Citazione bibliografica: Luca Magnanima (Ed.): "Saggio II.", in: Osservatore Toscano, Vol.1\02 (1783), pp. 12-39, edito in: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Ed.): Gli "Spectators" nel contesto internazionale. Edizione digitale, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.3555 [consultato il: ].


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Saggio II.

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Sul merito d’Innocenzo Frugoni.

E’stato creduto, e si crede ancora Innocenzo Frugoni uno de’maggiori poeti del secolo. Io per me non sento tant’altro di quest’uomo. Non vorrei esser sì rigido; ma che fare, quando non posso esser diverso da quel che sono? Sarà per mille altri un poeta assai grande, e per alcuno non tanto. Mi si dirà, che io sono un nemico de’poeti, e specialmente de’nostri; che le muse non mi anno favorito; che disprezzo, e vitupero quel che non posso gustare. Rispondo che son veramente nemico de’più, perché i più, che anno assordata questa età, altro non fanno che miserabili versi. E’vero ancora che ormai non ne posso più leggere alcuno, o se alcuno ne leggo, bisogna che io sappia innanzi essere assai felice. Che poi le muse mi abbiano favorito, o no, non importa, purchè renda ragione del mio pensare. In ultimo io dico che io disprezzo, e vitupero quel che gusto, ma non come fanno i più. Dunque se io non intendo come siasi stimato il Frugoni per un gran poeta, e massime per il più grande imitatore di Orazio, è segno che ho de’principj, pe’quali io debbo così giudicare: Prego dunque di esa-[13]minare se questi sieno veri, ed io invito il piccol numero di coloro, che an vero senso per le belle arti, e per la poesia, e che sono anche filosofi. Se tali non sono, io non mi curo che leggano questo scritto, perchè son sicuro che non potrebbero darne un giudizio. I filosofi, si risponderà, non debbono imparare dal tuo scritto; è vero; io però non gl’invito ad apprendere, ma ad esaminare. Dimostrerò per tanto che il Frugoni non è nè filosofo, nè gran poeta, e mi fonderò sopra i suoi versi sciolti, genere di poesia, che egli pretese di far rinascere, come modello della vera.

Per filosofo nel fatto della poesia io on intendo colui, che applica la ragione agli oggetti, in essi s’immerge, e ne scuopre le qualità o note in parte o ignote del tutto. Questo è veramente officio del severo filosofo che altro non sa che vedere, ben vedere, tornare a vedere, pensare, ed esaminare il pensato. Ma quì per filosofo intendo colui che dee conoscere le più belle proprietà dell’anima, per sapere ad essa parlare, perché questo è il primo fondamento delle arti; ed intendo colui ancora che conosce la Natura in alcuna parte, sa quel che ne anno pensato alcuni uomini, intende l’origine delle virtù, e de’vizi, ed è poi atto a rivestire felicemente tutte le cose, che egli sa, delle grazie della poesia. In una parola qui intendo per filosofo colui che seppe far tesoro di molte idee, di molte utili verità, delle quali condisce suoi versi. Vediamo se nulla di questo ha il Frugoni, e prima di tutto os-[14]seriamo il fondo delle sue cose, vale a dire quanto egli è filosofo. Per osservarlo in modo da non lasciare alcun dubbio, scomponiamo alcuna delle sue composizioni in versi sciolti, e sia questa la prima scritta al Conte Arteferse Bairdi.

Io mai più volentieri non istaccai dal sacro lauro questa mia cetra. Il volgo non sa qual sapere si nasconde sotto i versi, che si cantano al suono di essa, e che velasi agli occhi di lui. Spesso ardì biasimarli; ma sebbene non si sappia come si formino le perle, non iscemarono di prezzo mai presso di alcuno. Per ragionar teco, o Baiardi, ripresi questa cetra, che ti piace; e mentre io so teco parole che imparai per lungo studio, e per lung’arte, disprezzo le strida del volgo. La tua patria assai perdè quando andasti al servizio della Donna.

Che il Reno inchina, e Trebbia, e il Taro adora e ti fu affidata una vita preziosa. Ma non dee tanto dolersi una città, se cade a terra un arco trionfale, una colonna, un gran teatro, quando dee farlo se parte un uom prode, che facea il bene di essa. Infatti Roma non fece grande il suo nome per le sue terme, pe’suoi templi, pel suo circo, ma pei Cammilli, pe’Curii, pe’due Scipioni, e per Catone l’uticense, e per cento altri che io taccio; e se questi non fussero stati, Roma, la superba Roma sederebbe negletta sulle sue rovine. O Artaferse, tutte le virtù concesse all’uomo dal Cielo lasciaron le rive della beata Parma, dico di quelle virtù, in cui non ha parte la fortuna. Eh che tu se’vera-[15]mente un uom fedele e virtuoso. Le tue promesse son sincere, saldi i tuoi patti, e sinceri i tuoi giuramenti. Teco abita la Prudenza, la quale ha la sciagura di essere spesso derisa, finchè l’esito felice non la fa approvare. Ma io non deggio rammentare le altre tue virtù, che son sì bene unite fra loro, perchè non arrossisca la tua modestia. Ma non perchè io le taccio, faranno elle men chiare. Così le più belle rose, riposte anche in una piaggia fiorita, possono mal nascondersi alla mano di una vergine giovinetta. Ed ora ov’è ella mai quella sapienza, che fissando i migliori principj, dava a ciascuno il suo? che aborriva le offese immaginate soltanto, la vendetta, le minacce, la spada, e che facea sì concordi le leggi civili e divine, per ignoranza disgiunte da molti? Quella sapienta teco volse il piede da noi, e ci lasciò appunto come si trova un pellegrino a mezza notte in una selva intricata senza il chiarore della luna. Lo sapranno le altre città, che un tempo pendeano da’tuoi consigli, e riguarderanno la tua patria qual pianta sfrondata, e priva del suo ramo più bello, simile a cui altro non ne vede spuntare. Io non ti dirò ora come le pareti della tua casa adorne di libri, e di carte pare che ricerchino te, che solevi spremere il sugo delle opere antiche, e moderne, e farne conserva, come fanno le pecchie del sugo de’fiori più gentili. Se il tuo fratello non fosse cagionoso, potrebbe ristorare la tua perdita; ma egli non può ormai più attendere alle scienze. Baiardi, quel che ti ho [16] parlato finquì, potrebbe affrettare il tuo ritorno. Oltre di che io non ti ho parlato del figlio tuo, che hai lasciato sul più bello de’suoi studi senza il tuo esempio. Ma una servitù luminosa ti legò ne’suoi lacci, nè te ne vorrà sì presto disciorre; e forse era questo il tuo fato. Io nondimeno pieno di deità, stenderò spesso lo sguardo nelle tue venture; e veggendole composte di grazie sovrane, non sia che non me ne consoli, e celi altrui quel che pur si dee celare

