Citazione bibliografica: Gasparo Gozzi (Ed.): "Numero II", in: Gli Osservatori veneti, Vol.1\02 (1761-02-06), pp. 441-445, edito in: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Ed.): Gli "Spectators" nel contesto internazionale. Edizione digitale, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.3563 [consultato il: ].


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N° II.

A dì 6 febbraio 1762.

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Ragionamento dell’increspato accademico
in cui tratta di sè medesimo.

Tre cuori e tre menti ho ritrovato per isperienza di avere in corpo, avendo per un nuovo caso fatto notomia di me medesimo; e poichè ho statuito di render conto di tutt’i miei scoprimenti alla compagnia vostra, o carissimi confratelli accademici, ora vi dirò ogni cosa particolarmente, acciocché veggiate s’io ho fatte le mie osservazioni con diligenza, e procedendo con quegli avvertimenti che si dee in caso tale. Odimi tu principalmente fra tutti gli altri, o Velluto, il quale c’insegnasti che l’andare solitari e sconosciuti, prestando orecchie alle casuali parole altrui, era quel semenzaio donde si debbono trarre le nostre osservazioni. Odi, io ti prego, quello che m’avvenne, mentre ch’io poneva ad esecuzione i tuoi insegnamenti.

Livello 3► Exemplum► Uscii mascherato l’altr’ieri di casa, e soffiando, come vi dee ricordare, un rigido tramontanaccio che piluccava le carni, né potendo io, che son freddoloso di natura, aggirarmi troppo a lungo per le strade, dappoichè ebbi fatte due giravolte, dissi fra me: Ecco ch’io batto così forte le mascelle, che il romore de’miei denti non mi lascerà udire quello che altri dicono; oltre che con tal furia mi percuote il vento negli orecchi, ch’io son presso che assordato. Bello sarebbe che facendo io qui l’esploratore, infreddassi di modo che ne buscassi una malattia; e in iscambio di scriver fogli, avessi a fare testamento! Dove potrei io andar ora per non assiderare? Buono! non vi ha forse il Ridotto? Di là so pure che il freddo è sbandito. Io mi porrò quivi a sedere in qualche cantuccio. Sempre vi concorrono maschere. Chi va, chi viene, [442] chi sta a sedere, in ogni luogo vi si ciancia e bisbiglia, vi si fanno mille atti, si scoprono migliaia di faccende. Cotesto è veramente quel luogo, dove non può il vento; e io a mio grandissimo agio farò i fatti miei senza punto dubitare che il freddo mi mozzi gli orecchi. Appena ebbi così detto, che avviatomi a quella volta, giunsi, salii le scale, ed entrato appena, mi s’affacciò un soavissimo tepore che mi confortò le membra e mi diede veramente la vita. Quando mi sentii ristorato, cominciai ad attendere all’ufficio mio. Volete ch’io vi dica? Andai su e giù più di mezz’ora, e non intesi mai una parola che fosse buona a farvi sopra annotazione veruna; tanto che quasi per disperato volea partirmi di là e ritornarmene a casa a meditar fra me qualche cosa. Se non che, traportato più dalle gambe che dal pensiero, entrai nelle altre stanze, e posimi ora qua, ora colà ad adocchiare chi giocava, senz’altra attenzione che quella la quale nasce in sul fatto, cioè una curiosità che ci muove ad allungare il collo sopra le spalle altrui, per sapere chi vince o chi perde.

