porta il fanciullo ancor palpitante nelle braccia della madre; egli era morto tuttocchè fosse rimasto intiero il di lui corpo.

Il Sig. Intendente di Soiffons informato di que-[330]sta corraggiosa azione incaricò il Sig. Goulliar suo subdelegato a Chaulny; come pure il Sig. de Bonival Prefetto della Città di rimettere alla figlia Barra una gratificazione per parte sua, e di farle tutti gli onori dovutile per tale bella azione. Chiamata in conseguenza la suddetta giovine si portò a Chaulny nel giorno di S. Pietro, accompagnata da suo Padre, Madre, un Fratello, ed una Sorella vestiti tutti in bianco col seguito di tutti gli abitanti del Villaggio col loro Parroco alla testa. Scortata quindi dalla milizia civica la condusse al Palazzo della Città in mezzo a più di quattro mille spettatori. Colà il Subdelegato ed il Prefetto le consegnarono una borsa colla destinata gratificazione. Le Dame della Città si compiacquero di onorare egualmente, e ricompensare il corraggio di questa giovine con diversi regali. Quindi dopo tal cerimonia è stata condotta colle sue compagne, il suo Curato ed altri dal Prefetto, che gli aveva fatta preparare una colazione.

Si sono tesi diversi aguati per procurare l’uccisione di un tal lupo; ma si crede che fino ad ora siano stati inutili tutte le diligenze per ciò praticate. ◀Narração geral ◀Nível 3

[331] Anedotti storici.

Nível 3► Exemplum► Carlo IV. Duca di Lorena trovandosi a Brusselles s’innamorò perdutamente della figlia di un Borgomastro. La madre, ch’era una donna di onore, vegliava sì da vicino alla figlia, che il Duca non potè mai trovare occasione di vederla. Finalmente la madre, la figlia, ed il Principe essendosi un giorno trovati ad una festa di ballo con diversi altri Signori, essendo nota a tutto il mondo la passione del Duca, cadde la conversazione sull’oggetto del suo amore; il che lo indusse a pregare alcuni degli invitati a chiedere per lui alla madre il permesso di dire due parole a sua figlia nella stessa Sala, ed in presenza di tutto il concorso. Avendo ciò ricusato la madre si offrì di non parlarle che per il tempo che avrebbe potuto tenere in mano un carbone ardente. Questa condizione parve sì forte che fu accettata. Il Duca si ritirò in disparte, e si pose in mano un carbone acceso. Cominciò la conversazione e la prolungò a segno, che la madre giudicò a proposito d’interromperlo; ma trovò il carbone estinto, ciò che deve far giudicare del dolore che soffrì il Duca in questa circostanza. Non è questi amore? Se [332] si proponesse una prova simile ai nostri Damerini si vedrebbero retrocedere più di cento passi. ◀Exemplum ◀Nível 3

Nível 3► Narração geral► Nel tempo dell’abboccamento di Francesco I. col Papa Clemente VII. a Marsiglia tre Dame virtuose saggie, divote, belle, ed oneste vedove pregarono il Signor d’Albanie amico del Pontefice di ottenere loro il permesso di mangiar carne pei giorni vietati. Il Sig. d’Albanie volendo divertire il Santo Padre ed il Re, disse loro di trovarsi in un tal giorno in persona a chiedere al Papa la dispensa di cui avevano bisogno.

Introdotte queste Dame si posero a’piedi di Sua Sanità, ed il Sig. d’Albanie parlando in Italiano così disse sotto voce per non essere da esse intese: “Santo Padre, queste tre Dame vedove, belle, e ben oneste non volendo mancare al rispetto dovuto alla memoria dei loro mariti, ed ai sentimenti di tenerezza che hanno per i loro figlj sono risolute di non passare alle seconde nozze; ma la carne essendo sì debole ed elleno sì poco esenti dalle tentazioni, supplicano perciò Vòstra Sanità di aver riguardo alla loro infermità, e di permettere loro di soccombere senza peccare tutte le volte che la tentazione sarà tanto forte da non poter resistere.”

Nível 4► Diálogo► Come, disse Clemente VII. vorreste voi ch’io [333] dispensassi queste Dame dai comandamenti di Dio?

Elleno sono alla vostra presenza, Santo Padre, possono meglio spiegarsi, rispose d’Albanie.

Allora una di esse Prendendo la parola, Santo Padre, gli disse: Noi abbiamo pregato il Sig. di Albanie di presentarvi i nostri bisogni, come pure la debolezza del nostro sesso e della nostra complessione.

Sì ho inteso, mie Signore, rispose loro il Papa, ma domandatevi tutt’altro.

Almeno tre volte la settimana Santo Padre.

Tre volte la settimana commettere il peccato di lussuria? Ah nò, Signore. Si è fatto giammai ad un Papa una simile domanda?

Le tre Dame allora comprendendo che il Sig. d’Albanie si era di loro preso giuoco: Ah nò, Santo Padre, esclamarono tutte e tre in una volta, non si tratta di questo: Noi vi domandiamo unicamente il permesso di mangiar di grasso nei giorni per ciò vietati.

Perdono, mio Signore, soggiunse il Sig. d’Albanie, per essermi in tal guisa divertito. ◀Diálogo ◀Nível 4

Il Papa fortunatamente aveva piacere di ridere, e unitamente a lui l’ottimo Francesco I. Questa piacevolezza divertì pure ambedue le Corti. ◀Narração geral ◀Nível 3

[334] Amena Letteratura la Gioventù

istruita nel buon costume. Firenze 1787. In S.

Oh ecco un galateo di moda, e in versi. È composto di 20. Capitoli. Nel I. parla di ciò che si deve osservare nelle Conversazioni; nel 2. di ciò che bisogna osservare stando a tavola; nel 3. di ciò che si deve osservare nel riverire e render visite; nel 4. dei complimenti; nel 5. di ciò che deve osservarsi nel giuoco; nel 6. del ballo; nel 7. di ciò che deve osservarsi nel viaggio, ed alla caccia; nel 8. in carrozza e a cavallo; nel 9. delle decenze verso i superiori; nel 10. della conformazione all’allegrezza, ed afflizione: nel 11. dell’alzarsi dal letto e del vestirsi; nel 12. di ciò che deve farsi in Chiesa; nel 13. del modo di andare per strada; nel 14. del passeggio; nel 15. del comando; nel 16. per chi serve; nel 17. degli scherzi, e dei motti; nel 18. rapporto allo scriver lettere; nel 19. dello spogliarsi e porsi in letto; e finalmente nel 20. della conclusione. Questi Capitoli sono poi seguiti da alcune Instru-[335]zioni e insegnamenti morali; di alcune massime di Pitagora; e da alcuni detti scelti di Siro. Il complesso dell’opera è bello ed istruttivo; veggiamone uno squarcio sul punto delle conversazioni, perchè trattandosi del buon costume non sarà discarso alle nostre belle che glielo rammentiamo dovendo esse piacere molto di più di tutti gli altri enti della terra,

Nível 3► Citação/Divisa► La dove parla insiem gente adunata

Già mai si deve entrar all’improvviso,

Senza farsi sentir, senza ammasciata;

Nè ad un solo, anche amico e conosciuto:

Parlar si deve entrando: all’adunanza

Generalmente facciasi il saluto.

Se quando giungi, alcuno alzasi in piedi,

Non li togliere il luogo: un altro posto

Fra gl’infimi ti prendi; ultimo siedi.

Se alcun discorre è grande inciviltà

Chieder, chi dice? chi fa questo? e peggio

Se in segreto parlando allor si sta.

In linguaggio stranier cosa è indecente

Il parlar con alcun, se non s’intende

Anche da qualunque altro ivi presente.

Come pure all’orecchio non sta bene

Discorrer col vicino; e meno ancora

Dopo il discorso ridere conviene.

[336] Non si sbadiglj nell’altrui presenza

Ma di nascosto facciasi il bisogno

La bocca ricoprendo con decenza.

Drizzarsi in piè non dessi ove altri seggono;

Nè feder mentre gli altri in piedi stanno;

Nè prolungar discorso ove altri leggono.

Indecenza è il tener sotto la veste

Le mani, o in seno, o dimenar le gambe

E le spalle voltate a genti oneste.

Non dir frivole cose molto preme:

Chi ascolta per lo più ride, e schernisce

E chi discorre e il suo discorso insieme.

Cortese esser si deve, umil, modesto,

Ameno, compiancente, e a tutti grato:

Di farsi amare il più bel modo è questo ec. ◀Citação/Divisa ◀Nível 3

Nível 3►

Enimma.

Abbiam la vita tre le quercie e i pini;

Un albero ci è padre: ognun di noi

Senza german non è; grandi o piccini

Siam, come piace a voi;

Utili d’euro al soffio, e quando piove;

In campagna più spessa abbiam dimora,

Che tra Città fastose.

Solo nella stagion aspre e nevose

[337] Di casa il piè si move.

Lettor non vuoi più chiari lumi ancora?

Ebben perchè più ci ravvisi in faccia

Pensa a ciò che far suole

La turba Femminile allor che in traccia

In certa età và di capricci e sole. ◀Nível 3

Il moto dell’Enimma del scorso Numero è Canapè.

Memoria istorica, e medica

Nível 3►

Sopra il Caffè.

Il Caffè ed il Tè sono due bevande, le quali sebbene niente necessarie, e della classe di quelle che possono dire di puro lusso, sono oramai divenute all’Europa tutta una delicatezza quasi indispensabile. Metatextualidade► Quindi è che limitandoci per ora al solo caffè, ci lusinghiamo che non saremo per dispiacere ai nostri Leggitori se estrarremo dalla recente Opera del Sig. Ellis Membro della Società Reale, e da altre ancora accreditate, fra le molte che ne sono state antecedentemente pubblicate, alcune istoriche notizie, e osservazioni sopra questa bevanda ridotta oggigiorno universale. ◀Metatextualidade

[338] Si vuole che la parola Cahve, la quale è Araba, venga da un verbo, che in quella lingua significa avere poco appetito, e ciò secondo alcuni perchè tolga l’appetito, e secondo altri perchè anzi ravvivi, e faciliti la digestione.

Il Caffè è il frutto o semenza di una pianta arborea detta dal Naturalista vivente Svedese Coffea Arabica. Dal Tilli nell’Orto Pifano Jasminum arabicum, Castane & folio, flore albo odoratissimo, cujus fructus caffè in Officinis discuntur, come lo aveva pur detto Boerhaave nell’Indice delle Pinate dell’Orto di Leida; e il Commelino ancora nell’Orto Amstelodamense; e altri tralasciando molti sinonomi [sic] , e descrizioni di Autori Botanici, appresso dei quali ognuno può occorrendo vederli, si aggiungerà solo che la Pianta dagli Arabi è stata detta in loro volgar lingua Ben e Ban, e il frutto Bunae Bunnu; e Bunchos, e sotto questi nomi ne avevano parlato Giovanni Bavino, Prospero Alpino, e il Vestingio. La pianta del caffè si dice in Toscano Caffè, egualmente che il frutto; da qualche Scrittore Italiano però il frutto è stato anche detto Fava Arabica.

Si considera da tutti generalmente gl’Istorici, e Botanici, che questa pianta sia originale o nativa dell’Arabica Felice, e dell’Etiopia; ma si vuo-[339]le da alucni che nascesse anche nella Persia e Armenia, e che quivi ne fosse fatta la prima scoperta, e fosse usata da alcuni Monaci Cristiaoi, almeno così attesta Fausto Nairone. Qualche Scrittore ha sostenuto che Razis, Avicenna, e Bengiaslach Medici Arabi, i quali fiorirono poco dopo il mille, abbiano parlato del Caffè sotto il nome di Bunchos, ma questo appresso di loro era una radica e non un seme e frotto. Egli è certo che prima del secolo decimoquinto niuna Storia fa menzione del Caffè, e soltanto si trova esserne tenuto discorso in un Manoscritto Arabo, dove si descrive anche il caso che fece scuoprire le sue qualità, che successe a tenore dell’esposto da cotesto Aurore nella seguente maniera. Gemaleddin Muftì allora di Aden, Città dell’Arabia Felice verso l’anno 1450. in una sua malattìa di languore, di debolezza, e di sonnolenza, sovvenendosi, che i Persiani suoi Paesani bevevano qualche volta la decozione del Caffè, volle farne sopra di se uso per rimedio, e ne restò molto contento, onde ne ordinò l’uso ai suoi Dervis, o Sacerdoti subordinati, i quali nelle Moschee troppo facilmente si addormentavano, ed erano trascurati intorno agli esercizj, ai quali specialmente di notte tempo erano obbligati. In questa guisa l’esempio [340] del Muftì, o diciamo Sommo Sacerdote, e de suoi Ministri accreditò notabilmente il Caffè, il quale era allora negletto nell’Arabia, e appena conosciuto anche in Persia. Dalla Città di Aden se ne sparse sollecitamente l’uso fino alla Mecca e tanto più facilmente e universalmente ciò succedette, perchè il Maomettani scrupolosissimi allora nell’osservare il precetto, che vieta loro l’uso del vino, trovavano di essere a sufficienza ristorati in mancanza di quello da questa succedanea bevanda. Questa fu trovata da tutti generalmente capace di diminuire il sonno, cosa che a molti non dispiaceva, come fra gl’altri a tutti gl’Uomini dati allo studio, ma insieme la sperimentarono allegra, consortativa, e buona al gusto; onde i Monsulmani vi presero presto passione, e vi i abbandonarono con trasporto, a segno che in varie di quelle Città furono stabilite delle pubbliche case, nelle quali facevasene gran spaccio, e in folla vi si portavano a gustare questa nuova bevanda Persone di ogni qualità, ed a tutte le ore. A questi luoghi incominciarono a unirvi dei giuochi, dei canti, e dei balli con musica, onde le dette case divennero luoghi del maggior piacere. L’uso del Caffè non solo fu accettato in tutta l’Arabia, ma nell’Egitto ancora; l’eccesso però che univer-[341]salmente principiò a farsene, bevendosi perfino con scandalo di molti nelle Moschee, produsse che i più rigidi e farisaici Santoni declamassero e strepitassero contro questa bevanda, onde per qualche tempo fu dal Governo proibita. A motivo peraltro del dispiacere grande che la proibizione di questa bevanda cagionò in tutti quanti generalmente, eccettuati alcuni impostori e mentiti devoti, tornò ella ben presto ad essere approvata e permessa. Nel 1554. vale a dire 100. anni all’incirca dopo che il Muftì di Aden aveva fatto conoscere e guastare il Caffè nell’Arabia felice, ne fù portato, e introdotto l’uso a Constantinopoli. Ivi pure furono aperte delle pubbliche stanze o botteghe, dove si preparava e dava a bere il Caffè, e dove ogni giorno presero a adunarsi le Persone di lettere, i Poeti, e gli Ufiziali ancora del Serraglio. Quivi pure i Dervis di Costantinopoli, soffrendo malvolentieri lo stabilimento di queste pubbliche botteghe di passatempo e di piacere, e per le quali, venendo le Persone distratte e disturbate dalle solite frequentazioni delle Moschee, molto scemavansi i loro particolari guadagni, altamente si opposero, e perorarono contro di esse con dei pretesi motivi di Religione. Dicevano fra le altre cose che il Caffè fosse una specie di car-[342]bone, e che ogni alimento ad esso somigliante era espressamente proibito da Maometto nell’Alcorano, e che il seguitare a farne uso, dopo in specie di essere stati sopra di ciò avvertiti, era un solenne attentato contro la Legge, e che il Profeta si sarebbe contro di loro fortemente sdegnato. Per queste ragioni addotte dai Dervis fù allora in Constantinopoli proibito l’uso del Caffè, e furono chiuse le pubbliche case o botteghe dove si beveva, con Legge confermata anche dall’Imperatore Amurat III. Ma lamentandosi di ciò fortemente il Popolo, per essersi molto assuefatto, ed aver presa passione per cotesta bevanda, poco tempo passò che il Governo, in grazia di una tassa che vi appose, e mediante la restrizione espressa che il Caffè fosse bevuto nell’interno delle botteghe, e non in vista del Popolo, furono permesse e riaperte. In seguito Maometto IV. essendo stato avvertito che in questi riddotti si parlava liberamente degli affari di Stato, e sembrandogli verisimile che coteste tante botteghe potessero servir di mezzo, con le adunanze che vi si facevano, per indagare i fini politici del suo Impero, comandò che generalmente fossero chiuse, non permettendone soltanto che alcune; restando per altro ferma fra i Turchi l’opinione che il Caffè [343] fosse un’eccellente giovevole bevanda. Da cotesto tempo cominciarono a farne uso i particolari privatamente nelle loro case, e l’uso volle che fosse offerto agli Stranieri come per segno di ospitalità e di regalo. Con l’andare di qualche anno l’uso del Caffè in Turchìa si fece sempre più generale, e andarono riaprendosi delle pubbliche botteghe, senza che niuno più vi si opponesse. Oggigiorno ivi i medesimi domestici hanno il costume di chiedere del denaro per il Caffè, senza che per tal riflesso sia mai loro negato, ed uno adesso che in Turchìa negasse alla moglie l’uso del Caffè ella subito avrebbe una cagione ammessa di divorzio. In Constantinopoli le Famiglie più cospicue e ricche spendono nel Caffè poco meno di quello che facciano in vini i più splendidi e facultosi Signori della Germania della Francia e dell’Italia. È difficile il determinare precisamente come e quando l’uso del Caffè da Costantinopoli sia passato nelle parti settentrionali d’Europa; per altro è verisimile che ne siamo debitori ai Veneziani, i quali avendo fra tutti gli altri molte relazioni e commercio con quella Capitale dell’Impero Orientale, sieno anche stati i primi a portarne il costume a Venezia, stata poi sempre celebre per le sue bot-[344]teghe di Caffè, e per l’abilità di preparare nella miglior maniera questa bevanda.

Il Viaggiatore Thevenot, stato anche in Arabia, tornato a Parigi nel 1657. portò del Caffè in regalo ai suoi amici, ma l’uso di esso non si diffuse, e soltanto si fece più cognito, e cominciossi a usare in molte di quelle principali case il 1669. dopo l’Ambascerìa solenne di Solimano Agà Inviato al Re da Mehemet IV. avendone esso, ed il suo convojo portato molto, e molto in tale occasione essendone stato regalato a diversi. A Marsilia però fu conosciuto anche prima, ed in alcune di quelle case si usava fino del 1644. avendo insegnato a preparare questa bevanda ai suoi Concittadini il Sig. la Roque al suo ritorno dall’Arabia, a segno che nel 1660. l’uso del Caffè vi era divenuto comunissimo anche contro il volere di quei Medici, i quali lo disapprovavano e molto vi si opposero, stimandolo dannoso alla salute. La prima bottega pubblica di Caffè per altro vi fù aperta il 1671. a Parigi se si ha riguardo ai Registri pubblici, ed all’uso stabilmente introdottovi, questo fù nel 1669. e alquanto prima a Londra, cioè nel 1660. o come altri vogliono nel 1652. dove un Greco cominciò a venderlo, e nel [345] 1675. e vi erano molte botteghe di Caffè le quali furono fatte chiudere dal Re Carlo II. a motivo dei malcontenti e sediziosi, i quali in esse si adunavano, e molto davano da sospettare colle loro conferenze in tali luoghi.

Il primo Scrittore Europeo che ne abbia fatt [sic] menzione è stato il Rauwolfio, che stiede in Levante nel 1513. e una maggior notizia ne diede dopo il 1580. Prospero Alpino nelle sue Opere; questo essendo stato in Egitto scrisse delle Piante Esotiche, e di quelle espressamente dell’Egitto, siccome sulla Medicina degli Egiziani, ed asserisce che gli Egiziani, egualmente che gli Arabi, componevano una bevanda nominata in loro lingua Coava con i frutti di un Albero detto Bon, ovvero Ban, da esso veduto coltivato nel Giardino di Alibai Turco; in oltre che cotesta bevanda si preparava e vendeva in pubbliche botteghe, e che da ogni condizione di Persone era bevuta egualmente che il vino appresso di noi. Prospero Alpino tornò dal suo Viaggio a Venezia il 1591. onde è probabile che dopo fosse tal bevanda introdotta a Venezia, avendone forse esso sollecitata l’introduzione con averla lodata, e aver invogliato i Veneziani a gustarla e praticarla.

Si prepara questa bevanda in tre maniere. La [346] prima consiste nel far la decozione di esso mondato perfettamente dai gusci e senza toccarlo, maniera stata celebrata da M. Andry Accademico delle Scienze, ma che non ha avuto incontro, nè fautori. La seconda è quella di fare la bollitura delle sue scorze del suo frutto, state dette dai Francesi che tornarono la prima volta da Moka Fleurs de Caffè, e questa foggia di Caffè fù detta Caffè alla Sultana, stimata molto in Arabia dai Grandi del Paese, ma che appresso di noi non ha essa pure riscosso gran credito. La terza è la praticata comunemente col frutto tostato, in Francese Caffè rotì, che realmente è la migliore, e quella che dovunque perciò ad esclusione dell’altre due ha preso piede,

Dice M. de Jussieu in una sua Memoria sul Caffè, letta all’Accademia delle Scienze di Parigi il 1713. che l’Europa è debitrice della cognizione della Pianta del Caffè agli Olandesi, i quali da Moka la portarono a Batavia, e di là al Giardino d’Amsterdam. I medesimi Olandesi cominciarono a coltivare il Caffè nelle piantazioni nel Surinam nel 1710. ed il Governatore di Cajenna dodici anni dopo ne portò una pianta in tale Isola, dalla quale immediatamente n’ebbe un prodotto da averne ben presto mille e più [347] piante, e consecativamente in pochi anni moltissime altre, onde vi furono stabilite grandiose piantazioni.

Dai Francesi pure fù fatto altrettanto nell’Isola Martinica, dove da essi vi furono portate le prime piante nel 1727. e lo stesso, senza che si sappia assegnare l’epoca, fù fatto dagl’Inglesi nella Giammaica; ma sicuramente qualche anno prima del 1732. imperochè in cotesto tempo il Parlamento pubblicò un Decreto per promuovere tra le sue Colonie la cultura di questo ultissimo ramo d’industria e di Commercio.

Per quello che riguarda la cultura data al Caffè nell’Arabia felice, e nella Giammaica; ne parlano quanto occore M. Roque nel suo Viaggio in Arabia, e M. Browne nell’Istoria della Giammaica, onde questi possono esser consultati da chi gradisse restar sopra di ciò accuratamente informato.

Quattro sono le specie, o per meglio dire le varietà principali che vengono assegnate del Caffè.

Primo é [sic] l’Arabico, detto più comunemente d’Alessandria, o di Levante, il quale ha il frutto più minuto degl’altri, e di un colore giallo-scuro. Di questo, quello che vien coltivato nei Gardini, e vicinanze di Moka, considerabil Città e [348] Porto dell’Arabia felice all’entrare del Mar rosso, è il più accreditato, e realmente è anche il migliore sopra tutte le qualità che sieno portate da altre parti del Levante. Secondo è quello che vien portato dall’Indie, e Isole Orientali, chiamato ordinariamente Caffè di Giava, il quale è li-più grosso di tutti, e di color bianco inclinante al giallo. Terzo è il Caffè d’America detto d’Inghilterra, o Surinamense, ma più comunemente detto Caffè di Ponente, che è di grandezza mezzana, verdeggiante: e non diverso da questo è considerato quello che i Francesi coltivano e raccolgono alla Martinica. Quarto finalmente è quello che ci viene dall’Isola di Borbone in Africa, soggetta ai Francesi, e nominato Caffè di Francia. Questo quando sia ingenuo di questa Isola è di ottima qualità, e sta a paragone con quello di Levante, anzi presso alcuni viene stimato come di maggior frequenza e sapore.

Aly-Pechum ricco Negoziante al Cairo, Uomo di molto talento, grande intraprendente, e originario della Mecca, avendo eretto al Cairo una Stamperia, con intendenti di tale arte fatti venire da Londra, stampò nel 1766. una sua Opera sul Commercio d’Egitto, e in fine di quest’Opera diede una Dissertazione sul Caffè. Ivi fra le [349] altre cose, che tocca sul Caffè, scuopre le frodi che si praticano dai Negozianti di esso, e dice che non tutto il Caffè che si spedisce dal Cairo o sia dal Alessandria d’Egitto alle altre Piazze è genuino di Levante, o sia d’Arabia, perchè i Francesi ve ne portano molto d’America, e ivi lo mescolano con quello. ◀Nível 3

Metatextualidade► (Il fine nel pross. Libretto.) ◀Metatextualidade

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Tavola XLIV. Fig. 56.

Retrato alheio► Indipendente da tutte le vesti, che come abbiamo accennato, portano le Dame, s’abbigliano ancora con dei foureaux molto lunghi. Non è però permesso di farli come altre volte di stoffe di seta o di tela di colore; non si sanno ora che di linon bianco, o di mussolina solia bianca; anche quelli di mussolo bianco sono assai rari. Si osa qualche volta di portarsi sopra trasparenti color di rosa, blò, verdi, o violetti; ma i migliori, e della più gran moda sono quelli che si portano senza trasparenti.

La Dama qui rappresentata ne porta uno di linon bianco senza trasparente, e guarnito in fondo di due larghi falbalà frastagliati di simile linon.

