Citation: Luca Magnanima (Ed.): "Saggio XII.", in: Osservatore Toscano, Vol.1\12 (1779), pp. 92-99, edited in: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Ed.): The "Spectators" in the international context. Digital Edition, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.3544 [last accessed: ].


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Saggio XII.

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Delle pendici del Montenero di Livorno

La campagna, o la villa ha sempre allettato gli uomini a respirarne l’aria, e i diletti. Io non saprei onde ciò possa derivare. Sarebb’ egli forse che il soggiorno della città numerosa, e ristretta non fosse molto naturale? Sarebbe forse la città un soggiorno forzato, ove gli uomini si son ritirati da principio per far fronte a’ loro fratelli in arme? Se mai una di queste cause è falsa, non è da dubitarsi che il bello della villa che fiorisce per tutto, è il bello dell’uomo, è il suo piacere, è il suo respiro salubre, è la sua libertà. Or questo bello è la Natura stessa, la quale meglio non si conosce che nella campagna solitaria ed aperta. Non è dunque da stupire che il campo o la villa sia sempre la delizia e la passione de’ più.

Questa passione medesima è cresciuta da qualche anno in Livorno. Tutto il suo territorio campestre è abitato, ed in modo particolare dalla parte meridionale, ove è posto il Montenero. Le pen-[93]dici di esso son gremite di ville piccole e grandi, e ad osservarlo da qualche parte elevata è una vista dilettevole.

La prima causa veramente di questa quasi popolazione, è un Santuario sulla sua cima in onore di Maria Vergine, la quale perciò è detta di Montenero. Si cominciò fin dalla fabbrica di esso a diboscare nelle vicinanze, ed in meno di un secolo quasi tutte le pendici ne son coltivate, ed abbellite da molte case. In oggi poi è talmente cresciuto il gusto della villeggiatura, e massime in questa parte, che tutti ne cercano l’aria, come la più dolce cosa del mondo. Lascerò che altri descriva quel santuario, opera de’ Livornesi, il quale al presente è terminato nella maniera più elegante, sì per marmi, che per pittura. Metatextuality► Io solo descriverò alcuna cosa che riguardi la storia naturale. ◀Metatextuality

La pietra adunque di questo monte che profonda le sue radici in mare, da cui è poco discosto, è di quella specie, che da noi dicesi gabbro. Ella è simile per tutte le parti di esso monte, ed è pietra che sfalda, pietra che ha una certa durezza, ma che si rompe facilmente. Io l’ho osservata anche ultimamente in più luoghi. Di questo sasso si servono a far qualche muro a secco, servendosi ordinariamente del tufo per le fabbriche, che si cava nelle vicinanze di Livorno dalle parte orientale. E s’impiega questo solamente, perchè fa una maggior presa colla calcina, e perchè non aggrava punto le muraglie. Io non so che si servano del Gabbro per [94] altro, ove in qualche parte occorra di scavarne. La terra poi del Montenero è per lo più assai grossolana, ove nericcia, ed ove rossigna. Ella non è in se stessa molto fertile, perchè arenacea; onde senza molti, e molti concimi, e senza l’ultima diligenza produce scarsissime biade. Fra queste la prima che vi si semina, è quella del grano, il quale se non è del maggior peso, egli è di ottima qualità, sebbene la sua farina sia scuretta, come è quella del grano, che si semina nella pianura. Non cresce mai a quell’altezza, a cui si vede crescere nel piano di Pisa, perchè non è possibile di concimare le terre in un modo il più abbondevole, e la ragione è anche questa che mancano bestiami, comunque sia la causa di ciò. E si sa che senza bestiame i campi, la terra cioè di gran lunga è men fertile di quel che esser potrebbe. Oltre di ciò si sa pure che le acque piovane portan seco il migliore della terra, quella terra dico che è l’unica per la fertilità, a causa dell’esser ella soffice, e capace perciò di lasciar vagare ove vogliono le tenere radici delle piante, per succiare gli umori che vi sono.