Queste sono le idee principali, lasciando le accessorie, che si potrebber dire secondarie. Son queste propriamente idee, vale a dire, sensi di cose combinate insieme; ma la combinazione è si antica, che ormai nulla presenta ad un talento esercitato nella lettura de’migliori, e nel pensare da se, che sia novello, e sublime. Uno scritto sì fatto parea dunque destinato a pensieri sodi, e distinti; pure anno ben poco peso, e niuna novità. Un poeta filosofo avria pur detto altre cose ad un saggio, che abbandona la sua patria, che ha in capo il tesoro de’principj, onde si reggono gli uomini, ad un saggio infine, a cui è commessa un’anima ancor nuova per darle opportune istruzioni, e per viver con gli altri uomini, e per governarli. Nulla per me si dirà di qualche immagine, che esser vi possa, essendo ormai questa fatta noiosa, per una repetizione senza fine. Tale è quella che le pareti della casa pare che chiamino il loro signore. Immagini di fantasia simili a queste anno ormai consu-[17]mata la sofferenza de’lettori. Leggasi il Petrarca, e se ne troveranno de’belli esempi; belli perchè creati da un’immaginazione sì gentile, e che dovea lavorare per un soggetto sì dolce, qual’era la bellezza della sua Laura. E che diremo di quel volgo profano, che fa ormai una strana comparsa nelle cose de’poeti. Orazio diè loro certamente un grande esempio; ma i nostri ne anno abusato stranamente. Questo povero volgo indegno di gustare la celeste ambrosia, che spargono i poeti dentro i loro versi, meriterebbe assai volte della compassione; ma i poeti, che sono irritabili, che tornan voltentieri sulle medesime malinconie, l’anno sempre negata alla sua ignoranza, vendicandosi così del disprezzo, che egli talora sa di essi. Ma chi sa, che quel che dicesi volgo imperito, non abbia il più delle volte ragione; e che se i poeti stessi volessero esse di buona fede, non fossero pur costretti a confessarlo? Oltre di che la maggior parte di loro disprezza il volgo, ma io credo sempre in apparenza. Sanno benissimo che egli non sa giudicare per principj; godono però di piacere generalmente, cioè a’più, e per conseguente al volgo. E’dunque ormai infruttuoso lo spacciare ne’versi, che per lui non son fatte le sublimi verità, i tesori delle cose che si nascondono sotto il velame de’versi, talora anche troppo strani, quando ciò è ormai provato che nulla giova. Io, se ne debbo dire quel che ne penso, dirò che qualora non si sa quel che dire, si comincia dal vituperare il popolo, come quelli che non [18] sapendo che dire o della natura, o degli uomini, parlan subito del tempo che fa. Nulla dunque abbiam potuto ravvisare nelle idee del Frugoni, che non sia affatto volgare. Si dirà, che se i pensieri si nudano della espressione, perdono il lor bello. No, non è punto così. I pensieri, o i sensi dello spirito, o nudi o spiegati, come si vogliono, quando son belli, restano sempre belli. Tale sia, per esempio, quel detto di vario citato da Orazio. Giove che veglia sopra di te, e su di Roma ci lasci sempre in dubbio, se a te sia più a cuore la tua salvezza, o quella del popolo la tua. Comunque siano le espressioni di Orazio, che sono semplici, quel sentimento è sempre bello. Quale idea non ci dà egli di un uomo fatto eroe per le sue virtù! Si prega Giove, il padre dell’universo, secondo i Gentili, a voler lasciare sempre in dubbio i Romani se sia più a cuore ad Augusto la propria salvezza, o quella del popolo, vero al popolo quella d’Augusto. Questa incertezza, quando si tratti di un’uomo grande sul trono, qual tenero sentimento, e prezioso alle anime nate per esser grandi non risveglia nel cuore! E nel vero, se ad esso è a cuore la propria salvezza, lo è a ragione, perchè se manchi un saggio, che è già capo di genti numerose, e fedeli, qual disavventura! Se poi si rifletta, che il sommo oggetto ed unico di un regnante è la sola pace, e prosperità degli uomini a lui soggetti; che sa far valere tutti i principj, onde diventino sempre più liberi, sicuri, e sono nella copia delle cose neces-[19]sarie; che rispetta tante vite innocenti; che è più pronto alla clemenza, al perdono, che alle catene, ed a’supplizi, è egli quest’uomo, si dirà un essere umano, o celeste? E quando è al popolo a cuore la salvezza del principe sotto cui nacque, quali idee di bontà non si risvegliano, quale immagine di un’anima rara sotto spoglie comuni! Ora un dubbio sì fatto, ci rappresenta un eroe, il più sublime che possano gli uomini desiderare, perché in quella sospensione dolcissima si racciudono gruppi d’idee così nobili, perché vere, che non può negarsi in tal frase espresso quello, che può far pensare più a lungo di quel che si stimerebbe a prima vista. E per dire il vero, qualunque poesia, che non somministri materia al pensare, che è ella mai? Orazio stesso, giudice sì grave in queste materie, chiama i versi nudi di cose bagattelle canore. Non son pertanto le voci sonanti insieme aggruppate, che fanno la grandezza de’pensieri; ma anzi i gran pensieri amano di essere espressi da semplici voci, chiare, e tante, che bastino per quelli significare. Lascio di produrre altri esempi, i quali danno all’uomo ingegnoso assai da riflettere; e di questi chi volesse pur fornirsene sì ne’poeti, come negli storici men comuni, o fatti apposta pel minor numero, può leggere Dante, il Petrarca de’nostri, Virgilio, Orazio, e Tacito fra quelli dell’antichità.

