Zitiervorschlag: Gasparo Gozzi (Hrsg.): "Numero XLI", in: Gli Osservatori veneti, Vol.1\41 (1761-08-18), S. 600-603, ediert in: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Hrsg.): Die "Spectators" im internationalen Kontext. Digitale Edition, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.3602 [aufgerufen am: ].


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No XLI.

A dì 18 agosto 1762.

Zitat/Motto► Ego nec praeterita, nec praesentia abs te, sed ut ab
homine longe in posterum prospiciente, futura
expecto.

Cic, Epist. VIII, lib. II.

Non attendo che tu mi scriva di cose presenti
o passate, ma siccome uomo che vedi molto
avanti in quello che sarà, che mi scriva dell’avvenire.◀Zitat/Motto

Ebene 2► Ebene 3► Brief/Leserbrief►

A Paolo Colombani libraio.

Levai via a questi passati giorni gli occhi dall’osservare le cose fuori di me, e gli rivolsi alquanto a me medesimo. La prima cosa ch’io feci e ch’io non avea fatta da parecchi anni in qua, almeno coll’inten-[601]zione, fu d’andare innanzi ad uno specchio per veder quello che mi parea della mia faccia. Fui quasi vicino a fare come chi s’incontra in persona che non conosce e le domanda con qualche soggezione della patria e del nome suo. Io era bene avvezzo tempo fa a vedere un certo viso stampato a casaccio, un’immagine lunga, magra, malinconica, di mal umore; ma io non la vedeva però così mai con gli occhi incavati, pallida e con altri segni che atterriscono ogni uomo vivo. Volete voi ch’io vi dica? Da quel dì in poi io sto con diligenza ora notando se il fiato m’esce de’polmoni con qualche aggravio, se le ginocchia mi traballano sotto quando cammino; se mi pongo a scrivere, di tempo in tempo chiamo il servo mio e gli dico: “Apri quella finestra, il caldo m’affoga;” poi di là a due minuti lo fo venire di nuovo e gli dico: “Chiudi, che l’aria mi fa assiderare;” non trovo alcuno, a cui non mi quereli che mi duole il capo, o mi fa male lo stomaco; tanto che il fatto mio è divenuta una seccaggine a me e ad altri. S’io fossi femmina, direi ch’io sono una di quelle, le quali avendo avuto molti amatori al tempo florido e buono, quando giungono alla decadenza e allo sfiorire degli anni, prevedendo che naturalmente non saranno più vezzeggiate come prima, cercano di farsi accarezzare per compassione delle loro magagne, o non potendo avere altri intorno, s’assicurano d’una compagnia di medici. Ma facciano esse come vogliono; in verità che il caso mio è un altro. Passo dallo specchio e dal considerar le forze del corpo a quelle dello spirito. Fratel mio, io trovo questo ancora grandemente cambiato. Fu già un tempo in cui io durava maggior fatica a ritenere la penna, che a farla andare avanti. Mi si calcavano intorno alla fantasia le immagini, avea pieno l’intelletto di pensieri; quando mi metteva davanti ad un tavolino, stava sempre in sull’ale, la mano non avea tempo d’assecondare la testa, fioccavano, o bene o male, le invenzioni, tutto mi rideva d’intorno. Oggidì non sono più a quel modo. I pensieri vengono radi e a stento, e per lavorarvi intorno con circostanze e certe cosette che vi confacciano, ho a sudare, a infreddare, a struggermi. Ognuno mi dice: “Riposati, lascia per qualche tempo i libri; fa’conto d’aver ancora a imparar a scrivere; e sopratutto va’e togli per un mese o due il capo di sotto all’aria grave e da scirocco che qui spira sempre.” Io per un pezzo non ho fatto conto di ricordi siffatti, e a chi così mi ragionava, ridea in faccia; ma pur finalmente, trovandomi a tale che fra poco dovrei apparecchiarmi l’epitaffio, comincio a ripensare agli avvisi che mi vengono dati tutto dì, e a credere che un poco d’uscire all’aria libera mi potesse ricondurre alla buona voglia di prima.

