Zitiervorschlag: Gasparo Gozzi (Hrsg.): "Numero XXVII", in: Gli Osservatori veneti, Vol.1\27 (1761-05-12), S. 546-549, ediert in: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Hrsg.): Die "Spectators" im internationalen Kontext. Digitale Edition, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.3588 [aufgerufen am: ].


Ebene 1►

No XXVII.

A dì 12 maggio 1762.

Zitat/Motto► Ecquem esse dices in mari piscem meum?
Quos cum capio, si quidem cepi, mei sunt, habeo pro meis.

Plaut. in Rud.

Vorrestù dire che in mare vi sieno pesci ch’io non possa
chiamare miei propri?
Quando gli prendo, sono miei, e per tali gli tengo. ◀Zitat/Motto

Ebene 2► Non saprei comparare l’ampiezza di questo mondo ad altro, che ad un gran mare. Quest’aria, che ci sta dintorno, immagino che la sia le acque sue nelle quali nuotano innumerabili pesci di varie ragioni. Le ricchezze, per esempio, sono un pesce grande, badiale sopra tutti gli altri, come chi dicesse la balena. Nuotano a schiere i diletti di diversi generi, quali grossi, quali minuti, e altre qualità di pesci che vengono giudicati beni. Ma è comune opinione che la maggior quantità sieno i mali. Noi altri uomini siamo come i pescatori, stiamo con la canna in mano, e senza vedere quello che corra all’amo, desiderosi di far buona preda, ci stiamo pescando giorno e notte; e quando ci avvediamo che ci venga dato d’urto alla funicella, la caviamo fuori, e guardiamo di subito ch’è quello che guizza. Chi ha la fortuna amica, si abbatte quasi sempre, se non ad un pesce grosso di buona qualità, almeno a qualche pesciolino di buon sapore, o tale che mangiandolo, se non solletica il palato, almeno non gli fa nè bene nè male. All’incontro colui che l’avrà contraria, si abbatte quasi sempre a tirare alla riva qualche pesce che non è altro che lische, squame, puzzo, abbominazione della peschiera e di ogni uomo. Cala un’altra volta l’amo, gli viene quel medesimo; tenta di nuovo, non c’è mezzo di scambiare. Che diavol sarà? Non è questo forse un mare comune? Non siamo forse tutti pescatori? E perchè ci ha ad essere cotanta diversità di buona e di mala ventura; che i buoni e saporiti pesci corrano tutti ad ingoiare l’esca di alcuni uomini solamente, e i tristi di alcuni altri? E per [547] giunta quegl’infelici che sono alle mani con la mala fortuna, hanno anche intorno le genti che si fanno beffe di loro, e dicono che sono goffi, che non sanno far bene l’uffizio loro, che manca loro l’arte, e altre somiglianti barzellette, le quali, oltre al danno, gli fanno anche disperare. Chi può vedere quello che gli corre all’amo? Ogni uomo va a fare la sua pescagione con intenzione di trarne buon frutto; ma non può vedere i pesci se prima non gli sono capitati alle mani. Allora solamente può capire di che qualità sieno. Qual arte ci potrebbe egli essere? Io veggo alcuni che se ne vanno come trasognati e quasi fuori di sè, e pescano con una negligenza che tu diresti: “Costoro gittano il tempo: “e tuttavia ritornano co’canestri ripieni. All’incontro ne veggo infiniti che se ne vanno con tanto giudizio, che il fatto loro è una prudenza; e tuttavia o se ne ritornano co’canestri vôti per non aver pigliato nulla, o scontenti di aver fatto una preda per la quale hanno insanguinate e squarciate tutte le mani.