Il Frugoni adunque, sebbene abbia scritto de’versi sciolti, e fosse per questo più obbligato a racchiudervi molte cose, e le più scelte, se non punto nuo-[20]ve, non espone alcuna dottrina che sia da pascere chi pensa, o chi brama di pensare anche in mezzo a’diletti della poesia. Le cose che egli ha dette, e che sono le principali, non mostrano che egli abbia conosciuto, come egli si esprime, le alte scuole. Non si adduce pensiero nè degli antichi, nè de’moderni filosofi, e molto meno alcun suo proprio di origine. Ma si dirà, che quel suo componimento non basta per conchiudere in tal guisa. Sia pur così. A noi dunque spetta di dare il fiore di un altro. Se si mostrerà che egli è sempre simile a se, non si potrà più dubitare della nostra proposizione. Ecco dunque un secondo componimento sciolto ne’soli pensieri che contiene, e scritto al Conte Bernieri.

Io non so, Bernieri, come mi sia desto su quest’aurora, che il cacciatore non lungi romoreggiando fra le stoppie andava inseguendo le quaglie per farle entrare nelle sue reti già tese. Certo non so come, fuori del mio costume, io mi sia desto così a buon’ora. Ho veramente un sonno così profondo, che di rado mi desto sul fare del dì. Pure non potendo più addormentarmi, presi a pensare quanti mai si affannino per salire in Parnaso. Alcuni, io dissi, si danno a comporre tragedie, e quando si pensano di muovere a compassione gli spettatori, sentono gridare che si tiri giù la tela. Altri vanno pensando se possano scriver versi sul gusto di quelli del Petrarca, altri emulare il Chiabrera, creandosi una nuova maniera. Son però così rari i buoni imitatori del Petrarca, come è rara appunto la [21] fenice. So che molti altri in gran numero cercano di frammischiare qualche pensiero, e qualche frase di Dante ne’suoi versi dilombati, e senz’arte; e senza vergognarsene punto, pensano di poter vantare cosa propria un furto, che sebbene è assai bello in se, non fa accordo col resto. Chi tenta poi di seguitare le strade di Pindaro, le quali furon corse anche da Orazio, poi ricalcate dal Chiabrera, come presto si avvede di non aver forze sufficienti, e come tardi conchiude esser data a pochi la forte di gran poeti, che non si curano del volgo, ed empiono di meraviglia, e di diletto i sapienti. Io lo so pur troppo, io che spregiando qualunque legge prescritta al poetare, da cui non si produce altro che stento, volli seguitar solo la Natura con grande studio, io qual nuotatore, che capace di far gran cammino senza sostengo, si lascia addietro in un cimento gli altri compagni, affidato solo nelle sue forze, io crederei di far qualunque viaggio poetico non fatto da altri, e forse lo feci, e forse dopo la mia morte i miei giudici confesseranno essere ne’miei versi sì vaghezza esteriore di forme, d’immagini, il dono di esser facile, come anche fra’lumi del mio stile difficile troverà involte quelle cose egregie, che il poeta prende dalle carte socratiche, e dirà: certo costui vide, e conobbe le scuole illustri. Tu vedi poi, o Bernieri, quanto sian rari rari coloro, che dopo Plauto e Terenzio eguaglino Menandro, e accrescano onore alle toscane commedie, che son poche, e poche belle. A taluno però sembra facile lo scriver commedie, e dipingere in che [22] esse un servo malvagio, una madre troppo facile a credere, un figliuolo, che simuli, ma che senta amore, un giovane indocile che non vede ancor appressarsi la morte del padre avaro; e quando entra in questo mare, a quanto scogli non rompe, per essere ben difficile il rinvenir cose turpi senza dolore, le quali muovano a riso, e correggano il costume. Infine io pensai, che altri potria pur illustrarsi con un poema epico; ma se non risorgano Omero, Virgilio, ed il Tasso, io son di parere che non si udiranno mai più altre trombe sì fatte.