Ma come posso far ciò, se non ne chiedo licenza a quel pubblico con cui mi sono tante volte obbligato d’andare avanti con questi fogli? Veggo bene ora quanto fa male uno, il quale si crede di dover essere sempre d’acciaio, e non riconosce che un ordigno fatto di nervi e di polpe e d’ossa, ha di bisogno talvolta, come gli oriuoli, d’essere raccomodato. S’io fossi, dico tra me, al presente oriuolo, e posto sopra un campanile per avvisar dell’ore il pubblico, e mi si fosse guasto qualche dente ad una ruota, sicchè o non mostrassi più esattamente l’ore di fuori, o non dessi nelle campane a tempo, io so pure che si darebbe [602] ordine a qualche maestro che m’accomodasse, e a lui si concederebbe il tempo dell’acconciarmi, e a me di riordinarmi. Pensate dunque che lo stato mio è ora quello dell’oriuolo, ed esaminate che le circostanze mie sono somiglianti alle sue, salvo che in una sola. Esso ha a fare, è vero, col pubblico; ma con un pubblico diverso dal mio. Esso è soggetto ad ubbidire a tutti gli orecchi degli abitatori delle case vicine e spesso lontane, a quelli che vanno per le vie, che stanno nelle botteghe; in somma a tutti gli orecchi discreti e indiscreti, che sono al mondo. Il pubblico mio per lunga sperienza è una compagnia di personaggi scelti, tutti dabbene e amorevoli, i quali hanno fatto una lunga sperienza dell’amor loro verso di me, onde son certo che non avranno dispiacere ch’io scenda dal campanile per qualche tempo e mi faccia accordare, se sono scordato. Io non istarò in casa dell’oriuolaio più mesi, ma qualche poco tempo.

Fo il mio conto a questo modo. Uscirò alla campagna. Quella pace, quell’aria aperta, quell’aspetto confortativo di cose mi rimetterà in vigore; non m’uscirà mai di mente quel pubblico, a cui sono debitore; ogni giorno detterò qualche cosa, alla venuta mia sarò provveduto di vari sogni, capricci, dialoghi, dissertazioni, lettere ed altro. Che farà a loro l’avere un foglio o due per settimana, o l’averne diversi raccolti che formino libro in un tratto? Non escono già fra pochi giorni tutti anch’essi di Venezia, e non ho io veduto che i più lasciano alla bottega i fogli di tale intervallo e gli ricevono poi raccolti insieme alla venuta loro? È egli possibile che sia loro grave che di questo benefizio non ne goda un pochetto io pure? Oh non sanno forse ch’io scrivea continuamente un tempo? Dunque da che può essere avvenuta qualche mia tardanza? da altro che da qualche necessaria cagione? E se questa cagione è pur necessaria, com’ella è, essendo io molto necessario a me più che i fogli miei al pubblico, perchè non posso io sperare che per qualche tempo mi venga data questa licenza? Io so d’aver a fare, come vi dicea, con animi dabbene e discreti a’quali si possa chiedere questa grazia.

Con tutto ciò voi siete sempre nella bottega vostra, e più facilmente di me potete udire quello che se ne dice. Quando avrete stampata questa lettera, state bene attento e raccogliete le opinioni altrui, e conghietturate quello che ne potrebbe avvenire. Io non ho altro in animo che di mostrarmi sempre grato a chi ha fino a qui favorito voi e me: e perciò s’egli vi pare che se ne bisbigli, fatemene avvisato ch’io scambierò risoluzione; e se non potrò fare miglior viso di quel ch’io m’abbia, nè rendermi vigoroso più di quello ch’io mi sia, mio danno. Se avete buone notizie da darmi, la ventura settimana fo il baule; se le avete contrarie, lo lascio in quel cantuccio dove si trova al presente. Secondo la risposta che riceverò da voi, prenderò norma. Addio. Tutto vostro

