Citation: Luca Magnanima (Ed.): "Saggio XV.", in: Osservatore Toscano, Vol.1\15 (1779), pp. 134-150, edited in: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Ed.): The "Spectators" in the international context. Digital Edition, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.3547 [last accessed: ].


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Saggio XV.

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Sul Voltaire, e sul Rousseau

Ci sono non pochi, i quali al sentirsi lodare il Voltaire, ed il Rousseau, s’avventano, come aspidi, contra chi gli loda; ed è buona ventura se non va carico de’titoli ordinari di ateo, deista, e che so io? Adunque io che non vorrei la mala grazia di questi, chiedo loro licenza di poterne parlare alquanto, assicurandoli che i libri di questi due uomini non possono ormai più farmi alcun male; ed il parlarne seco loro un momento, e con quelli che a loro somigliano, non sarà forse del tutto infruttuoso. Ho dunque l’onore di cominciare.

Due scrittori anno divisa l’Europa dopo la metà di questo secolo glorioso, e sono stati il figlio d’un orologiaio nato a Ginevra, l’altro figlio d’un signore nato a Parigi. Appena son comparsi come autori, sono stati ambidue scacciati dalla lor patria, anno corso la terra fuggitivi, e raminghi. Il Rousseau è stato l’unico al mondo perseguitato, e quasi da ogni luogo proscritto, ed avventurato nel tempo stesso, per essere scampato dalle carceri, e da’ceppi, ed aver trovato nella povertà, e ne’suoi mali stessi un asilo. Il primo motivo di queste disavventure è stato l’aver voluto portare la riflessione ove non è dato. Il secondo l’es-[135]sere stati, riguardo a’talenti, separati dalla natura per un grandissimo tratto dagli altri uomini. Posto ciò, ci contenteremo di dire il bene, ed il male che se ne può, e, per farlo con tutta la giustizia saremo costretti quasi a scomporli, dopo di averne fatto il carattere come scrittori.

Il Voltaire è quel raro ingegno, che scrivendo tutto abbellisce di quel che tocca, che fa nascer le rose ove non erano che spine, e ginestre. Diletta il suo stile, perchè prende subito l’aria delle idee, delle passioni, e delle immagini che egli vuole. È sempre rivolto a presentare le cose dalla parte, che più incanta, senza curarsi molto di presentarle da quella, ove sono più profonde. Quindi spesso ne tratta non poche quasi per ischerzo, o perchè incapace di trattenervisi seriamente, o per natura di esse, che non lo meritano, o in ultimo per quella del suo talento che ne osserva i lati solo per dove compariscono più naturali, e men faticose. A questo fine sembra che la Natura gli apra, dirò così, i suoi tesori. Di quì è che la storia delle arti belle, quella delle piante, degli animali, e di tutti gli altri esseri gli sono presenti, onde trarne spesso le più leggiadre somiglianze. Semplice, naturale, elegante nel suo dire vi stampa subito nell’anima con forza, e con grazia i suoi concetti. Vince dunque la lentezza d’ogni uomo, che lo prende a leggere, gli communica i suoi pensieri, e gli sparge sempre di nuovi fiori la strada.

[136] Il Rousseau lascia da parte le venustà. Qualunque soggetto egli prende fra mano, lo mira tosto seriamente, ed in esso s’interna. Per quanto esser potesse leggiero, egli vorrebbe farlo ben grave. Sdegna quest’uomo di passeggiare per gli orti, e pe’giardini. Gli piacciono le selve oscure, ove regna un vasto silenzio. Quindi tutto è profondo, tutto è solitario, e cupo nelle sue massime, nelle sue cose. Pare che le abbia mirate sempre dal lato dell’ingiusto, della miseria, e mai da quello della virtù, e della delizia. In una parola ha scritto egli in un secolo pieno di cose belle, e di triste, e gli si sono sempre affacciate le triste, onde il suo stile respira appunto lo stato del suo spirito, che era quello di veder gli uomini come sono infatti, e che ci non avea il coraggio di osservare, e di riderne ancora. Ha presa dunque una strada ben diversa da quella del Voltaire, il quale se è per tutto eletto nel suo stile, questi è tinto de’paradossi, che assai volte sostiene con una eloquenza sì forte, che non invidia i tempi più liberi di Atene, e di Roma.