Questi, e simili pensieri che mi venivano per la mente, mentre io era in letto, a guisa di api, che vanno ronzando intorno ad un alveare, furono interrotti da un servo, che mi portò la cioccolata. Dopo che l`ebbi a forsi bevuta dissi fra me; abbiasi pure quante acque vuole il pennuto destriero, che le scavò col calcio. Questa bevanda sia il mio fonte ippocrene. Io dissi ciò, giurando per la intonsa chioma di Apollo, per cui io non direi mai un bugia, se tu non me lo credi. Così dissi, ed il letto abbandonai d’un salto.

Questa è la sostanza, e questo è il fondo di una seconda sua epistola, né io so vedere quella dottrina, di cui egli si vanta in particolar modo. Quì altro non fa, che raccontare esser grande la moltitudine degli sciocchi, che si pensano di ottenere un seggio in Parnaso, senza conoscere il difficile dell’impresa. Amplifica questo pensiero, e facendo come la rassegna de’vari generi di poesia, viene a for-[23]marne quel suo componimento. Ma tutte le cose, che dice anche quì, piccolissime in se, non si possono più ascoltare, per essere state scritte in mille libri da tutti i poeti antichi, e moderni, e massimamente da’facitori di poetiche. Che forse Orazio non racchiuse in due de’suoi versi tutta questa diceria? Livello 3► Citazione/Motto► La mediocrità, egli dice, non è punto concessa a’poeti. Non gli dei, non gli uomini, non le colonne stesse la permisero mai. ◀Citazione/Motto ◀Livello 3 Se poi si vuole anche di più, che non disse il Menzini a questo proposito, il Menzini, che dopo un Orazio ebbe il coraggio di comporre un’altra poetica? Ormai dunque non possono più soffrirsi da chi sa, e che pensa queste idee, per aver perduto ogni pregio a forza di ripeterle.

Il Frugoni pertanto nulla ci ha dato fin quì, che renda il più amabile odore di filosofia, e di quelle scuole illustri, le quali secondo che egli stima, riconoscerà ne’suoi versi la posterità, più giusta estimatrice di essi di quel che abbian fatto i viventi. Non pare in conseguenza che egli neppure conoscesse molto l’uomo per quella parte, che si dee conoscere dal poeta, onde rilevare le vere difficoltà, per cui a pochissimi è dato di cogliere un lauro immortale co’versi. Neppure egli mostra che gli fosse nota gran fatto la fisiologia, nè la storia naturale degl’infetti, sì comune a’nostri tempi, se ne dobbiamo giudicare da’suoi scritti. Ed in vero parlando ad uno che si era riavuto dalla febbre, e venuto al teatro, dice così:

[24] Livello 3► Citazione/Motto► Dimmi dov’eri allor, non ti parea,

Che ineffabil dolcezza, quasi fiume

Repente l’alma t’inondasse, e i sensi?

E se pur qualche non ben vinto avanzo

Di febbre ancor ti scorrea le fibre,

Non le vinse il piacer, che ratto corse

Tutti a destar tuoi spiriti vitali,

E limpidi, e vivaci li condusse

Di vena in vena, e gli ordinò nel cuore? ◀Citazione/Motto ◀Livello 3

Io non parlo di quell’errore di far sì, che la dolcezza inondi prima l’anima, e poi i sensi. Sarà questa una improprietà di parlare; mentre è noto ad ogni scolare non darsi alcuna idea nell’anima, la quale non sia venuta in origine da’sensi. Dico in origine, perché si anno anche di quelle idee, che niun senso può fornire. Tali son quelle della riflessione. Parlo solo di quel dire, che un avanzo di febbre scorreva ancora le fibre. Questa maniera di spiegarsi non ha alcun senso, perché non si mostra di sapere, che sia questa febbre, giacchè di febbre si è pur voluto parlare. Non s’intende nemmeno quel dire, che sebbene vi fosse quest’avanzo di febbre, il piacere della musica fu capace di vincerlo, e destare gli spiriti vitali, ricondurli di vena in vena, e ordinarli nel cuore. Chi esamina bene a fondo queste forme di dire, si avvisa tosto di nulla intendere, perchè, per quanto a me pare, non si sa che forte di fisica abbiano in se. Infatti se questi spiriti vitali non eran desti, come sentire il diletto della musica? Era dunque o assopito quell’uomo, [25] a cui si scrive, o in un deliquio. Se era così, come potean destarlo le note della musica le più dolci, e le più dolcemente espresse? Senza di che tutti i fisici sanno, che gli che facciano quando l’uomo è affatto padrone de’suoi sensi. E poi che intende mai il nostro Autore per questi spiriti vitali? Se intende per essi quelli, che si dicono spiriti animali, questi da alcuni si richiamano in dubbio, e da altri si viole, che sieno cosa reale, sebbene cogli occhi non vista, e che trascorrano pe’nervi. Altro dunque ci vuole che vena, e arterie. Son le vene vasi minori, come diconsi impropriamente, del corpo umano destinati a contenere il sangue, che scorre perpetuamente mosto da forza ignota, e non altro. Di più si dice che il piacere gli destò, gli sospinse, e gli ordinò nel cuore. Se questo potea seguire, è certo ancora che quel diletto finiva ben presto; mentre il cuore concepito un moto assai maggiore del naturale, avrebbe inquietato il nostro mezzo infermo. Ma io veggo che tutti questi versi lungi dall’esser filosofici, o non anno alcun senso, o questo è morto coll’autore. Io avea pensato se tutte queste espressioni potean essere allegoriche, e se racchiudessero perciò qualche senso non così volgare, ma ho veduto, per quanto è concesso alla mia vista ben corta, non esser punto così.