Mentre ch’io stava attento con sì scarsi pensieri, eccoti che a poco a poco mi sentii invaghire di quel colore dell’oro che mi vedea innanzi, e diceva fra me: Oh bello e utile metallo ch’è questo! Io non ho però provato mai al mondo qual sia il diletto dell’averne in abbondanza. Perchè posto ch’io n’abbia quanto è sufficiente alle occorrenze mie più usuali, egli mi conviene però usare una gran parsimonia e starmi sempre livellando col cervello le spese all’entrata; e s’io ne spendo un giorno una porzione di più in qualche passatempo o in qualche nuova occorrenza, eccoti che nel vegnente giorno ho da perdere la testa per ragguagliar un’altra volta i fatti miei, acciocché vadano con l’ordine di prima. Non si può negare che non sia una bella cosa la fortuna. Costei può, quando ella vuole, favorire uno, farlo in un momento beato. Questo cotanto oro, che mi veggo qui innanzi, è da lei apparecchiato per darlo a cui ella vorrà. Fu tratto dalle cave, da’zecchieri coniato a posta di lei: ella n’è la padrona, e ne può ora a suo modo disporre; essa ha apparecchiate quelle mani e quelle borse nelle quali dee entrare. Ma ella vuole però anche che coloro, i quali debbono essere dalla grazia sua favoriti, tentino qualche cosa, e non stiano con le mani alla cintola, osservando i fatti altrui come fo io al presente. Richiede negli uomini animo grande, un coraggio maschio, vuole che non si curino di quel poco che posseggono, per correre dietro a quel molto che si veggono innanzi agli occhi. Questi tali disprezzatori d’ogni pericolo sono i veri amici suoi, e vengono dalla sua repentina liberalità favoriti. Come può ella curarsi punto del fatto mio, nè di me, il quale avendo confitto e limitato l’animo mio fra sei o otto tignosi ducati che ho nelle tasche, dispregio i suoi larghissimi doni per non arrischiare questa picciolissima quantità, che non è che una gocciola nel gran mare della sua abbondanza? O amici, o confratelli, che volete voi più? Io mi sentii tra così fatti ragionamenti a riscaldare a poco a poco la fantasia, e nel cuore uno stimolo e una puntura che non avea prima sentita giammai. Ecco il punto in cui ritrovai in me una nuova mente ed un nuovo cuore che io non sapea ancora di avere, i quali a poco a poco la vollero a modo loro. Non la vinsero però di subito, perchè io posi più volte la mano nella tasca, toccai quel mio poco argento, poi ne la ritrassi vota, intimorito di perdere, poi ne la riposi dentro di nuovo, e noverai i ducati miei, indi la cavai un’altra [443] volta senza trarneli fuori; finalmente partitasi dalla tavola una maschera che giuocava dinanzi a me, e vedendomi io quell’adito vacuo, mi sentii tentato più gagliardamente, e così fra il sì ed il no mezzo balordo, trassi della tasca quei pochi ducati che avea, e fattomi innanzi, frugai fra le carte lacerate, e voltatane una in cui delineato era un asso, posivi sopra due ducati, dicendo fra me: Egli era meglio un solo; eh no, gli è il meglio due. In questa guisa dubitando ora di avere arrischiato troppo, ora assicurandomi di aver fatto bene, vennemi il punto favorevole; di che provai un’indicibile allegrezza, e ringraziata la fortuna che mi avesse stuzzicato a giocare, proseguii con tanto suo favore, che in poco d’ora mi ritrovai con le scarselle piene da tutt’i lati, e con parecchi zecchini che ardevano. E quello che oltre ogni altra cosa mi consolava, si era il vedere alcune maschere intorno che pareano rallegrarsi della mia buona ventura; e sentiva alcuno che diceva: “Oh com’egli è avventurato!” E alcun altro: “Egli è anzi giudizioso, e giuoca con tanta cautela e artifizio che non potrebbe mai perdere;” e in tal modo insieme ragionavano piano delle grandi avvertenze ch’io usava, e ritrovavano lo imperchè in ogni punto ch’io scambiava di tempo in tempo a caso, e mosso da certi augúri e capricci che mi passavano per la mente. Intanto il padrone del mucchio maggiore si levò su, e non volle, non so perchè, proseguire altro, ma deposte le carte si partì, lasciandomi più ricco di prima; ma voglioso ancora di accrescere le mie ricchezze. Allora mi dipartii di là vittorioso, e così fuori di me per l’allegrezza, che non vedea più le genti che mi stavano intorno, anzi pareami di esser solo, e avea l’anima mia rinchiusa nelle scarselle, tutta desiderosa e ardente di noverare quante monete avea guadagnate. Uscii del Ridotto, e nulla curandomi più nè di freddo nè di caldo, entrai in una bottega da caffè, e quivi tutto solo adagiatomi in uno stanzino, cominciai a noverare, e ritrovai che i miei pochi ducati oltrepassavano ora le tre centinaia fra oro e argento, e gli contemplai alcun poco, dicendo fra me: Oh! s’io poteva andar più a lungo, io so bene che in poco tempo sareste giunti al migliaio; e chi sa fino a qual numero avea fortuna deliberato di essermi cortese e liberale! Infine infine questa è picciola ricchezza. Non potea forse avvenire ch’io avessi cambiato condizione? Quante voglie ho io nel corpo, che non ho potuto cavarmele mai ancora? Se io ho ad andare in qualche luogo, o mi conviene andarvi a piedi, o prendere una barcaccia così a caso qual essa viene. I fornimenti della casa mia sono ancora quegli degli avoli miei, la mia mensa ha la frugalità degli antichi. Una femminetta friulana mi cuoce un poco di carne di bue ed una pollastra, e non sa fare altri intingoli e manicaretti che di ventrigli, fegati, sommoli di alie e creste; e questi anche