Varie son le materie che anno trattato, e massime il Voltaire. Questo scrittore si è voluto fermare quasi su tutte quelle che spettano al puro raziocinio; e se di queste fosse stato contento, il mondo letterario saria stato più abbellito, ed il morale più tranquillo. Ma egli ha voluto sconsigliatamente applicare la filosofia alle materie, che son sacre di lor natura, vale a dire alla rivelazione, alla fede, ed ha voluto tirarne delle conseguenze, che saran-[137]no sempre funeste per quelli, che sono anche nuovi nel pensare. Quindi è che in molti de’suoi libri trascorre sì libera l’empietà, che quelli stessi, che sentono male in religione, debbono condannarlo. Infatti che ha egli fatto la religione de’suoi padri al Voltaire? Perchè prenderla tanto di mira da volerla vilipesa, da volerla atterrata? Perchè mostrar tant’odio contra di lei, che accolse i suoi primi anni? Se egli non fosse nato in seno della Chiesa romana, sarebbe stato più da scusarsi, se avesse sostenute le massime della sua setta. Se egli scritto avesse contra di alcuni abusi, era da scusarsi ancora, benchè non appartenga a tutti la libertà di farlo. In ultimo, perchè voler distruggere una religione sì dolce, e sì mite, che insegna una morale sì pura, e sì bella, e che asciuga quel pianto, che il mondo, la varietà delle sorti, l’inganno, la nostra natura stessa ci spremono dagli occhi? Non è ella fondata sulla carità di questa vita, e sull’immortalità di un’altra? E se è così, non è ella celeste cosa? Egli è certo, come abbiam detto; e quelli solo possono dubitarne, che non sentirono mai che cosa fosse umiltà, obbedienza, rassegnazione, con tutte quelle altre virtù così chiare, e solenni, benchè semplici, che sono in se stesse tutta la morale evangelica. Chi non è mai preso dalla storia di que’Campioni, che la sostennero col sangue, dalla santità, dalla concordia, dal disprezzo delle grandezze umane, dall’amore pe’loro fratelli anche tiranni? Che cosa è ella mai la natura uma-[138]na, quando va piegando il collo sotto le scuri, quando è lacerata da’ferri, quando è viva esposta alle fiere, alle fiamme, quando corre a’tormenti casta, intrepida, invitta, innocente, e che in mezzo alle fiamme stesse, agli strazi lenti, ed atroci prega pe’suoi carnefici, e loro perdona tanti eccessi? Questo solo fatto, questo solo insegnamento è capace di umiliare la superba filosofia di tutti i tempi. E non rapirebbe a prima fronte chi non la conoscesse in tutte le sue parti? Bisogna aver dunque un tristo cuore, bisogna sentirsi una certa atrocità per odiarla, perseguitarla con la voce, con gli scritti, coll’esempio. Tale era il cuore del Voltaire.