Fralle piante arboree, gli ulivi provano assai bene nelle pendici di questo monte. Io ho visitato i luoghi, ove ne sono delle belle piantate. Son questi la tenuta di Monterotondo del Conte Paolo Sceriman, ed un podere del Dottor Antonio Rusca. Vengono in questa parte rigogliosi, e meglio vi provano se vi sono piantati assai piccoli, o come gli chiamano uovoli. Io vi ho osservati anche de’ [95] piantoni posti di fresco, i quali non mostrano di voler venire col rigoglio degli uovoli. Questi dunque vi fanno ottima prova, e se son piantati in parte meno esposta al furore del libeccio, non si può veder cosa più bella. Infatti ne ha un pezzo il Conte Sceriman detto le brescie, che riman difeso da un risalto di terra, che non è suo, da vedersi dagl’intelligenti. Tutti gli ulivi che vi sono pare che sieno fratelli, tanto son vigorosi, pieni di frasca, e ritondi. Son questi di uovoli sicuramente; mentre il piantone non ha tanti grossi rami, come questi, quasimente dal piede; perchè suol questo essere sfrondato affatto quando si pianta, e suol gettare le nuove frondi verso la cima. Altri ne ho osservato piantati ove si semina il grano, i quali benchè belle piante, sono assai sparuti per esser dominati dal libeccio. Molti anche di quelli del Sig. Rusca son belli assai, ed un fondo specialmente ne ha de’ superbi. Io mi rallegrai in vedere come in questa parte fa tanta prova l’ulivo. L’olio nondimeno mi fu detto non esser da paragonarsi a quello di Calci, per esser grassetto anzi che no.

La coltivazione, che vi si fa di questa pianta, non è certo così scrupolosa come si fa in Calci. Non soffre neppure il taglio molto spesso, per essere in queste pendici pianta moderna, nè stata mai un oggetto di coltivazione, come comincia ad esser ora. Anzi senza il beneficio del terreno, non sarebbe venuta così bella, perchè ne’ primi anni che vi fu piantata, non se ne fece quel conto che me-[96]ritava. Si dovette pensarvi allora che si vide caricarsi di ulive. Infatti quegli che il primo piantò un buon numero di ulivi fu il Conte David Sceriman, il quale fece diboscare la maggior parte del territorio di Monterotondo, e ridurre a coltura. Dovea venire un Persiano, come egli era, e piantarvi una villa con molti ulivi. Non dico che prima del suo tempo non ne fossero nel territorio livornese; ve n’erano, ma senza oggetto. Sicchè si può dire che da trent’anni in qua si vegga venir su rigoglioso e fresco l’ulivo, ove non era se non che bassa macchia di cerri.

Nel terreno di questo monte si vede anche un gran numero di viti, le quali danno un vino che sebbene ha del salmastro, è nondimeno riputato assai. Riguardo alla piante de’ frutti, dirò che non vi reggono, se non sian queste difese con attenzione da mura, ed alte ancora di qualche giardino. I venti libecci devasterebbero tutto, e metterebbero a dir così tutto in fiamme. Nonostante vengono bene, difesi che siano, gli albicocchi, i susini; ed i limoni non mi pare che vi facciano una gran mostra. Pochi ve ne sono, per la ragione che queste piante vogliono esser ben custodite, e ciò non può farsi senza la perizia di un giardiniere. Ma gli altri frutti che vi sono, specialmente gli albicocchi, danno un frutto grosso, e del maggior sapore. Bisogna dunque dire che anche sotto climi men benigni, ed in terreni non grassi per natura, tutto si ottiene con que’ due gran segreti dell’arte, diligenza e denaro.

E quì non voglio lasciar di dire che in passeggiando per la villa dell’ mio amicissimo sig. Rusca, vidi alcune piante di aloè, e di opunzia massima, poste, chi lo crederebbe? lungo la ripa di un botro, per farla, io mi penso, men soggetta a franarsi. Mi ricordo di aver osservato l’aloe molto sano e verdeggiante quasi in suo terreno. L’opunzia che suole alzarsi a mediocre altezza di alberetto, la vidi carica di frutti rotondi, e bislunghi ripieni al di dentro di una certa materia giallastra, densa, e dolce al gusto. Io l’avea già imparata a conoscere nel primo Lazzeretto, alcuni anni sono, ove vegetava in alcun luogo, più per far siepe che per altro. Alcuni mangiano di que’ frutti, che trovano gustosi, e chiamano fichi d’india.