Tali considerazioni faceva io tra me medesimo traportato dalla fantasia, e parea che non potessi darmi pace; quando, non so in qual modo, mi si crollò di sotto a’piedi il pavimento, le travi di sopra parea che uscissero dalle muraglie, i vetri delle finestre fecero un subito suono: e altre maraviglie mi apparirono, non altrimenti che ai personaggi delle tragedie greche, quando talora fanno la narrazione di un sogno. Ebene 3► Traum► Quale io restassi, non ho parole che mi bastino a poterlo significare; perchè io avea la lingua immobile, il mento mi danzava su’gangheri, la pelle mi si era tutta coperta di minutissimi granellini, e non avea pelo in capo che non mi si fosse arricciato. Non ardiva di alzare gli occhi; ma, chinato il capo, guardava così per canto ora di qua ora di là un pochetto, temendo sempre che mi si rovesciasse addosso la stanza dov’io era, e già mi parea che lo spirito dicesse addio allo schiacciato corpo, e fuori se ne volasse. Quando io credea che l’ultimo sterminio mi fosse più da vicino, eccoti in un tratto consolidarsi tutto quello che intorno poco prima mi vacillava con grandissimo tremito; e quello che più mi parve strano, udii un altissimo ridere, o piuttosto uno smoderato sghignazzare che si facea di fuori, e poco andò che, spalancatosi l’uscio da sè, entrò una femmina con un aspetto cotanto gioviale, e di presenza così lieta e ridente, che in un subito tutto il mio passato timore si scambiò non solo in sicurezza e quiete, ma in una non più sentita consolazione. Colei, senza altro dire nè fare, si pose a sedere in faccia a me, e dopo d’avere alquanto riso ancora, quasi volesse compiere la risata che avea cominciata di fuori, incominciò a parlare in questa guisa: “Non avresti tu forse creduto all’udire poco fa cotanto romore e al vedere tante strane maraviglie, che dovesse venir finimondo? che ti cadessero addosso le stelle? che gli elementi si mescolassero nella loro antica confusione? E in fine, che ti pare? sono io però così mala cosa, comecchè ti sia stata annunziata da così fatto fracasso?” Quasi io non sapea che rispondere, tanto era sopraffatto dallo stupore; ma finalmente animato dall’aspetto di lei, le dissi: “Chiunque tu ti sia che ti degni di venire alla mia stanza, io mi ti professo grandemente obbligato; ma ti confesso ch’io non saprei veramente come sì lieta e graziosa femmina, qual veggo che tu [548] sei, debba essere nel suo venire preceduta da tante rovine. Giudicherei piuttosto al vederti, che dovessi essere preceduta o accompagnata da’suoni, da’canti, dalle baie e dagli scherzi, non altrimenti che Venere quando ella va a ricreare gli animi de’seguaci suoi”. – “Amico mio,” rispos’ella allora, “tu dèi sapere che non men giocondo e lieto è il mio accompagnamento di quello della Dea che tu hai nominata; ma questo non lo lascio io vedere altro che a coloro i quali hanno una lunga conversazione meco. Allora gli ammetto io a tutte quelle delizie che mi circondano. Ma s’io venissi a loro attorniata dalle grazie e dalle gentilezze la prima volta, essi per breve tempo si curerebbero del fatto mio, come tengono poco conto di tutto quello che possono facilmente godere. Per la qual cosa io vado a quegli uomini a’quali io voglio, corteggiata da mille cose dispiacevoli e piene di spasimo e d’orrore, perchè apparendo dopo di quelle, si rallegrino al vedermi e volentieri accettino per conforto la mia compagnia, ragionino meco, si avvezzino alla pratica di me, e finalmente stieno meco volentieri. Allora poi lascio loro vedere tutte quelle grazie e quelle consolazioni che vengono meco, e non mancano agli orecchi loro que’suoni e que’canti de’quali poco fa tu facesti parola. Ora io ho, senza che tu punto te ne accorgessi, veduto quello che ti si aggirava pel capo; e conobbi che, riscaldato dalla tua poetica immaginativa, eri entrato veramente in un mare che non avea nè fine nè fondo. Ecco dove trascorrono i poeti. Giudicando fra te che nel mondo ci sieno molti beni e molti mali, e che ad alquanti uomini sia conceduta la grazia di avere i primi, e che a molti altri sembrino assegnati i secondi, avevi questo pensiero vestito con una comparazione tratta da’simulacri e dalle