Era assai naturale che da pertutto gli si avventassero contra molti uomini, fra’quali alcuni fossero veramente religiosi, ed altri che volessero comparire di esserlo. Era similmente naturale, che lo zelo, o apparente, o verace di molti crescendo ogni giorno più, dovessero scriversi tanti libri, anzi molti volumi enormi contra l’empietà di un uomo, tanto più pericoloso, quanto più raro nell’incanto del suo scrivere. Solo non era da approvarsi che si moltiplicassero tanto queste censure, da doversi poi copiare l’una coll’altra. Quanto meno si parlerebbe del Voltaire, come di empio ancora, se gli amici, i difensori della religione non l’avessero fatto conoscer di più; se la gioventù medesima, ardente, e curiosa non avesse voluto leggere un uomo, contra di cui ogni giorno si stam-[139]pava un libro, ed a cui qualche volta, diciamolo per onore della verità, mancava in parte la decenza? Gli apologisti della più umile religione anno scritto non poco, e spesso non è venuto lor fatto di esser moderati quanto la religione stessa vuol sempre in casi sí fatti. Anno assalito, anno lacerato l’uomo, quando doveano gettarsi contra l’autore; ed in ciò, confessiamo anche questo, anno mancato alla carità, mentre scriveano per la carità medesima. Aggiungasi poi che non sono stati, non so per qual destino, i più esercitati nella metafisica luminosa. Per questo anno molti attaccato un elegante avversario, senza rovesciarlo interamente. Altri ancora anno avuta la compassionevol follìa di voler contrapporre stile a stile, quasi lo stile, che è il frutto di una maniera singolare, di pensare, di molti, e molti studi, di una fantasia più singolare, possa imitarsi a segno da scambiarsi per quello di un altro. La bontà della loro causa gli ha fatti immaginare di posseder que’talenti, che la Natura non volle che avessero. È seguito perciò che an fatto tutta lor possa per iscrivere in uno stile, che avesse dell’incanto; ma per loro disavventura, e per quella de’leggitori, è addivenuto che an fatto sentire solamente la buona volontà che aveano, e con essa lo stento. Nondimeno an seguitato a scrivere. I nostri Nipoti però non crederanno, che de’libri scritti in quarant’anni contra il Voltaire, si potrebbe formare una libreria non piccola. Sulla riputazione di un uomo sì fatto an cercato di gua-[140]dagnare eruditi, e stampatori. I primi per opporsi all’eresìa, gli per far denaro. In Francia ci è stato un letterato, il quale facendo bene i conti con se stesso, ha pubblicata un’Opera con questo titolo: Gli errori del Voltaire. Quando s’intitolano così le opere, bisogna esser ben superiori, ed in misurarsi è ben facile un inganno. Io non saprei negar talento all’Autore, e molte cognizioni; ma non saprei affermare che egli avesse molta filosofia. Comincia il suo libro con fare un elogio del Voltaire, come di un uomo fuori dell’ordinario, e dopo di averlo esaltato per molti talenti esercitati felicemente in tante, e tante materie, passa a conchiudere che egli non ha mai detta una verità anche in fatto di storia, e fino nelle materie di gusto, in quelle cioè ov’è sovrano il Voltaire, ha fallato. Pare che questo Autore abbia voluto prendersi gioco de’suoi lettori. Innalza a prima vista il teatro di Pompeo, che va in cenere appena si vuole entrarvi. Non nego che, ove si trattiene a confutare l’empietà del Voltaire, non abbia ragione; ma quanto mai ci sarebbe da ridire in tutto il resto! Con tutto ciò un uomo solo ardisce apporre un titolo sì generale e superbo ad un’Opera scritta contra un altr’uomo? Ma quello che non piacerà in alcun modo in questi confutatori, sarà quel confondere che fanno le materie, e i talenti. Perchè il Voltaire ha così sconciamente oltraggiata la religione, ne viene senza fallo che egli è un empio. Non viene però, come stimano alcuni scrittori, che [141] sia un ignorante, che sia senza talenti; anzi è vero il contrario, anzi Iddio gli avea dato tanti talenti, che al cimento si è conosciuto che gli avea negati a molti, che doveano vendicare la religione. Ma egli ne ha usato sì male che nulla più. Non per questo vuol dire che Iddio non gli avesse fatto tal dono. Perchè fare quest’ingiuria alla Onnipotenza sapientissima con negare, o avvilire i doni, che ella comparte, sebbene male usati? Si dovea asserire da quelli, che l’anno refutato, che egli era un empio, e che nel tempo stesso avea un dono prezioso, che di rado anno gli uomini. Ed ecco quelle debite distinzioni, che dovean farsi, e non si son fatte, e che anno suscitato dipoi sempre de’nuovi contrasti. La religione, anche ingiuriata dal mal talento di un uomo, è sempre amica della verità. Perchè, mentre un uom traviato cerca di avvilirla, vogliamo noi imitarlo in parte, con dire una falsità, vale a dire con negargli i talenti, che pur ha, e che sono un dono il più grande, il più bello, che si degni fare il padre dell’universo? Se è così, quelli pure, che anno detto il Voltaire è traviato dalla religione, dunque non ha ingegno, dunque non ha il privilegio di essere un grandissimo scrittore, dovean dire piuttosto, dunque ha straordinari talenti, dunque riprendiamo i talenti, dunque si assalti colle armi della carità, che può sperarsi che egli ritorni in se. Mentre difendiamo la religione, non è permesso di offendere il raziocinio, la verità con negare che la [142] Provvidenza ha fatto quel che pure ha fatto. Con questi principj pare che si dovesse scrivere contra il Voltaire, i quali principj son ben d’accordo con quelli, che il Papa Lambertini scrisse in una celebre Costituzione premessa all’indice de’libri proibiti. Con questi principj stessi gli si sarebbero concessi molti altri talenti, fra’quali quello di gran poeta, e di grande scrittore, anzi di un uomo, che lascia in dubbio se sia più grande nella prosa, o nel verso. Così non si sarebbe alterata, o sfigurata la natura di molte altre cose, come sarebbe di rispondere al raziocinio, che dimostra colla storia, che narra, alla pura metafisica coll’autorità del tale o tal altro scrittore, alle cose che debbono sentirsi col cuore, colle sottigliezze della filosofia, a’fenomeni della natura co’principj della metafisica; errori da cui non si sono guardati molti grandi uomini, come potrei divisare, se questa fosse la vera opportunità di farlo. Or tutto questo non è egli un travisare la natura delle cose? Il celebre Clarke, uno de’più gran metafisici del secolo, dovendo dimostrare l’esistenza di Dio contra gli Ateisti, e sapendo che rigettano qualunque autorità, si protesta che gli non si servirà di altr’arme che di quella del raziocinio. Infatti non sarebbe egli ridicolo il rispondere colla rivelazione alla mano ad un sottilissimo ragionatore, che non l’ammettesse? Certo che sì; ed in questo ridicolo anno dato molti confutatori degli eretici, per non distinguere abbastanza le materie, o sia per non aver molto famigliare l’alta filosofia.

