Zitiervorschlag: Luca Magnanima (Hrsg.): "Saggio III.", in: Osservatore Toscano, Vol.1\03 (1779), S. 17-23, ediert in: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Hrsg.): Die "Spectators" im internationalen Kontext. Digitale Edition, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.3535 [aufgerufen am: ].


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Saggio III.

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Stato presente dell’Agricoltura toscana

L’Agricoltura era decaduta dall’antico lustro fra noi. Non era più la passione, e il diletto della maggior parte. Era quasi tutta abbandonata in se. Bisognava che un Monaco nella stessa sua oscurità pensasse a richiamare in vita uno studio, il più utile fra quanti mai ve ne sono, e ne istituisse un’Accademia. Questa che ebbe il suo principio nel 1753, è stata quasi senza nome fino all’arrivo del nostro Padre, e Signore1 , vale a dire della libertà. Non potea fiorire gran fatto, non poteano le sue speculazioni applicarsi alla terra, perchè per tutto legami e servitù; e perciò non potea accrescere il bene universale, com’ella si era proposta. La Natura dunque abbandonata quasi a se dovea fare il tutto. Ma chi non sa quanti ostacoli ha ella talora nella produzione, e nello sviluppo de’ suoi germi? Chi sa come operi la vegetazione, ove sia più bella e più feconda, non penerà molto ad asserire che la Natura ha spesso bisogno de’ nostri aiuti.

Or questi eran quelli che mancavano. È vero che ad onta delle traversie ci siamo sostenuti; ma questo prova più la bontà generale delle nostre terre che la nostra intelligenza, e la nostra pertinacia [18] nel coltivarle. Son dunque venuti una volta questi aiuti. Ma veramente d’onde son eglino mai comparsi? Eran forse un mistero? Eran forse ristretti in mano di pochi? Dovean esser opera di anni, e di anni? Nulla di questo. Dovean esser affatto ignoti fino al momento di veder nascere la libertà. Questa è nata, questa è comparsa, si è dilatata, gli aiuti l’anno seguita, e l’agricoltura è tornata a fiorire. In meno di dieci anni ha fatto tanto avanzamento, che aumenta le nostre speranze su di maggiori progressi.

Ora è avvenuto quel che dovea avvenire. Gli uomini lasciati liberi a far quel che vogliono delle loro raccolte, le anno vendute a chi più le pagava loro; e tanto più le anno vendute, quanto maggiori sono stati i compratori, vale a dire i bisogni o vicini, o lontani. Anno poi avuto il vantaggio di esser preferiti, perchè quel che nasce, e stagiona sotto del nostro cielo ha dalla Natura qualche privilegio, che molti paesi non anno. Così in possesso di questi vantaggi anno pensato a ristorarsi della passata povertà, anno riguardato con maggiore affetto le loro tenute, anno cominciato a speculare per ricavarne il maggior frutto possibile, an dovuto pensare alla natura de’ terreni, a rivoltarli di più, a difenderli dalle acque, dagli animali, dagli uomini, a dilatare le coltivazioni più utili, ad osservarle maggiormente, a non lasciare un palmo di terra senza frutto. Quindi è nata la necessità di rimettere in piedi gli matematici, che [19] riguardano le misure della terra, i regolamenti delle acque, che prima di questo tempo non si coltivavano con egual calore. Non dirò nulla della Fisica in generale, perchè questa scienza si è studiata sempre in Italia, dopo le belle prove che ne diede la morta Accademia del Cimento. Ora poi ad altro non mirasi che a studiarne, ed a perfezionarne quelle parti, che riguardano più da vicino la sussistenza, i comodi, i piaceri della nostra vita. Il resto non si cura gran fatto. Ingiustamente però, mentre chi considera le arti e le scienze da un sol punto, le vede tutte generalmente per qualche riguardo congiunte insieme. Che ha che fare, per cagion d’esempio, la medicina col disegno? Eppure chi non sa che la botanica, notomia, ne son parti, che il gran medico non può ignorare? Or tutte queste, e molte altre ancora anno bisogno del disegno. Quanto meglio s’imprime in noi la storia di una pianta, di qualche parte del corpo umano, se dopo di averla ben osservata, siam capaci di disegnarne i contorni? Adunque in questa passione universale per scienze naturali è ingiusto che si lascino addietro gli altri studi; che se non fanno l’interesse di tutti, ne formano la delizia. È vero, stimerò anch’io più la veduta di una bella spiga di grano, o una quantità di belle spighe nate dal ceppo medesimo, che la spiegazione di una medaglia di Alessandro; ma io non saprò mai disprezzare tutte quelle cognizioni che rischiareranno la storia particolare di un paese, o di un [20] grand’uomo. Infatti cosa importa, dirà taluno, la storia di un malvagio illustre, di uno che fatto de’ gran mali nel mondo con pochissimi beni? Importa assai, risponderò io. Perchè se siamo ormai dopo tanti secoli di generazioni umane in disperazione di veder gli eroi che fatti arbitri delle cose altro non abbiano in mira che la virtù, o sia il maggior bene degli uomini, dobbiamo attendere anche quelli che anno delle grandi virtù, e de’ vizi maggiori, per adorar quelle perchè non comuni, o per fuggir questi perchè troppo funesti. Or Alessandro è un di questi che ebbe gran vizi, il primo de’ quali fu la crudeltà. Fece rovinare Tebe, e volle la morte di Clito. