Zitiervorschlag: Luca Magnanima (Hrsg.): "Saggio XI.", in: Osservatore Toscano, Vol.1\11 (1783), S. 136-142, ediert in: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Hrsg.): Die "Spectators" im internationalen Kontext. Digitale Edition, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.3703 [aufgerufen am: ].


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Saggio XI.

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Della Scienza del Mondo.

Chiamo scienza del mondo l’arte di conoscer gli uomini, e di piegarli o a non farci alcun male, o a farci qualche bene. Ma come? dirà alcuno, gli uomini riuniti insieme, e stretti da veri bisogni, frenati dalle leggi civili, in seno della più umile religione che sia mai stata, in mezzo a’lumi più sfolgoranti della ragione, son capaci di farsi del male l’un l’altro? Appunto questo. Se non con forza aperta, se lo fanno con forza segreta, cento volte più atroce della libera ed aperta. Se poi non fosse visibile il rigore delle leggi contro quelli che le calpestano, il più accorto, ed insieme il più forte piomberebbe su’più deboli, ed innocenti. Ma le leggi, le sante leggi in mano di un sommo imperante ritengono i cattivi dalla violenza.

Metatextualität► Lasciamo ora quel male che verrebbe a’più deboli senza le leggi. Parliamo di quello, a cui le leggi non possono opporsi, perchè non possono pu-[137]nire una perversa volontà. ◀Metatextualität Noi, si fanno a dire alcuni, abbiam poco nel mondo, o nulla di fermo. La nostra esistenza non dipende dalla volontà libera e pietosa di alcuni. Come regolarsi per far nostra quest’altrui volontà; perchè finalmente si crede che tutti i nostri sperati vantaggi dipendano dalla conquista di questa volontà? Noi dobbiam trattare con persone che anno molto, o anno tutto; che nutrono tutti i vizi che nascono dal possesso di vaste ricchezze, vale a dire da un lusso scandaloso, senz’avere alcuna virtù; perchè supposta alcuna virtù, avremmo non poco da esse, senz’arte veruna di mezzo. Conviene anche sapere essere sì fatte persone avide sempre di più; che per conseguente anno un’anima bassa, leggiera, capace di annunziar la viltà con un aspetto pallido, e smunto. Ognun vede che poco sarebbe da sperarsi, se non fossero i lor bisogni. Che fare dunque con esse, e con quasi tutti gli uomini che anno sostanze? Vi è egli principio alcuno che sia certo per andare al nostro fine? Io non ne conosco alcuno che sia tale; e se così è, veggo che tutto quel che si può pensare, non può essere che per arte di coniettura. Or la coniettura spiega abbastanza da se quel ch’ella sia, un’arte cioè soggetta ad inganni, nonostante il più maturo pensare, e le cognizioni più giuste.

Il primo passo adunque si è quello di conoscere gli uomini. Ma spiegò su di ciò. Per [138] conoscere gli uomini intendo sapere il loro stato, le loro passioni, e fra queste le più forti, i loro principj morali, e loro assuefazioni, il loro abito di corpo, il loro carattere, se alcuno ne anno, o se sono tutti incostanza. Quest’ultima cognizione, per dirlo in passando, è assai importante, perchè l’incostanza medesima di alcuno può non di rado fruttare. Ora ognun sente che sì fatta cognizione non è la più facile per tutti. Ma per averla anche più fondata, e più sicura, io stimerei che dovesse farsi precedere da un’altra molto rischiaratrice della prima. Per dimostrarne adunque l’importanza, convien sapere che ogni secolo ha una sua forma singolare, propria cioè di lui solo. Chi ha scorsa ragionando e paragonando la storia, ne sarà convinto. Or gli uomini che trovano tal forma già impressa nell’anima di tutti, lei abbracciano tosto, perchè incapaci di fare uno sforzo di mente per esaminarla seriamente. Sapendosi dunque, per esempio, che ora gli uomini ad altro non attendono che a cosa utili, all’agricoltura, alla navigazione, al commercio, ed anche alla guerra per cagione di questi grandi oggetti; che sono passati i tempo che si combatteva, e si perdevano le vite per la sola gloria, per un’illusione che nonostante che fosse illusione operò cose grandi; che qualunque discorso, o azione che non abbia in mira vantaggi reali, non si attende, sapendosi, dico, tutto ciò, si viene più facilmente a sapere quali esser debbano i pensieri, e le [139] brame presenti degli uomini. Premessa questa cognizione generale, ed accostatisi poi loro da vicino, possiamo allora cominciare le nostre conietture, e giudicare quel che potremo farne a nostro favore.

Tutte queste però sono operazioni che non anno un principio certo, nè varranno mai alcuna cosa se non se ne stabilisce alcuno che sia il men fallace. Questo principio è semplice, chiaro, ed è l’Amore di noi. Un uomo qualunque non può non amarsi. Adunque tutto quel che saprà dilettare questo Amore, non potrà non piacere. Or si ama chi piace al nostro amore. Si ha dunque della passione per chi ci piace, vale a dire per chi ci presenta idee conformi alle nostre, ovvero per chi ci presenta ogn’istante le nostre idee nelle sue, come le più belle, le più utili, o le più dolci. È facile allora il dare altrui parte di quel che è nostro, solo perchè ci rappresenta un altro noi. Dunque l’Amor proprio degli uomini è il principio, da cui si debbono partire le nostre operazioni. Ma è egli poi agevole veramente di far nostro l’amore degli altri? Troppo saremmo felici se così fosse! Quante cose da farsi che saranno amare per noi! Qual sofferenza! e spesso quali atti che umilierebbero tutta la nostra specie, non che un solo di essa!

Fin qui si apprende che debbono essere a cimento molte cognizioni, e gran forza d’ingegno. Ci sono poi de’casi che l’ignoranza, l’avvilimen-[140]to, la perdita quasi totale de’nostri sensi anno il fine più fortunato; perchè vagliono più del maggiore accorgimento. Ed è molto naturale. Appena alcuni sentono celebrarsi un uomo per gran conoscitore di loro stessi, si mettono in guardia, e cominciano dal diffidare. Quante volte un buffone, un vile anno fatto la lor fortuna; perchè niuno si è posto in diffidenza di loro? Quante volte ne’governi dispotici colui che ha saputo far meglio lo schiavo diventa un uomo di stato? L’ignoranza dunque, e la viltà possono aprire la strada alle fortune. Confesso che non son queste per un Saggio, che non ne abbia sufficienti. Non già che non sia permesso al Saggio di carezzare l’amor proprio degli altri per ottenere alcuna cosa; ma egli in far ciò, sentirà sempre che un avvilimento non varrebbe quel che potesse ottenere anche di migliore. Il Saggio, benchè sappia essere una grand’arme l’amor proprio degli altri per conquistarli o presto o tardi; e benchè fosse più capace di molti per bene affilarla, nondimeno rinunzia volentieri a qualunque fortuna, se dovesse venirgli da atti replicati che piacessero ad alcuni, e dispiacessero a lui. La lascia dunque a coloro che più avidi che egli non è, non isdegnano di fare, e di soffrire quel che più gli disonora per arrivare ad una sorte.

Dirò in ultimo che gli uomini che vogliono avere dagli altri uomini, bisogna che stiano con essi. In un gabinetto da filosofi non s’impara a cono-[141]scerli, nè a conquistarli. Fa di mestiero di starsene nel gran vortice comune di essi, e tener dietro a’loro disegni ed alle loro azioni, senza annoiarsi giammai. Nè credasi che si farà tutto bene; perchè è questo un impossibile con tutti i principj stabiliti. A’nostri errori dovremo la nostra sapienza; e quegli solo sarà più degli altri sapiente che ne commetterà meno. Questi errori poi saranno, a cagion d’esempio, l’aver creduto sereno il mattino, quando ci sentiamo già addosso la pioggia, vale a dire o ingannarsi, ed esser anche ingannati. Questo sarà l’effetto il più costante de’nostri errori, i quali soli c’insegneranno ad esser più accorti. Non serve lo studio delle alte scienze; ed è probabile che un giovane di talento mediocre potesse ingannare il Manfredi ed il Padre Grandi.

Metatextualität► Mi resta a dire su questo argomento che ◀Metatextualität dopo tutta l’arte di far conietture, di tentare gli uomini dopo di averli conosciuti, ha la fortuna una gran parte ne’nostri acquisti. Come si veggono accidenti impensati che rovesciano le nostre misure, il nostro stato; così se ne danno non pochi che lo secondano, e lo fanno maggiore. Il più fino accorgimento resta molto umiliato, e deve esser così, perchè è un impossibile il prevenire tutti i casi che posson fare a nostro danno, o quel che pure è lo stesso, è un impossibile il fissare tutti gli elementi che possono entrare in un calcolo per accertare le nostre fortune. Nonostante i nostri prin-[142]cipj, l’attività, la sofferenza, a lungo gioco sono state le meno deluse dalla sorte, e forse sono le sole capaci d’incatenarla per sempre. ◀Ebene 2 ◀Ebene 1