Citation: Luca Magnanima (Ed.): "Saggio XVI.", in: Osservatore Toscano, Vol.1\16 (1779), pp. 150-158, edited in: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Ed.): The "Spectators" in the international context. Digital Edition, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.3548 [last accessed: ].


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Saggio XVI.

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Della proprietà

Una delle quistioni più belle, e più importanti, secondo che io stimo, è quella sicuramente: Qual è stato il secolo più felice? Io non so se alcuno vi abbia scritto sopra; io so bene che niuno l’avrà ravvisata dal punto che io ho immaginato. Io parlo così, perchè, per quanto mi sembra, è difficile assai l’indovinare gli altrui pensieri. Dico dunque che se alcuno vi ha scritto sopra, non potrà avervi soddisfatto, perchè egli si sarà fermato naturalmente a esaminare lo stato delle arti e delle lettere sotto i vari capi, le guerre, i delitti de’ sudditi, e de’ re, e da tutto questo avrà ricavato come sono stati gli uomini in un dato tempo, e perciò qual de’ secoli il più felice. Tutto questo però non è la causa primaria della felicità umana. Bisognava andare fino alla sorgente avventurosa, ricoperta ormai dalle pietre, e da’ roghi degli anni. Si dovea dunque osservare qual è stato il terreno abitato dagli uomini ne’ secoli andati, l’estensione della [151] proprietà, e da questa ben verificata dedurre la maggiore, o minor felicità della nostra specie. Che non si dee già pensare che una età sia più felice di un’ altra, perchè in essa son fiorite le lettere. Questo sarebbe un errore; mentre posson le lettere, e le muse aver beato asilo in uno stato, ed esser nondimeno il più compassionevole. Si dee tirare il conto sul maggior numero, e quando questo languisce, le lettere, le armi, le arti sono un lume, che nel vasto orrore di una notte risplende, senza che liberi alcuno da’ precipizi.

Da questo principio, ognun vede dove io tenda. Io voglio ragionare alquanto sulla proprietà. Ma prima di farlo, debbo avvisare, che cosa io intenda per questo nome, sì poco comune nel mondo presente. Io voglio dunque con tal nome significare il possesso sicuro, e indipendente delle cose. Ho detto sicuro, perchè niuno può per capriccio attentarvi. Ho detto indipendente, perchè quando io ho un sì fatto possesso è così mio, che potrei anche annientarlo, quando non repugnasse alla giustizia, o che fusse dato all’uomo di annientare veramente le cose. Ecco l’idea, che io mi son formato della proprietà, cioè di tutto quello, che si ha in proprio, e che dicesi volgarmente che è nostro.

Dopo di ciò bene stabilito, ecco la mia proposizione: Gli stati non possono essere mai felici abbastanza, finchè i più non anno proprietà sulle cose. Questa massima non sarà certa per tutti. Sarà dunque necessario di provarne la certezza; onde con-[152]verrà ragionare. Il gran principio, che muove l’ uomo a qualunque azione o nobile, o vile, è il grande amore di se. Questo principio comincia a svilupparsi nell’ uomo prima che la ragione cominci a manifestarsi, e lo accompagna fino all’ ultimo respiro. Questo è un fatto tanto più certo, quanto meno osservato dalla maggior parte. Se l’ uomo adunque tanto ama se, vale a dire il suo spirito, ed il suo corpo, che è come tutte le altre cose, esteriore allo spirito stesso, ne verrà che tutte le cose, che a lui apparterranno, saranno come un’ altra parte di se. Perciò le vedremo amare, vedendole considerare, e far per esse quelle fatiche, che si farebbero per il corpo medesimo, guardata una certa proporzione. Di quì è che l’ uomo fanciullo, e l’ uomo che ragiona, piange egualmente per la morte di un canario, è desolato se un turbine scuopre il tetto della sua casa, lagrima se vede da esso spiantati gli ulivi, e le viti proprie, se una pioggia non più vista rovina i suoi campi. Egli teme finchè il turbine è per aria, si turba se sa che ha rovinato qualche parte vicina, si fa lieto se vede illese le sue vigne, le sue case, i suoi bestiami. E donde questa differenza di affetti? Dal sentire che il proprio è senza alcun male, e l’ altrui con alcuno. Dunque essendo tutto quel che ci appartiene come una seconda, o terza parte di noi, che entra nella nostra sicurezza, ne’ nostri piaceri, nel nostro alimento, se questa parte è sempre come ella esser dee, o come la vogliamo, noi siamo lieti, se altrimente, [153] siamo dolenti. Il resto, quantunque si vegga di poterlo acquistare ci è indifferente fino al momento dell’acquisto. Appena è nelle nostre mani ha subito un diritto al nostro amore, alla nostra difesa. Fin quì mi pare che sia dimostrato.