Notiamo ora qualche errore di storia naturale, ignota, per quanto ci sembra, a questo ministro delle muse. Continua il Frugoni a dire che il diletto [26] della musica fu il balsamo, che affatto risanò l’amico languente ancora per la malattia sofferta, e che perciò debba farne buon uso, e provvedersene per tempo.

Livello 3► Citazione/Motto► Finchè pronto tu l’hai, fanne buon uso,

E la tua vita ne provvedi, come

Cauta formica, finchè il tempo è destro,

Sotto l’ardente sol l’aia scorrendo,

Quanto più può della recisa messe

Tragge col morso, e della rea stagione

Memore, cresce il custodito acervo. ◀Citazione/Motto ◀Livello 3

La similitudine della formica è ormai così trita, che annoia veramente. Se ne servì anche Orazio nel medesimo erroneo senso; e la ragione è pur questa, che la storia naturale a’tempi di questo bellissimo spirito non era studio molto in uso; anzi Plinio stesso, che avea tanto raccolto, e tanto scritto di cose naturali nella età sua, quando arriva alla botanica, non pure non ne tratta da maestro, ma non ha repugnanza alcuna a lasciare soltanto un catalogo delle piante credute le più utili. Orazio dunque che altronde è sì fino filosofo, è da scusarsi; non già un poeta della nostra età, il quale quasi ad ogni verso si protesta, di non essere della volgare schiera. Le formiche pertanto, le api, e tutti gli animali, che mostrano agli occhi de’volgari qualche intelligenza, non solo non anno alcuna idea del futuro, nè del passato, che anzi tutto quel che sanno, lo fanno per una specie d’istinto, e sempre lo stesso. Gli uccelli ancora operano sempre nella guisa stessa. Quel che an fatto dal principio del mondo, lo fan-[27]no anche a’nostri tempi. Si nomini per esempio quell’uccelletto chiamato da noi. Codibugnolo, e da altri Pendolino. Sta egli per lo più ne’paduli, e fa il suo nido assai diverso dagli altri uccelli, perchè come gli altri uccelli e’lo fanno in maniera, che rassomiglia ad una tazza, così da esso si forma per modo, che rassomiglia ad una tassa, ma coperta al di sopra, talchè viene a prender la forma di una pera, ed anche di un sacchetto. Fatto che l’ha, fa legarlo ad un ramuscello sì forte, che senza timore alcuno rimane sospeso sulle acque. Le materie poi, di cui è composto, sono sempre le stesse assai molli, come pappi di fiori, lanugine di pioppo, ed altre specie di masse fetacie, che si trovano ne’calici delle tife, de’cardi, e delle altre piante pappose. Queste poi lega con fili sottilissimi di gramigna, e di canapa in modo, che è cosa piacevole a vedersi. (Istoria degli uccelli tom. 4. in Firenze 1773.) Così, quando si dice dal volgo, che le formiche raccolgono la state per il verno, e così mostrano di pensare all’avvenire, si dice il falso; perchè la sperienza ha fatto conoscere, che tutto il verno appunto se ne stanno senza alimento come intormentite dal freddo. Il celebre Buffon ha talmente refutata quella specie d’intelligenza, che si voleva assegnare a molti insetti, e a molti altri animali, che non mi sembra che resti altra cosa da desiderarsi. Ed ecco mostrato come il Frugoni non si era punto trattenuto a contemplare la Natura, e coloro, che l’anno interro-[28]gata e descritta. Diranno quì alcuni, che il poeta è un uomo il più libero del mondo; che basta essere stata scritta un’opinione, perchè possa egli abbracciarla; ed io risponderò francamente esser vera la libertà del poeta, ma non già nello scegliere il peggiore, o il falso che è sempre di tutto il peggiore. E poi ov’è la legge, che voglia il poeta indifferente al vero, ed al falso? Il poeta non dovrà egli conoscere la Natura? E se dovrà conoscerla, dovrà anche apprendere, e scrivere tutti gli errori immaginati talvolta per ispiegarla? Si dovrà egli fermare all’apparenza? Perchè il Castore taglia gli alberi al piede, gli divide in parti, gli connette insieme, fa in una parola l’architetto, avrà egli quel grado d’intelligenza, quella fiamma divina, che anima il gran principio dell’uomo? Oltre di che un poeta, che voglia dirsi filosofo, non farà certo il naturalista sulle colline, su poggi, e per le selve, ma converrà che sappia le dottrine di storia naturale, che corrono al suo tempo.