L’Osservatore. ◀Brief/Leserbrief ◀Ebene 3

Ebene 3► Traum►

Sogno

Egli mi parea non so in qual notte delle passate, che dopo d’avere varcato un largo mare, mi trovava in una terra nuova affatto, vestita intorno di verdi alberi, e circondata da molte colline all’intorno, le più belle e le più gioconde, che mai fossero ancora da occhio umano vedute. [603] Ma mentre che io stava presso che attonito, rimirando quel nuovo e mirabile aspetto di cose, egli avvenne bene a me una cosa più mirabile ancora, che a poco a poco le membra mie cambiarono figura, le braccia mi divennero due grandi alacce, le gambe mi si raccorciarono, i piedi divennero artigli, e tutto il corpo mi si fornì di penne. Divenuto in tal guisa uccello, comecchè da principio la mi paresse cosa strana, pure a poco a poco cominciai a prendere conforto, come si suol fare quando nelle cose è perduto ogni rimedio: e quello che più mi diede consolazione si fu che credendo io di poter parlare come prima, non era vero. Imperciocchè m’uscivano bensì umane parole dalla bocca, ma ne venivano fuori modellate in canzoni, tanto ch’io ebbi grandissimo diletto a vedere ch’io era divenuto uccel musico. Incominciai dunque a cantare per quelle selve, e non andò molto ch’io vidi intorno a me grandissime schiere d’altri uccelli ad ascoltarmi: e taluni d’essi ancora a cantare con sì dolce e maravigliosa voce, che mi riempiva di stupore e di diletto. Avvenne frattanto che io per gratificarmi la compagnia che avea d’intorno, e mostrare che m’era grandemente cara, promisi loro di cantare per diversi anni in più forme; e quelli, siccome erano pieni di cortesia, mi risposero tutti ad una voce che l’aveano caro, e m’animarono a farlo; ond’io desiderando di dare esecuzione alla mia promessa, incominciai con canzoni le quali parendo troppo alte e che avessero un poco troppo del forestiero, mi convenne di là ad un anno scambiarle e ritrovar nuove parole e musica nuova. Così feci e proseguii un altro anno ed entrai nel terzo con grande animo a far la stessa funzione. Ma non so come, o fosse l’aria del luogo, o il continuo pensar a variare le note, o altro, ecco che le penne cominciarono a cadermi dal corpo, quelle ale ch’io movea prima per lo spazio dell’aria con molto vigore, ne perdettero una gran parte e in iscambio di volare alto, gagliardo, volonteroso, n’andava talora come potea e di mala voglia.

Per la qual cosa un giorno, preso animo e confidata a’circostanti la condizione in cui io mi ritrovava, sì gli pregai caldamente che mi dessero licenza di stare tanto in riposo che potessi le smarrite forze ricoverare, e andarmene per alquanti giorni in certi boschi più solitari e meno frequentati, affermando loro che sarei ritornato all’opera più spontaneo e voglioso. Gli ringraziava di vero cuore dell’attenzione che m’aveano prestata fino a quel tempo, dimostrava quanto era di ciò l’obbligo mio, e che non me ne sarei mai scordato per tutto il corso della mia vita. Mentre ch’io favellava, riconosceva agli atti loro che non m’udivano mal volontieri e che mostravano quella medesima cortesia alla mia nuova preghiera, che aveano già dimostrata ne’passati tempi al mio canto; e già sperava ed era vicino ad udire una comune risposta, piena di benevolenza e d’amore. Quando eccoti, non so donde, uscì un grandissimo romore che percuotendomi gli orecchi, discacciò da me il profondo sonno, ◀Traum ◀Ebene 3 mi fece ritornar uomo d’uccello che prima era, ma così ancora internato in quella fantasia, che mi sembra ancora d’avere a riceverne quella risposta.

Ebene 3► Brief/Leserbrief►

Al Colombani di nuovo.

Voi intendete quello che significa questo sogno. Perciò vi prego, siate esatto nell’informarmi, perchè si tratta dell’obbligo nostro verso il pubblico, al quale e voi e io sapete quanto dobbiamo esser grati sempre. Non altro, mi vi raccomando di cuore. ◀Brief/Leserbrief ◀Ebene 3 ◀Ebene 2

Fine.