Posto dunque ciò, che a me sembra assai chiaro, io dirò questa seconda proposizione. Non possono gli stati essere felici abbastanza senza la proprietà de’ più; perchè l’agricoltura non può essere in quel fiore, in cui non l’abbiamo mai veduta, perchè le terre dello stato non saranno tutte coltivate; e non essendo così, non debbono produrre quel che potrebbero. In fatti nel gran numero de’ mercenari, che coltivano le terre, io penso che sia rarissimo quell’ uomo, il quale abbia la passione di colui che ne ha la proprietà, perchè io quì lo suppongo diligente. Anzi sarei quasi per dire essere un impossibile, che abbia la passione, il pensiero, la vigilanza un contadino, per esempio, di chi ha un proprietà assoluta sopra di un podere, non avendone egli alcuna. Quando egli pensa che il suo stare su quella tenuta è sempre incerto e vacillante, non può sicuramente conoscere quella diligenza, che il solo proprietario conosce. Sente il contadino che egli non vi ha alcun possesso; dunque appena ha raccolto quel che gli basta per fuggir la fame, resta indifferente finchè non ritorna il tempo della sementa. Di quì nasce che egli gode piuttosto del poco presente, che dell’ assai fra pochi anni. Di quì è per conseguenza che lascia perire le piante, senza darsi alcun pensie-[154]ro di riporre le perite. Non sente alcuno stimolo di far bello il suo podere, e di far sì che sia il più fertile de’ confinanti. Ne lascia alla Natura tutto il peso. Egli vuol godere del frutto presente finchè dura una pianta; quando poi il campo, o il podere è desolato, se ne va allontanando col trascurarlo affatto, ed in ultimo l’abbandona. E perchè tutto questo? Perchè egli non ha alcuna proprietà, perchè non è suo.

Dato però che ei lo coltivi quanto basti per vivere, se non ripianta gli alberi, che vanno a male, pensiamo noi che visiterà ogni angolo, ogni palmo della terra, e se ne vedrà della inculta, farà tosto ch’ ella si dissodi, e produca? Questo non pare verosimile. Dunque lascerà come lo trova in molte parti il suolo selvaggio, senza darsi altra cura. Dunque la coltivazione non perverrà mai a quell’ aumento, di cui è capace, perchè le terre da coltivarsi sono in mano di pochi. Dunque io non ho additata la vera causa del vero accrescimento dell’agricoltura, quando ho detto in altro luogo, che il lusso, e l’ ignoranza de’ signori sarà sempre la causa del non rifiorimento generale di essa. Ho detto quel che può riguardarsi come una causa secondaria, e non mai così potente per affrettare quel rifiorimento, come la proprietà del maggior numero sulle terre. Ne chiedo scusa, perchè quand’ anche i nostri signori, che anno vastissime tenute fossero al maggior segno studiosi, ed attenti alle loro campagne, nondimeno i più dello stato non [155] sarebbero mai felici quanto bastasse. E la ragiona è questa, che debbono dare la metà delle ricolte a quelli, che vi pongono le fatiche di un anno. Dunque questo gran numero di uomini dee trovarsi non tanto nella servitù, quanto nella dolorosa incertezza di esser licenziati quando men se lo pensano. Non dovrebbe certo esser così; perchè quando si chiama un lavoratore sopra di un podere, si fa tacitamente un patto di società; ma questo contratto non dura più di un anno fra noi. Dunque, sia come si voglia, l’ uomo, che non ha proprietà sulle cose, non solo è il più povero della terra, ma egli è anche obbligato di dover vivere in una certa servitù, la quale non può esser mai dolce ad alcuno. Questo non è certo l’ordine della Natura, la quale ha fatto tutto per tutti, e che rimira tutti con occhio eguale. Laonde tanto ella feconda il campo del ricco, che del men ricco, tanto uccide gli eroi, che i pastori, quando non può più conservarli, tanto ha soggettato i primi al dolore, che i secondi. Ma diciamolo in passando l’uomo superbo ha tentato di distruggere l’imparzialità della Natura con far succedere l’opinione, e il capriccio; e gli uomini poveri, ed avviliti an dovuto cambiare in omaggio l’ eguaglianza, e l’ amicizia naturale.

