Zitiervorschlag: Gasparo Gozzi (Hrsg.): "Numero XXXIII", in: Gli Osservatori veneti, Vol.1\33 (1761-06-23), S. 569-572, ediert in: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Hrsg.): Die "Spectators" im internationalen Kontext. Digitale Edition, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.3594 [aufgerufen am: ].


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No XXXIII.

A dì 23 giugno 1762.

Zitat/Motto► Pectus est quod disertos facit, et vis mentis.

Quint., Inst., lib. X, e. VII.

Animo e vigoria di mente fanno gli uomini eloquenti. ◀Zitat/Motto

Ebene 2► Ebene 3► Dialog► “Io voglio certamente ritrovare maestro che m’insegni a parlare con abbondanza e scelta di parole” diceva poche sere fa una signora fra molti suoi amici “e con quella forza e vigore con la quale io odo che alcuni favellano. Veramente io non so in qual modo essi facciano, ma egli m’è avvenuto più volte che sendo io di contraria opinione alla loro quando incominciarono a parlare, tanto che io m’avea posto in cuore di ribattergli, a poco a poco, come se le loro parole fossero quel filo che giù dal fuso con l’arcolaio si tragge, sì mi circondarono il cuore e la testa, che fui del parer loro e non avrei saputo che dire. E quello di che più mi maraviglio, si è che rispondendo poscia un altro al primo ragionamento e contrastandogli, fece in me l’effetto medesimo, svolse la prima matassa, m’attorniò con l’ultima, e ritornai nel parere ch’io avea innanzi che si cominciasse a parlare. Oh! ch’è questo? Donde mai si possono cavare tante ragioni? far uscire tante parole? tanti lacci, tanti legami? Facciami alcuno di voi questa grazia, questa limosina, mi ammaestri.” Rise allora uno della compagnia, e le disse: “Veramente voi avete ragione a chiedere d’imparar quest’arte, avendo voi a vivere con uomo il quale di rado cede alle ragioni altrui, e sì ostinato e pertinace è nelle sue opinioni, che s’egli s’incapa di mezzogiorno a dire che sia notte, non che vagliano seco a fargli credere il vero le ragioni, a pena presta fede agli oriuoli che mostrano l’ore, o a quelli che le fanno udire coi tocchi d’una campana, ostinandosi ancora a dire che gli oriuolai non sanno quel che si facciano”. Si accese la femmina in viso d’una fiammolina non so se di stizza o di verecondia; ma credo di questa ultima, perchè si coperse la faccia così un pochetto col ventaglio, e fece un risolino che non fu mai il più vezzoso, e soggiunse: “Oh! sanno forse gli avvocati contro a cui avranno a quistionare, quando imparano l’arte? Essi l’apprendono universalmente per poter dire, secondo l’occorrenza, ora contro ad uno e ora contro ad un altro in particolare. Io ho il medesimo pensiero; e non so perchè voi vogliate interpretare ch’io abbia già l’avvocato avversario apparecchiato, e forse anche il cliente e la causa: perchè giurerei che maliziosamente credete anche questo, ch’io abbia qualche cosa a dar ad intendere a colui di cui parlaste.” – “Comecchè,” rispose, e forse troppo liberamente, l’amico, “egli si soglia dire che la scusa non richiesta presupponga qualche maccatella, io non voglio per ora disputare altro, ma intendo solamente, se voi lo mi concedete, di divenire la vostra guida in questo bel campo dell’eloquenza per cui intendete di correre.” Assentì la donna, e il dabbene uomo incominciò in questa forma.