Del resto il Montenero è al presente un luogo delizioso, ed ameno per le villeggiature. Pianta, come ho detto, le sue radici in mare, ove finisce. Qui nasce in piccola quantità il Corallo. Ogni anno se ne fa la pesca da alcuni, ma si riduce a poche libbre. La qualità è ottima, sebben assai minuta. Il colore è acceso, come dicono quelli dell’ arte, è arcispuma. Il prezzo dunque si riduce per ordinario a lire ventitrè fiorentine la libbra, o poco più, se a sorte ve n’ha qualche ramo di maggior grossezza dell’ordinaria. Ho detto che nasce il corallo in questa parte di mare, senza però voler impegnarmi a decidere, se egli sia pianta, o lavoro d’insetti. Sono veramente un poco duretto a creder quest’ultimo, comecchè il Buffon, quel gran [98] naturalista del secolo, pensi che sia così. Egli afferma che si dee questa scoperta al signor Payssonel, la quale fu da principio accolta con una specie di sdegno da’ naturalisti. Non rapporta esperienze, ma solo dice che queste pretese piante del corallo, altro non sono che alveari, o piuttosto piccoli nicchi d’animaletti, simili a pesci delle conchiglie, in quanto formano come questi una sostanza pietrosa, ove soggiornano.

In somma questo bel monte, queste sue coltivate pendici sono il Fiesole de’ Livornesi. Ivi si gode aria purissima, e salubre quanto mai esser può. Quando non soffiano libecci, che non sono poi tanto frequenti da disturbare l’amenità de’ mesi più verdi, il passeggiare, lo starsi massime sul mattino, e sulla sera, è cosa la più sicura, e la più deliziosa. Non potrebbe descriversi quanto sia più libero, più sano il respiro. Come vi sono ad ora ad ora delle parti selvagge, specialmente dalla parte che riguarda il mare, così non può dirsi quanto sia sana ad inspirarsi quell’aria, la quale è carica della esalazione di molte piante balsamiche, che ivi nascono confusamente. Io per me ho fatta questa utile osservazione. Mi son sentito ristorare, quanto più mi sono avvicinato alla cima del monte, ed ho fatto osservare questo mutamento di aria a qualche amico, che mi era compagno. Non può dunque negarsi che questa non sia una bella parte del territorio Livornese, e che a ragione molti si vadano godendo questo salubre soggiorno. La sanità, il gran capi-[99]tale di tutti i nostri giorni felici, merita di esser osservata più di tutto. Un certo passatempo, un oblio di quasi tutti gli affari è necessario a chi vive in una città piccola, e data al mercanteggio. Or non può il Livornese meglio ristorarsi che su questo monte, e nelle sue pendici. Terminerò con dire che se è sì proprio per la sanità, e per la delizia, è anche molto acconcio pe’ naturalisti, e segnatamente pe’ botanici. Si può vedere presso l’illustre Targioni la lista di que’ grandi Uomini, che vi furono ad erbolare. Io aggiungerò solamente che oltre a Pietro Micheli, che più volte lo visitò, fu cognito a’ nostri Tiberio Scali, e Diacinto Cestoni, nomi quasi ignoti in Livorno, e nondimeno gloriosi per questa città. Questi rari uomini, forse sconosciuti, anche quando viveano, a’ più, trovarono i lor diletti, e i lor vantaggi ad osservarne le parti; e noi avremmo forse la storia delle loro fatiche, e delle loro osservazioni, se avessero avuto qualche degno seguace, o se quelle pietre, e quelle piante, a cui si fermarono, potessero dirci alcuna cosa. Ma questo non può essere. Contentiamoci dunque di sapere che il Cittadino, e il Naturalista trovano egualmente il lor conto, quegli a soggiornare sul Montenero, questi a ricercarne le piante, e farne tesoro. ◀Level 2 ◀Level 1