Veniamo ora a’ rimedi, se mai esser ve ne può. Io non negherò, che alcuno non ve ne sia; ma dirò liberamente che egli sarà molto lento, e che alcuni uomini, che ne gettano i semi, non si troveranno alla ricolta. Dunque de’ rimedi, che io vo-[156]glio proporre, alcuni si debbon ricavare dalle leggi, ed altri dal caso, e dal vizio stesso degli uomini. I primi si avranno nell’impedire che le grandi possessioni sian vincolate a segno da dover passare, dirò così, tutte in un pezzo in poche mani. Questo impedimento opererà bellissimi effetti. Le vaste tenute si divideranno ben presto in più porzioni, quanti saranno i figli. Tutti allora godranno sì della proprietà, che della libertà di farne quel che loro piace. Divise così tante sostanze, che erano in una sola massa, se sono in terre, saranno coltivate in modo senza esempio, se saranno in altri prodotti o della terra, o dell’ arte, saranno subito insieme colle terre in un circolo non più veduto. E quel che coronerà questo impedimento di passere in gran masse in una sola mano o in poche, sarà di secondare, e di eseguire i disegni della Natura, e perciò di soddisfare anche alla giustizia. I rimedi poi che si avranno dal caso saranno gli effetti stessi del lusso de’ gran possidenti. Il lusso ha questa natura di far gli uomini snervati, e timidi, e perciò più soggetti a perire. Quanti più periranno di costoro, tanto più saranno soggette le loro ricchezze ad esser divise. Un altro effetto delle grandi ricchezze è il poter soddisfare a tutte le voglie. E tra queste ve ne sono anche delle viziose. Or vizio, e rovina sono il medesimo. Cadranno dunque molti superbi colossi, sulle rovine de’ quali rinverdiranno molte famiglie quasi spente o languenti. Level 3► Exemplum► Alessandro non fece alcun testamento. O non ebbe tempo, [157] o non volle. Se non ebbe tempo, non si ha che dire; se non volle, non volle a ragione. Vide che la natura delle cose morali operava da se quel discioglimento, che egli impediva, e che cessate molte delle sue funeste virtù, tutto sarebbe ritornato nel corso comune delle cose. Così quando le leggi, il caso, o quel che è lo stesso, la natura semplice delle cose opereranno insieme, non può non avvenire che il patrimonio comune non dividasi, e suddividasi ancora in mille guise, e che lo stato degli uomini si avvicini per gradi a quel che debbe pur essere, ed alfine riprenda l’ antico suo posto della maggiore eguaglianza possibile, e della semplicità. ◀Exemplum ◀Level 3 Ma son tardi i lustri, ed i secoli. Nondimeno giova sperare che il genere umano sarà un giorno avventurato; giacchè il suo stato presente non è nell’ ordine della Natura. Le generazioni presenti regolate dalla ragione la più diritta, e dall’ esperienza raffinata, debbon fare tutti i loro sforzi per ritornare al primo ordine naturale, più che sia possibile. La ragione è dalla loro. Ella gli prega a nome del suo carattere grande, e luminoso a portare lo sguardo sulle generazioni già passate. Vedranno con gran compassione come il minor numero ha sempre posseduto la terra, le piante e gli animali. Vedranno come questi superbi invasori anno insultato alla pubblica infelicità con farsi strascicare su cocchi di trionfo. Vedranno infine come quel suol vedere il filosofo, rovesciato in guisa quest’ ordine da fare agghiacciare il san-[158]gue nelle vene; e talmente sfigurata l’ umanità dalla servitù, dall’ avvilimento, dalla indigenza, e dalla strage fattane di tempo in tempo, che senza l’ idea d’ una Divinità infinita in tutti i suoi attributi, la terra si sarebbe creduta abbandonata al furore i pochi malvagi, e creata per l’ eccidio degl’ innocenti. ◀Level 2 ◀Level 1