[143] Il Rousseau, se non ha cercato di declamare contro la religione, non ne ha conosciuta alcuna, che fosse la sola; errore che può aver traviati non pochi. È vero, che parla del Vangelo, come di un’opera celeste; è vero che dice essere il codice della sanità, e della morale più pura; ma tutte le Chiese, in cui è divisa l’Europa, fanno per lui. Gli basta che non tendano a sedizione, che insegnino le regole della fede, che onorino l’Essere increato con fiori, ed incensi, e più colla purità del costume, colla misericordia, colla virtù presa nel senso il più ampio, e più dego, e poi si dichiara esser quelle per ogni uomo. Ma questa indifferenza per tutte, o sia questa generale approvazione per tutte è rea. Quand’anche non fusse la Chiesa di Dio una sola, com’ella è, non pare che il Rousseau avesse dovuto approvare il gran numero delle Chiese che son separate da quell’una, e per conseguente riformatrici di quella, che è stata la prima, e la maestra. È nel vero, che son mai tante sette di religione che dividono il mondo? Son forse l’opera del Creatore? Questo non può essere, perchè l’Ente supremo è sempre conforme a se stesso; son piuttosto l’opera della libertà, delle passioni, del capriccio, il quale, anche senza ignorare che la Divinità si è spiegata di quale specie di culto vuol essere onorata, ha ardito di stabilire principj, onde onorare il Creatore, come se avesse dovuto ricavare la sua religione dal conoscere che ci è una Divinità creatrice delle cose, e questa dall’aspetto [144] di esse. Adunque se il capriccio umano, o quel che tornerebbe lo stesso, le passioni degli uomini sono state le facitrici di tante religioni, che dividono gli uomini fra loro, non è da stupire che gli effetti corrispondono esattamente alle loro cause. Quale stato men pacifico, men sicuro, ove son tante religioni fra loro diverse? Non son queste altrettante mine sempre pronte a prender fuoco, e rovinare le città, desolare le provincie? Cingete gli uomini di catene, affliggeteli, fateli schiavi, soffriranno tutto volentieri. Assaliteli per la parte della religione, eccoli resistenti, eccoli feroci, eccoli in arme pronti a dare il sangue, e la vita. Non può dunque il gran numero delle religioni, che sono nel mondo esser altro che funesto. E che sia così, non è egli già stata fatta la quistione, come regolarsi un legislatore al vedere nel suo stato due religioni contrarie fra di loro, e possenti minacciarsi l’una coll’altra, ed esser forse vicino a scoppiare un sanguinoso tumulto, una strage orribile? Una quistione sì fatta non sarebbesi mai pensata, se non si sapesse quanto gli uomini sono attaccati a’loro principj, e quanto son pronti a dare le loro vite, quando son già divenuti una passione, un partito. Qual calamità per uno stato ridotto alla trista necessità di avere in seno due religioni sì fatte, che si minacciano un esterminio! Volgiamo lo sguardo da questa immaginazione, nè ci rammentiamo que’tempi, in cui pur troppo si è veduta la uccisione di migliaia di cittadini per opposti partiti di reli-[145]gione. Lasciamo tempi sì rei, e diciamo piuttosto non esser ben fatto che si approvino tante religioni, purchè sacrifichino a un Dio di pace, che si onori la misericordia, e tutte le altre virtù; mentre non può essere che elle nel fondo del cuore non abbiano fra loro dell’odio, e per non supporne neppur l’ombra, bisognerebbe supporre anche un impossibile, che gli uomini cioè fossero sì rischiarati nello spirito da essere ormai, se non approvatori di tante false religioni, almeno senz’odio, e tolleranti di esse. Ma questo ognun vede essere un impossibile; perchè il Filosofo grande ed umano è il frutto della ragione innalzata al maggior grado di se, applicata all’universo, e massime alla cognizione dell’uomo, e solo, ed in società; ed è pure il frutto della sperienza in mille e mille cose, delle disavventure, che sempre sono state nel mondo, e del favore o breve, o raro di pochi, senza dispiacere, nè sorpresa. Ognun può sentire adunque quanto è nemica degli uomini stessi, senza esser l’opera della Divinità, la varietà delle religioni. Non posson per questo approvarsi, non tanto per la lor falsità, quanto per il pericolo degli stati; e se il Rousseau ha pensato diversamente, non ha veduto quel che può un partito numeroso, che combatte per la sua religione contra di un altro, che è già pronto a difender la sua col sangue di se, de’figli, e col ferro, e col fuoco alla mano. Il Rousseau ha dunque il torto; ed i suoi libri che tutti contengono gli stessi principj, faranno al parer mio [146] degl’indifferenti per ogni religione, de’cittadini non già. Perchè non richiamar piuttosto gli uomini all’unità della credenza? E giacchè egli riconosce il Vangelo per la guida, e per la salute unica degli uomini, perchè non ricondurli tutti sotto quel Capo santissimo, che l’ebbe già in deposito dal Figliuolo di Dio? Questo sarebbe stato, per avventura, il pensiero più sublime, che avesse mai concepito mente umana. Ma non è forse nato ancora un saggio, e coraggioso mortale, che in tempi sì disuniti nella fede, come i nostri pur sono, richiami tutti gli uomini sotto un medesimo stendardo di religione, e di vita. Questo uomo sarebbe il più benemerito della umanità; e finchè gli uomini non saranno fratelli, per conto della credenza, non lo saranno neppure per quello della natura. Saranno perciò sempre in discordia fra loro, e lo saranno occultamente, finchè una parte non sia più robusta da tentare o la conversione, o lo strazio dell’altra. Si dirà che questo nostro sembra il secolo della tolleranza. È vero, nè ardirei negarlo; ma questo solo deve intendersi di alcuni cittadini rischiarati dalla religione, e dalla scienza; poichè la moltitudine, che non ha principj, è sempre impetuosa. E quì si può assicurare che le armi in ogni governo anche non armigero, sono il gran nerbo di quelli stati, che anno in se religioni diverse.