Possiamo aggiunger di più, che vi sarebbero da far considerare molte cose su questa libertà concessa a’poeti, e su quella Natura, che pretendono essi di figurare sempre la più bella; ma non è questo il luogo. Solo per confermare anche più che abbiamo avanzato, diremo che il Frugoni in tutti i suoi componimenti in versi sciolti si è molto compiaciuto di far similitudini di modo che alcuno non ve n’è, in cui non si vegga o una e più somiglianze, ove apparisce più la volontà, la [29] fatica, e lo studio, che la natura, e la facilità. Si direbbe che il rettorico si è fermato a descriverle, e se n’è compiaciuto a segno che si è poi scordato, se siano tutte a proposito, se mettano l’oggetto primo in una più bella vista, se siano derivate dalla forza della passione, che ha l’anima quando vuol descrivere alcuna cosa, che sia il suo diletto, o il suo tormento. Quel che ha fatto il Frugoni, si è di non averle prese da oggetti troppo lontani, ed ignoti a coloro, che son popolo; e questo dimostra sempre non essersi moltro trattenuto a studiare i libri di Socrate, nè quelli de’nostri Filosofi trovatori di cose nuove. Un uomo, un poeta assue fatto a pensare, ad immaginare, ad osservare le cose quali sono in se stesse, e massime della Natura sì varia, sì estesa, e sì bella per tutto, non può non cessare di esser comune nelle sue idee, e perciò non può non prendere le sue somiglianze dagli oggetti, che studiò, e che gli vanno per la mente. Per questo alcuni filosofi moderni pieni di sapere universale, sono affatto nuovi nelle loro similitudini, perchè o nuove le cose, che dicono, o profondamente discusse. Ma bisogna esser filosofi. Tale è il chiarissimo d’Alembert il quale, sebbene, com’egli dice, non aspiri all’onore dell’eloquenza, è tale scrittore da far paura a non pochi. Potrei nominare anche l’Autore dello Spirito, il quale è così nuovo ne’suoi paragoni che incanta; ma quest’autore, come proscritto da molti pe’suoi errori, forse non tanto ben provati, come si dice, non si dee [30] rammentare pel suo ingegno, per la sua eloquenza; perchè, secondo i nemici della filosofia, e del talento, chi ha scritto qualche errore nocevole, non ha più alcun valore in nessuna parte, e quelle proprietà sublimi dell’anima, che mostra di avere, debbon anch’esse esser considerare, come se non vi fossero, tanto son ragionevoli. Lasciamo dunque di rammentare alcun tratto delle sue cose d’ingegno, e preveniamo l’obiezione, che potesse farsi con dire non esser questi poeti; ma o poeti o no, chi studia nel gran libro dell’universo, e vi studia a lungo, non può non sortirne ripieno di cose, e queste per lo più originali. Oltre di che è forse meno trovatore il poeta del filosofo, il filosofo del poeta? Il poeta ha il duro peso di presentar delle cose, e presentarle in un aspetto il più luminoso; laddove il filosofo può dispensarsi da questo peso, quando non aspiri al merito, raro egualmente, di grande scrittore. Sicchè noi possiamo conchiudere che il poeta, ed il filosofo debbon dire egualmente cose nuove, cose belle, con questa differenza che se al poeta filosofo manca il dono di un bella espressione, tutto è perduto.

Osserviamo ora se il Frugoni ha qualche cosa raro per la parte della poesia, o quel che è lo stesso, se è gran poeta. E’stato detto anche troppo che la parte più luminosa de’poeti è l’immaginazione, senza stabilire, che mai suona in lor senso quel nome. Noi dunque diremo che intendiamo per quella una proprietà dello spirito umano, o lo [31] spirito stesso, quando è rivolto a mettere insieme le immagini delle cose, onde ne risulti alcuna che sia nuova. E quì si avverta, che vivendo il poeta dentro i confini della Natura, per servirmi di una bella espressione di Orazio, egli non dee riunire immagini, da cui alcuna ne venga, la quale non siasi mai veduta nella natura medesima. E intanto dicesi che il poeta deve essere immaginoso, in quanto che suo principal dovere si è di metter sotto gli occhi quasi vive e spiranti le immagini, o le cose dipinte. Questo precetto è così vero, e generale che nulla più. E che sia così, tutti i coltivatori delle arti, e delle scienze quando vogliono eseguire quel che anno immaginato o con parole, o con tinte, o con altro, nulla anno fatto, e non son per anche arrivati alla cima dell’arte loro, se non son pervenuti a far quasi vedere sotto gli occhi quel che anno avuto in animo di presentare a’sensi, e di far apprendere allo spirito. Adunque ristringendo il nostro discorso alla poesia, diremo che in qualunque genere di essa può esservi l’evidenza, non essendo vero, che ella sola si possa fare spiccare a meraviglia ne’gran quadri. Dunque anche nel genere epistolare dovrà essa trovarsi, quantunque sia piuttosto un genere riserbato alle sole cose, che alle immagini.

Ma se l’immaginativa è il fondamento del poeta, non è per questo la sola qualità, che lo separi dalla turba degli altri. Bisogna che egli abbia il merito, o il dono di un’espressione felice. Se questa non si sente tosto, se questa non presenta all’ani-[32]ma senza sforzo le cose, e le immagini, tutto è languore; e quella che dicesi poesia, si disperde per l’aria, come i corpi più leggeri, senza che scuotano i sensi, o si apprendano colla vista.

Il Frugoni a me non pare che abbia nè grande immaginativa, nè una espressione che sembri come nata da se a significare le cose, non già studiata dall’Autore. Produciamone alcun esempio, onde potersi meglio giudicare del nostro giudizio. Nella lettera prima che abbiam riportata così dipinge la Prudenza.

Livello 3► Citazione/Motto► Teco Prudenza, che d’un occhio guarda,

Le andate cose, e le avvenir d’un altro;

E frenando i desir, che ne’lor ciechi

Impeti primi mai non disser vero,

Fatti, e consigli alle stagioni adatta,

Ad arte pigra, e dalle incaute menti

Spesso derisa, finchè il buon successo

Folgoreggiando d’improvvisa luce

La venga a fianco, e a lei recando lode

Le mal intese sue dimore assolva. ◀Citazione/Motto ◀Livello 3

Considerando quì solamente le immagini, che vi è egli fuorchè idee comuni, bassamente espresse, e senza il sapore della lingua che si scrive dalla parte più gentile, che abiti il ciel toscano? Ci è nulla di meno immaginoso, nulla di più forzato di questi poveri versi? Io non parlo del fondo delle cose, che vuol dirci il poeta; perchè molto vi farebbe da ridire. Non voglio neppure esaminare le sue frasi, perchè troppo si anderebbe lontano. Basti il dire che coloro, che an gustato il fiore di nostra lingua ne’ [33] libri de’nostri classici scrittori, o l’an gustato dalla bocca de’nostri sapienti; non potranno non sentire ne’versi del Frugoni qualche cosa che non è punto nostrale. Ma quando è mai più bella la fantasia del Crudeli. Nelle sue mani tutto si cambia in oro di quel che tocca. Niente è più comune del dire che in un antiquario dissotterrò nuove memorie. Ecco come lo dice poeticamente il Crudeli, lodando il Buonarroti:

Livello 3► Citazione/Motto► Vedi il gran Buonarroti

Romper le nubi oscure, ove nascosa

E Fanatici, e Goti

Tenner la greca, e la romana istoria,

E l’illustre memoria

De que’popoli invitti erger gloriosa

La fronte luminosa. ◀Citazione/Motto ◀Livello 3

Riportiamo ora un altro esempio della poca fantasia, che osservasi nel Frugoni, perchè un solo non proverebbe assai. Lo prenderemo dalla seconda sua lettera al Conte Bernieri, ove tratta de’vari generi di poesia, delle difficoltà per riuscirvi, e che, parlando di se stesso, dice di aver superate.

Livello 3► Citazione/Motto► Chi poi vago di gir per anco intatte

Da poetico piè strade, che primo

Pindaro tenne, e con felice ardire

Flacco poi corse, e ricalcò dipoi

Il Savonese mio, che primier seppe

Pien d’immagini vive, e caldo d’estro

Armar di greche, e di latine corde

L’itala cetra; oh come a passi incerti

[34] In sul dura cammin sente che in breve

Manca lena e consiglio, e come tardi

Scorge che a pochi dalle Muse è dato

Stampar perenne, e memorabil orma

Su que’sentier ricchi di luce e sparsi

Di velato saper, che dell’ignaro

Vulgo fugge gli sguardi, e i saggi suole

Ferir di maraviglia, e di diletto! ◀Citazione/Motto ◀Livello 3

Le parole che quì mostrano qualche immagine, altro non sono che quasi tutte improprietà di favella. Oltre di che una fantasia limpida ed accesa imprime, a dir così, l’evidenza delle cose sulla casta, senza che ci si vegga ombra di stento. Quanto ci fa quì penare il Poeta prima di spiegarci quel che vuol dire! Quelle tante congiunzioni sono il contrassegno di una languida fantasia. Quelli che forte pensano, forte immaginano, e che forti anno l’espressioni, non potranno reggere a sentirsi martoriare da un seguito di particelle congiuntive, e che mal si convengono a far viva l’energia delle potenze intellettuali. Orazio, poeta sceltissimo, e fino conoscitore de’poeti, cioè delle virtù, e de’difetti di essi, aborrisce quello strascico di congiunzioni, e con esso tante idee secondarie, che moltiplicate ad ogni passo, ci fanno perder di vista le principali. Egli dunque proscrive dalla vera poesia quella copia infruttuosa d’idee, e perciò di parole, che intrigano la sentenza. E veramente in dar questo gran precetto dimostra quanto egli fosse filosofo, e quanto sagace speculatore delle facoltà del nostro spirito, [35] per non essere, io mi penso, uno scrittore, o un poeta volgare; poichè da esso precetto dipende la sovrana eccellenza di un uomo nell’arte dello scrivere.

Livello 3► Citazione/Motto► Est brevitate opus, ut currat sententia; neu se Impediat verbis lassas onerantibus aures. [Sat. X lib. I.] ◀Citazione/Motto ◀Livello 3

Quanti mai ci avrebbero parlato, e scritto più utilmente, se avessero avuto presente questo precetto! Cicerone stesso non sarebbe stato rimproverato in molte delle sue Orazioni di soverchia ridondanza da molti, ed anche dall’illustre Montagna, se avesse avuto men la mira a spargere delle frondi, che far conoscere il tronco della pianta. Nelle lodi, che dà a Cesare per la restituzione di Marco Marcello, egli è un puro rettorico, quando poeta esser grande oratore, e gran filosofo, perchè l’argomento era il più secondo di cose grandi.

Or questa brevità non si trova certamente nelle Epistole poetiche del Frugoni, perchè son gettate tutte sul modello stesso. Scarsità grande d’idee principali, abbondanza grandissima di accessorie. Di aggiunti, o epiteti non parlo; poichè sembra che il nostro Poeta ad altro non mirasse, che a dare aggiunti alle cose, comunque elle fossero. Ma chi non vede che il dare aggiunti a tutte le cose, significa il non intender gran fatto la lor natura? Non è egli forse vero che dati a tutte le cose, o a tutte le idee, son capaci di deviare lo spirito dalle fondamentali? Egli è certo, che spiegano alcuna qualità. Or il fermarsi a considerar questa, che è disparata dalla cosa, o dalla idea primaria, è un inquie-[36]tare lo spirito, che trovasi a poco a poco fuori di strada. Per far più chiari questi principj, riportiamo i versi della prima lettera, che abbiamo spogliata delle sue ridondanze.