apparenze della tua da te cotanto ben voluta poesia; e andando dietro agli allettamenti e agl’incantesimi di quella, avresti giurato che dicevi il vero. Così va quando ad uno s’è riscaldato il cervello. E perciò ti dico che tu eri poco fa somigliante ad un ammalato che vedesi dinanzi ombre e apparizioni che non hanno sostanza veruna; e tuttavia giurerebbe anch’egli che fossero cose effettive e reali. Que’tuoi pesci buoni e tristi non sono altro che sogni. E se per essi vuoi significare i beni e i mali, io ti dico che ad ogni uomo ne tocca mescolatamente degli uni e degli altri. Ma sai che è? La vostra ingordigia, la quale vorrebbe sempre sguazzare e trionfare, e quando essa non dà ne’pesci grossi, mette tutti i pesciolini piccioli, anche buoni, anche saporiti, in conto de’disutili e de’nocivi. Io ci giuoco, io, che se io domando a te quanto bene hai avuto al mondo, tu non te ne ricordi punto, e mi farai una lunga querimonia e un piagnisteo che non avrà mai fine, ricordandomi mille infilzate disavventure l’una dietro all’altra.” – “Come?” rispos’io, “par egli forse a te che sieno state veramente grandi le mie venture? Dappoichè tu vedi così addentro, che conosci fino i pensieri degli uomini, tu dèi certamente anche comprendere quello ch’è stato . . .” – “Nol diss’io,” rispos’ella, “che cominceresti le querele? Attendi;” e così dicendo, trasse fuori di una sua tasca non so quali bilance, e proseguì: “Vedi tu? qui soglio io pesare i beni e i mali degli uomini. Non indugiamo con le ciance. Che vuoi tu che mettiamo dall’una parte di queste bilance di quello che tu chiami male?” – “Che ne so io?” risposi, così in fretta. “Mettiamovi [549] il primo male di tutti gli altri: il nascere nudi, bisognosi di tutto, senza poter adoperare nè gambe nè braccia, il non poter favellare. Ti paiono questi mali? che potresti tu mettervi dall’altra parte che nulla gli contrappesasse? Certamente nulla.” – “Tu,” ripigliò ella, “non avresti nulla che mettervi, perchè hai la nebbia nell’intelletto. Sta’a vedere. Tu hai empiuta la bilancia tua, ed essa è ora allo ingiù; eccoti a farla risalire. Mettovi io dall’altra parte quell’amore che ha posto natura nel cuore delle madri; la compassione ch’esse hanno della nudità, della fame e dell’impotenza de’fanciulli; il cibo facile apparecchiato a quelli nel seno materno; i vezzi, le carezze, e tutto quello che fanno a loro sussidio ed aiuto. Ti pare che questi non sieno buoni pesci? O páiati quello che si vuole in fine, non vedi tu al presente le bilance livellate? Sei tu contento? Votiamole. Mettivi altro. Mettiamovi i travagli, gli stenti ed il sudore d’un uomo di lettere; i suoi lunghi pensieri, i sonni perduti. Bene. Eccogli. Mettiamovi ora o la compiacenza ch’egli avrà avuta di sè, credendosi un valentuomo, non essendo tale, o le lodi e la gloria ch’egli avrà acquistata giustamente; il diletto dell’imparare le cose che non sapeva prima; quello del conoscere o del credere di conoscere le cagioni delle cose meglio degli altri. Ne vuoi tu più? Ma non è bisogno d’altro. Sono già uguagliate le bilance. Credimi,” proseguiva ella, “che tu non vi potresti mettere cosa veruna che non fosse tosto contrappesata. Che se tu poi al confronto dei mali volessi mettere certi beni, de’quali gli uomini non si curano punto perchè gli posseggono facilmente, anzi a loro si offeriscono da sè medesimi, questi sono veramente tali e così grandi, che non ritrovano mali che gli uguagliano. Io ci giuoco che non ti venne mai in mente di mettere in bilancia la fertilità di natura in tante diverse produzioni che ti sostengono, le infinite prospettive che ti ricreano, la purissima luce del giorno, e tante altre cose, ch’io consumerei le bilance se tutte le volessi pesare. Ma io non voglio però che tu mi creda ancora; anzi desidero che fra te medesimo consideri meglio quai sono que’mali che più ti sembrano gravi ed acerbi, onde possiamo confrontargli con questa bilancia un altro giorno. Io ritornerò fino a tanto che, guarito da questa tua infermità d’intelletto, tu possa conoscermi da te stesso, senza ch’io ti abbia detto il mio nome, e confessi la mia ragione e il tuo torto.” ◀Traum ◀Ebene 3 ◀Ebene 2 ◀Ebene 1