mi riescono per lo più o sciocchi, o soverchiamente salati. Se io esco di Venezia, egli mi conviene attendere la congiuntura d’altri viandanti per pagare una sola porzione del viaggio; e fra tante delizie della Brenta e del Terraglio, io non ho mai potuto avere un tugurietto a posta mia, da starvi due mesi tra la state e l’autunno. Mi mancano cocchi, cavalli, servi e tanti altri agi, ch’io [444] non so a che viva in questo mondo. A che mi giovano ora questi poco più che trecento ducati, e che ne posso far io? Eh! vadasi, e si tenti di nuovo di accrescergli. Eccovi, o amici e confratelli, la mia seconda mente e il mio secondo cuore. ― Così detto dunque piano fra me, rientrai di nuovo negli appartamenti della Fortuna; ed inoltratomi baldanzosamente, incominciai un’altra volta a giuocare. Ma che? Rivoltatasi la mia poco prima, amicissima Dea con gli occhi altrove, e lasciatomi privo al tutto della sua grazia, io non seppi mai ritrovare in tredici carte quella che assecondasse il mio volere; di che ebbi tanto sdegno, che arrischiando sempre più per rifarmi di quello che mi avea portato via il punto innanzi, in poco d’ora mi ritrovai privo di quanto guadagnato avea; e se non fosse stato che i miei pochi primi ducati si ostinarono fra il sì e il no, fra lo andare e il venire tante volte, che il tagliatore per istracco mi licenziò, sarei rimaso anche privo di quelli. Io non vi posso dire la rabbia e il dispetto che avea non solo del perdere, ma delle parole che udiva di quando in quando dietro di me, le quali m’incolpavano di strano e d’imperito giuocatore. Mi tolsi di là con tanta furia, che non sapea più dove andassi. Per ogni picciolo urto avrei ammazzato un mio congiunto, non che altro. Uscii di Ridotto, ritornai nella bottega di prima, entrai nel primo stanzino, e postomi quivi non più a sedere, ma a pestar de’piedi in terra e a sbuffare, diceva fra me: Maladetta fortuna, non potevi tu forse assecondarmi anche questa volta? Non sono forse queste quelle mani che tu avevi poco fa col tuo favore prosperate? Perché le abbandonasti sì tosto? - E di là ad un poco aggiungeva: Ma io fui, io, il poco giudizioso. Perchè non mi contentai dunque di quello che guadagnato avea? Perchè mi venne in capo di voler divenir ricco? Ben mi sta, che non seppi contentarmi di quello che acquistato avea in così breve tempo. Ma in fine poi, aggiungeva, non ho io ancora questo picciolo rimasuglio de’miei pochi ducati, co’quali posso tentare un’altra volta in cui mi sia più propizia la fortuna? Sì, così si farà. Che fo ch’io non vi ritorno? Vadasi. E s’io perdessi anche questi? E se mi venisse anche lo stimolo di andarmene a casa a pigliare quei pochi che quivi ho, e se dietro a quelli mi venisse voglia di perdere anche altro, e se mi si appiccasse intorno questa stizza? O Increspato, adagio: vedi bene quel che tu fai. Considera i fatti tuoi. Metti a confronto que’vari pensieri che in poche ore ti si aggirarono pel capo, e quelle passioni che ti assalirono il cuore. Studia qui un poco te medesimo. La prima volta che qui venisti co’tuoi pochi ducati, pochi erano nel vero, ma stavansi fra le misure prese da te del tuo vivere, e tu eri quieto e senza pensieri. Quello che fu ieri, sarebbe stato oggi e domani ancora, e l’animo tuo, già proporzionato al tuo avere per lunga usanza, non si sarebbe punto alterato. Hai tu finalmente a far altro che a proseguire giudiziosamente un metodo preso da te nelle tue faccende? A mantenerti con quell’abbaco che hai studiato, nel conoscimento di quello che possiedi e di quello che puoi spendere? Vedesti tu, quando ti pervennero alle mani que’trecento ducati, quanti agi, quanti diletti ti si presentarono avanti agli occhi, de’quali non avesti prima un pensiero al mondo? Credi tu che ti fosse bastato anche un guadagno maggiore? Noi abbiamo l’animo fatto a [445] maglia, che, secondo quello che vi si mette dentro, si allarga; e il suo allargarsi non ha confine veruno. Poi fa’comparazione di due gravissime inquietudini che in breve tempo hai sofferite, e pensa all’una e all’altra di quelle, giudicando qual di esse sia la minore. Tu guadagnasti, e fosti travagliato perché non avevi di più, non ti bastava più questo mondo e l’altro; l’allegrezza del vincere ti avea tolto la quiete. Perdesti e non ti ricordi qual fosse il tuo dolore: tu l’hai ancora e lo senti. Poni ora queste due inquietudini a fronte del tuo primo stato. Ti ricordi tu che non avevi un pensiero? Ti viene in mente che salisti quelle scale per fuggire il freddo, per osservare altrui, che tu eri padrone di studiare ne’difetti degli altri, che in fine eri uomo, e che ora, se avessi qui chi ti osservasse, daresti materia abbondantissima ad un foglio? Fa’conto di esserti notomizzato. Hai ritrovato in te un cuore e una mente, prima quieti, tranquilli, giudiziosi e sani; poi vogliosi di avere, stimolati dall’incendio de’diletti, e finalmente dalla passione del perdere. Sta in te l’eleggere a qual di essi tre stati vuoi appoggiare tutta la vita. O contentarti del poco, e goderti la tua tranquillità; o voler molto, e non avere per un verso o per l’altro più bene. In questa guisa parlai a me stesso, e ritornato in me, baciai i miei pochi ducati, e ringraziata di nuovo la fortuna che me li avea lasciati, mi partii di là, entrai nel mio stanzino, notai le mie meditazioni, e come udito avete, vi raccontai i miei casi. ◀Exemplum ◀Livello 3 ◀Livello 2 ◀Livello 1