Livello 3► Citazione/Motto► Dalla sempre frondosa arbor vivace,

Già dolce pena, ed or sott’altre forme

Cara al divino Apollo ombra, e ghirlanda,

Non mai più volentier questa ritolsi

Soave cetra, che in mia man talora

Con felice ardimento i modi, e il suono

Del mio buon Savonese emola tenta. ◀Citazione/Motto ◀Livello 3

Si offervi prima di tutto se siavi chiarezza a prima fronte in questi sette versi, e se per esprimer questo pensiero principale: Io non tolsi mai più volentieri la mia cetra appesa ad un lauro, era necessario di toccare la favola di Dafne, e di Apolline, di far sapere che egli è imitatore del Chiabrera non tanto nelle frasi, quanto nell’armonia de’versi, vale a dire, se stava bene il deviar tanto per dirci tutto quel che era sì male a proposito. Oltre di che non pare che si possano più sentire questi soggetti favolosi, cantati, e ripetuti per tanti secoli; e forse anche troppo ci si trattenne il Chiabrera per mancanza, credo io, di un maggior fondo di cose; che non si ha egli già da paragonare ad un Orazio; perché è nota la sua vita, noti i suoi studi. La maniera adunque di scrivere poeticamente in versi del Frugoni, è quale l’abbiam divisata, ed è sempre eguale per tutto a se stessa. Questo prova che egli non avea quella giustezza di spirito tanto necessa-[37]ria in qualunque scritto sia di verso, sia di prosa, e che è tanto aiutata, quando si ha naturalmente, dalla logica, e dalla geometria riunite. Di più, se il Frugoni avesse letto, e considerato il fare di Orazio nelle sue Epistole, ed anche ne’suoi Sermoni, avrebbe veduto quanto egli era lungi dal finito esemplare do un tanto poeta. Avrebbe osservato, come in esse si succedono le cose l’una all’altra senza prolissità, nè divagamento, e come, per nominarne una sola, è ciò chiaro in quella sua prima, che scrive a Mecenate, e gli dice che egli non è più adatto a scrivere d’amore, ma che è tutto dato alla filosofia rettrice, e consolatrice dell’uomo. Egli vi stampa nell’anima i suoi pensieri in un tratto; e quanto son più alti i pensieri, tanto più semplici le voci; ed in questo Orazio, e Viriglio son ben d’accordo. Testimone l’elogio che Varo avea composto d’Augusto, e che abbiam riportato in nostra lingua.

Livello 3► Citazione/Motto► Te ne magis salvum populus velit, an populum tu

Servet in ambiguo qui consulit & tibi, & urbi. ◀Citazione/Motto ◀Livello 3

Faccia fede di ciò l’altro elogio, che fece Virgilio al giovinetto Marcello morto sull’eta più bella. L’espressione è semplice, ed il pensiero è il più grande; nel che sta propriamente l’eccellenza del talento sublime.

Livello 3► Citazione/Motto► Ostendent terris lunc tantum fata, neque ultra

Esse finent. Nimium vobis romana propago

Visa potens, superi, propria haec si dona fuissent. ◀Citazione/Motto ◀Livello 3

[38] I fati lo mostreranno soltanto al mondo, nè voranno che egli viva di più. O Dei, troppo potente vi sarebbe sembrata la stripe romana, se un sì fatto dono le aveste concesso più a lungo. In somma questi grandi uomini anno mostrato con grandi esempio che la sublimità consiste negli alti pensieri detti con semplici voci; e questo è quel facile così difficile a tutti coloro, che non son nati per esser esemplari a quelli, che verranno.

Terminerò con fare un’altra osservazione forse non meno importante delle già fatte. Sia questa il far pensare al mio leggitore esservi anche un altro difficile, che a’poeti del volgo sembra la più facil cosa del mondo, ed è la fattura del verso. Ella è una parte così essenziale dell’ottima poesia, che senza di essa cessa di esser sì fatta. Bisogna che sian così piani, così dolci, così ben tessuti, che rapiscano coll’immagine, e colla maniera di esprimerla. Il Petrarca è su di ciò un grande esempio in molti luoghi delle sue poesie.

Livello 3► Citazione/Motto► Qual ninfa in fonti, in selve mai qual dea

Chiome d’oro sì fino all’aura sciolse? ◀Citazione/Motto ◀Livello 3

oppure quelli altri non men belli

Livello 3► Citazione/Motto► Che sola è un sol, non pure agli occhi miei,

Ma al mondo cieco, che virtù non cura. ◀Citazione/Motto ◀Livello 3

Quanti se ne potrebbero riportare di questo sì gentil poeta. Ma io non ne voglio lasciare alcuni del nostro Crudeli.

Livello 3► Citazione/Motto► E le dolenti cure della vita.

Soave dono di Natura è morte.

[39] Luce di cortesia dolce ridente.

Del tempestoso mar l’instabil onda.

Per te di Tracia il Musico soave

Dalla dorata stuttante sponda

Alto cantò. ◀Citazione/Motto ◀Livello 3

Questi si chiaman versi filati sottilmente. E nelle poche poesie di questo delicatissimo Poeta sono continui sì fatti versi. Ora poi, se il Frugoni sia stato così gentile in essi, lo giudichi pure chi vuole, e chi fa; che io per me conchiudo con asserire di nuovo che egli non è stato nè filosofo, nè gran poeta, come egli si è vantato in ciascuna delle sue lettere in versi sciolti, e come anno creduto molti. Io dunque porto opinione, che in fatto di lettere poetiche siavi anche una fronda di lauro per chi aspirasse ad ornarsene la fronte, essendo assai lontane dalla vera idea quelle dell’Frugoni. Non così si dee dire di quelle dell’Algarotti. Ma egli era nutrito delle cose più belle di Omero, di Virgilio, di Orazio, e di quelle poi de’poeti francesi ed inglesi, che volano ora pieni di gloria per le bocche di tutti. Tanto basta per farlo subito conoscere superiore al Frugoni, ed al Bettinelli, che si sono stimati tempo fa i ristoratori delle muse italiane. ◀Livello 2 ◀Livello 1