“Conoscendo io chiaramente, o gentilissima signora, che voi piuttosto per modestia vostra che per altro fine, richiedete d’essere ammaestrata nel parlare; perchè mai non vidi in voi nè che vi mancas-[570]sero i pensieri, nè le parole quando trattate qualche materia, anzi parlate con tale e tanta abbondanza e con sì bei modi ed eleganti di stile, che il fatto vostro è una maraviglia; m’ingegnerò di dirvi qualche cosa piuttosto per dimostrarvi ubbidienza, che per averne voi di bisogno. Ricordivi tuttavia che solo d’una parte d’artifizio non parlerò, cioè di quella che spetta all’azione. Imperciocchè voi vi presentate altrui con una venustà di faccia, con due occhi così atti a manifestare ogn’interna passione e con certe parlanti guardature, ch’io non saprei in ciò che aggiungervi. Oltre di che accompagnate le vostre parole con due bracciotte così garbate e sì a tempo moventisi, e con mani così bianche e pienotte, che nulla in questo vi manca per poter trarre a voi l’animo degli uditori, e far anche loro perdere il cervello se bisognasse. Quanto è alla parte dell’ingegno, voi n’avete in abbondanza; e quanto è all’animo vostro, egli sì tenero e atto è alle passioni, ch’io v’ho già veduta in un’ora gioviale, malinconica, collerica, dolente; e sì voltabile ad ogni affetto e sì ripiena di sensibilità, ch’io giurerei che voi avete il cuore fatto a tasti come i gravicembali; tanto ad ogni parola diversamente si scuote e risente. Vedete se voi siete ricca in buon terreno e atto a produrre! Ma la difficoltà sta nelle sementi di cui dovete arricchire il vostro intelletto ed il cuore. Una gran parte di quello che avete fino a qui seminato in essi, non può, e perdonatemi se liberamente vi parlo, fruttificare altro che foglie. Che credete voi? Che così parlerebbero facilmente d’ogni cosa gli avvocati allegati da voi, s’eglino avessero fin da’primi anni loro incominciato ad esaminare qual sia la miglior maestra dell’imitare fiorellini in seta, quale la più perita cuffiaia, quali i più usitati colori de’drappi e altre somiglianti cose, le quali io non nego che vi bisognino, ma ardisco bensì d’affermare che, pensandovi sempre, ve le conficcate e ribadite in testa per modo, che quasi altro non vi può aver luogo; e di quello che s’è fatta abbondanza dentro, si formano le parole. Di qua solamente è avvenuto che ragionando voi quasi sempre di così fatte cose o d’altre a queste somiglianti, hanno falsamente immaginato gli uomini che la forza dell’ingegno loro sia di gran lunga superiore a quella del vostro, e giudicando da quello che udivano, senza esaminar più oltre, sentenziarono a proprio favore. Ma certamente s’ingannano; imperciocchè molti ho anche uditi fra loro, i quali non d’altro il capo riempiendosi che di quello che voi continuamente studiate, d’altro similmente non sanno ragionare; e tuttavia sono pur essi maschi, e hanno quel capacissimo ingegno che da certi sputatondo è negato a voi. Donde dunque può questo male avvenire, fuorchè dalla materia che nel cervello si semina, cominciando da’primi anni e proseguendo fino a quell’età che queste bagattelluzze comporta? Di che peggio vi accade ancora, che pervenute finalmente a quegli anni, ne’quali se voi ragionaste di tali cose, ne sareste per avventura censurate, o voi, non avendo altro in capo, tacete, o v’ingrognate contro alla gioventù del secolo, e divenute stizzose, fate facondia della maldicenza per non tenere la lingua in una schiavitù perpetua. Ah! se voi diceste una volta: Io ho questo capo il quale ha due parti, l’una di fuori e l’altra di dentro: all’una e all’altra debbo pensare; voi vedreste che insieme [571] con la cura dell’estrinseca bellezza vi nascerebbe una gran voglia di condizionare anche l’interna alla dignità de’pensieri; e mescolereste almeno con l’altre intenzioni più leggiere quelle di qualche sostanza. Io non dico già che v’affatichiate in sui libri, o perdiate que’vostri lieti colori vegliando sulle carte, come certuni i quali si dimenticano d’ogni altra cosa e abbandonano sè medesimi a tanta meditazione, che non escono poi più di sè e vivono sempre in sogno; ma ascoltate volentieri talora chi ragiona di qualche fatto d’importanza, assecondatelo nelle sue riflessioni, leggete pochetto di qualche libro, ma con disamina; e così facendo, senza punto avvedervene, vi s’applicherà sempre qualche cosa all’ingegno, come senza sua saputa s’attacca alla pelle una certa tintura brunetta a chi cammina al sole. Quella vostra fantasia vivacissima perchè non si potrà anch’essa adornare con qualche bel fregio? La quale, e sia detto con pace de’maschi, tanto abbonda in voi, che la loro innanzi alla vostra si spegne, e nulla diviene. Ma egli si vuole intrattenerla in altre immaginazioni, e diverse da quelle nelle quali è intrattenuta al presente. Perchè non le potete voi imporre a forza, che in iscambio di smarrirsi a confrontare in solitudine e da sè a sè gli abbigliamenti delle altre femmine co’vostri, la s’intrattenga a dipingersi innanzi le circostanze di qualche fatto, o caratteri diversi d’uomini che s’incontrino, o che diversamente appassionati abbiano insieme ragionamento; o altre sì fatte immaginazioni? Tutto è in fine semente, e tutto a tempo germoglia. Nasce l’opportunità del ragionare, ed è cosa mirabile a dirsi come rimescolandosi in un subito tutto quello ch’è stato riposto nel capo, sboccano i pensieri a tempo e con ordine; e ne nasce quella facondia che desiderate. Allora quel vostro sensitivo cuore, prendendo interesse nell’argomento, e facendo confederazione col cervello, animerà tutto quello che dite, e gli darà quel movimento che urta in coloro che ascoltano, e gli fa entrare nel vostro parere e favorirlo. Vengano allora i maschi e si oppongano, dimostrino quella loro cotanto vantata forza d’intelletto, e la sostengano in faccia a voi se dà loro il cuore di farlo.”