Dalle cose dette fin quì si viene in piena cognizione, che son vivuti due Uomini, l’uno de’quali ha mirato a distruggere la religione de’cat-[147]tolici, sebbene egli cattolico, l’altro a render tutte le sette religiose indifferenti, o tutte buone, purchè insegnino, e pratichino le morali virtù. Qual male abbia fatto a se, ed a molti, l’Europa nostra n’è stata spettatrice abbastanza. L’ anno divisa co’loro principj, spiegati in una maniera sì eloquente da far compiangere un abuso sì strano della ragione, e del talento. Il Voltaire dopo di essere stato in esilio per quarant’anni fuori della Francia, dopo di esser vivuto per molti sul lago di Ginevra, potè ritornarvi in quest’anno 1778, l’ottantesimo quarto della età sua, e trovar Parigi, ove andò, diviso in due parti, l’una metterlo in cielo, l’altra cacciarlo gli abissi. Giunto in questa grandiosa Capitale, fu ricevuto nel suo palazzo dal Marchese della Vallette, suo vecchio amico. La gran sala era sempre piena di nuove persone venute a bello studio per conoscere un uomo, che avea fatto parlare tanto il mondo di se. Un nuovo genere di vita, un corpo già consumato dagli anni, e dalle fatiche del pensare, e dello scrivere, nuovi disegni scomposero di più la sua sanità. Lesse in piena assemblea una Tragedia novella, e tal lettura fece male al suo petto. Questa fu la cagione che egli non potè intervenire alla rappresentazione, che se ne fece. Nondimeno la platea di Parigi, piena quella sera, e contenta della nuova produzione, la coronò con un evviva universale, rivolta alla Nipote, giacchè non potè farlo al degno suo zio, al Voltaire. Così egli potè godere personalmente nella sua patria [148] l’ultima delle sue glorie, e nel teatro di Parigi l’ultimo de’plausi, che vi avea ricevuto sessant’anni innanzi nella rappresentazione dell’Edipo. Dopo di ciò, aspirando anche ad altra gloria, volea riformare il Dizionario francese, e già ne avea divise le lettere a molti scrittori. Egli si applicò un poco troppo, e fece uso a dismisura di caffè, per esser sempre desto, e vivace. Questo gli assalì talmente i nervi, che non potendo quasi più riposare, fu contenta la medicina di ordinargli un oppiato leggiero. Ma egli anche di questo rimedio bevuta tutta la dose in un tempo, e vinto da un profondo letargo, finì i suoi giorni. Finchè egli non fu morto, il suo nome, i suoi talenti, le sue opere, la sua empietà, erano il soggetto de’discorsi comuni. Parea che d’altro non si sapesse parlare; e quì può dirsi, che l’ambizione smisurata d’un mortale non sembra che potesse bramare di più. Quello però che dee stimarsi più d’ogn’altra cosa, si è che l’Accademia francese andò in corpo a visitarlo, onore non compartito ad alcuno, e che l’Accademia non avrà occasione di rinnovare troppo spesso in avvenire.