I manichetti sono di garza d’Italia frastagliata.

Ha il corpo circondato da una centura compo-[350]sta di due nastri blò assai larghi, le di cui estremità restano di dietro pendenti assai bassi.

Al collo un gran fazzoletto solio, molto gonfio, aperto all’alto, e guarnito di due falbalà frastagliati.

La pettinatura è a grossi ricci, due dei quali cadenti per parte sul seno, e di dietro i capegli sparsi alla Senatoria.

Invece dei bonnetti, o dei cappelli, o delle ghirlande porta davanti un poco alla sinistra un grosso mazzetto di rose finte. Di dietro per nascondere il gruppo berretto un grosso di nastri color di rosa, le di cui estremità pendenti assai bassi.

Un orologio d’oro per parte guarnito d’una catena, e di bijoux d’oro.

Le scarpe di taffetà color di rosa con falbalà di nastro bianco.

Ha in mano un mazzetto di rose che agita leggiadramente. ◀Retrato alheio ◀Nível 3

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Tavola XLV. Fig. 57.

Retrato alheio► Quand’anche noi non avessimo annunciato in questa Tavola che i mezzi redingotti, che siamo per descrivere, avremmo soddisfatto all’obbligo nostro, e nulla più si poteva esigere da noi, per-[351]chè avremmo figurata una nuova moda; ma noi, che quando abbiamo i mezzi, desideriamo di dare di più di quello che devesi da noi aspettare, noi che desideriamo di compire il nostro dovere, che bramiamo di restar sempre creditori, presentiamo ancora con questo redingotto tre altre nuove mode in Cappello Ventaglio, e Monile di perle: ciò che presenta quattro nuove mode in una sol Tavola.

La Dama qui rappresentata ha un mezzo redingotto di taffetà color coda di canario con un sol colletto molto alto ritagliato, e con maniche alle di cui estremità sono attacati dei manichetti a due giri di garza frastagliata. Tiene sotto questo mezzo-redingotto un corsetto color di rosa a lunghe punte, il quale è guarnito a due ordini di larghissimi bottoni bianchi di madreperla e di una sottana di taffetà bianco ritagliata nell’estremità. Noi crediamo che sarebbe impossibile di trovare un abito più galante di quello intiero di questa Dama.

Un gonfio fazzoletto al collo dissopra molto aperto colle di lui punte nel corsetto.

Sulla testa un cappello di sparterie finissimo di altissima testiera, la quale è cînta nell’estremità da un larghissimo nastro color di rosa, che forma di dietro un grosso nodo. Davanti a questo cappello verso la sinistra è collocata una specie di scala di nastro color di rosa e sotto di questa tre grandi penne bianche a mosche color di rosa ed a punte leggiermente nere. Di questi cappelli in tal guisa abbelliti se ne fanno in taffetà nero, ed allora le penne ed i nastri sono simili a questi; in taffetà giallo, le penne ed i nastri sono bianchi; in taffetà verde le penne ed i nastri sono violetti, in taffetà rosa sono neri ec:

Questa Dama è pettinata a ricci staccati, quat-[352]tro dei quali a due giri le stanno pendenti sul seno d’ambe le parti. I capegli di dietro alla senatoria, annoddati con due nastri bianchi posti tra essi in qualche distanza.

Porta un monile a grosse pietre blò, e delle boccole d’orecchie simili.

I guanti sono di pelle color di rosa, tenendo in mano un ventaglio verde.

Le scarpe color di rosa con falbalà di nastro bianco.

Gli orecchini quì figurati, i capegli avvinti con due nastri, il corsetto guarnito di due ordini di grossi bottoni, la sottana bianca portata col mezzo redingotto giallo, o col corsetto color di rosa, sono dettagli che noi abbiamo annunziati senza farli apparire come mode nuove, tuttocchè effettivamente lo siano: cosi abbiamo dato otto nuove mode in una sol Tavola. ◀Retrato alheio ◀Nível 3 ◀Nível 2

Tavola

Delle Materie contenute in questo Numero XXIII.

Toletta. 323

Offese delle Amanti. 324

Aneddotti. 328

Aneddotti Storici. 331

Amena Letteratura. 334

Memoria Storica, e Medica sopra il Caffè. 337

Spiegazione delle Tavole XLIV. XLV. Fig. 56. 57. 349. 350 ◀Nível 1