In tal guisa ragionava l’uomo dabbene, e venne attentamente dalla signora ascoltato; e più avrebbe detto ancora se non fosse stato interrotto da lei, la quale gli disse: “Non più. Mentre che voi avete parlato, io sono entrata in una considerazione che mi fa lasciare il mio primo proposito. Perchè io acquisti un bel modo di favellare, voi vorreste che io perdessi il miglior diletto della mia vita, ch’è quello di piacere altrui. Credete voi ch’io fossi così ben veduta in ogni luogo, come sono al presente, se trascurando le meditazioni degli abbigliamenti che si confanno ad una femmina, entrassi in altri pensieri? Insegnate prima agli uomini che si appaghino d’un modo uguale di vestire nelle femmine, che quella più non gradisca loro, la quale sa più spesso cambiar fogge e gale; e io allora m’appagherò del meditare altre cose. Oltre di che, credete voi forse che questo sia quel piccolo e magro studio che supponete, e che non dia materia di riflessioni continue e d’ogni sorta? Con esso impariamo noi i costumi di molte genti, i siti delle città, i nomi loro, le relazioni che hanno l’una con l’altra, gli avviamenti e le corrispondenze de’mercatanti, il valore e il [572] pregio delle merci. Sappiamo i giorni dell’andare e venire delle poste, per quali paesi passino, quali fiumi varchino, quai monti salgano, dove gli scendano. E che finalmente non sappiam noi con questo bel mezzo, molto più giocondo e grato che quelle vostre lunghe meditazioni fatte in astratto e spesso lontane dal vero? Nè perchè voi studiate lungamente cose massicce e di quella importanza che dite, veggo però che vi mettiate in capo semenzaio di maggior sostanza che il nostro; imperciocchè io odo voi anche per lo più ragionare di cose, che se le si mettessero in bilancia, contrapponendole ai nostri fiorellini, alle nostre cuffie e alle altre galanterie che voi dite, io son certa che le vostre anderebbero all’insù non altrimenti che piume o paglia. Sicchè quando voi non avete a darmi altri ammaestramenti che quelli che mi avete dati sino a qui, fate conto di non avermegli dati, ch’io farò quello di non avergli uditi, e ragioniam d’altro.”

“Oh!” disse l’uomo dabbene, “egli vi parea poco fa di non essere eloquente! Quando si udì mai parlare con tanta facondia e furia? Fo giuramento che voi siete una delle più vigorose e valenti maestre del dire, ch’io udissi giammai. Sicchè scusatemi, se io credendo alle parole vostre, mi sono indotto ad insegnarvi quello che voi sapete più di Demostene.” Risero, tacquero, e giuocarono a picchetto. ◀Dialog ◀Ebene 3

A’Leggitori.

Metatextualität► Un giovane affezionato a quella persona la cui perdita fu da me con dolore ricordata nel passato foglio, m’avea mandato una composizione sopra il medesimo argomento. Ma poichè ci sono alquanti onorati amici i quali apparecchiansi di scrivere sopra esso tema, e di pubblicare i lamenti loro intorno alla mancanza di così dotto e prudente religioso, tralascio di più favellarne, e riservo il componimento mandatomi, ad entrare fra gli altri che saranno pubblicati. Son certo che non dispiacerà la mia intenzione a chi me lo inviò; massime s’egli considera che in questi fogli si può bensì per una volta comportare uno sfogo di passione, ma non è da andare a lungo, perchè vanno per le mani di molti, e non tutti hanno interesse in quella cosa che move gli animi d’alcuni pochi e privati amici. Bastami per ora d’aver supplito al debito mio e di ringraziare cordialmente chi m’inviò quel foglio, a cui protesto d’essere grandemente obbligato, lodando egli e adornando con la sua fatica la memoria d’un amico a me tanto caro. ◀Metatextualität ◀Ebene 2 ◀Ebene 1