L’Accademia medesima ha voluto onorarlo anche dopo la morte, perchè radunatasi il 25 agosto di quest’anno 1778, ha proposto da comporsi un’Opera in versi in lode del Voltaire. Ed essendo il premio di lire 500 per la migliore, ci è stato un Filosofo de’maggiori dell’età nostra, il quale vi ha aggiunto lire 600 del proprio. Questi è l’illustre [149] d’Alembert. Basta il suo nome per dir molto. Egli pure fece esporre il busto del Voltaire nella stessa Accademia quel giorno medesimo, e ad essa ne fè dono. Questo è opera dello scultore Houdon. Così ha saputo un Filosofo solo, indipendente, senza maneggio, come pure senza il favore de’grandi, dare un esempio d’antica virtù con premiare lo spirito, e mettere la posterità su quella linea, che divide il Voltaire pe’suoi talenti dal maggior numero degli uomini del suo tempo, onde meglio giudicarne. Ma il celebre d’Alembert troverà egli dopo la sua morte chi cuopra le sue ceneri con tant’onore? Potrebbe dubitarsene. Le sue Opere nondimeno saranno il suo elogio, e la sua statua, come la laudazione di Raffaello alla sua morte fu l’esporre intorno al feretro il solo quadro della trasfigurazione.

Il Rousseau, che menò sempre una vita solitaria, nemica delle ricchezze, lontano dal fasto, ed il primo al mondo, che abbia scritto contro lettere, e quegli, che le abbia coltivate il più, è morto con minore strepito, anzi con niuno di una colica violenta nel settantesimo anno dell’età sua. Il primo ha lasciato delle ricchezze, il secondo neppur tanto da esser sepolto; giacchè è uso antichissimo il dover dare qualche piccola porzione di quel che si lascia a coloro, che dovranno coprirci di terra, e pagare anche terra stessa. Lascio di fare il carattere morale di questi due uomini, perchè io non gli ho conosciuti, onde poter dire la ve-[150]rità. Oltre di che io non ho preso a considerarli come cittadini, ma come filosofi, e scrittori, quantunque il filosofo, e lo scrittore debbano aver sempre innanzi, che il titolo migliore è quello di cittadini. Quì dunque dovea arrestarsi la mia penna. ◀Level 2 ◀Level 1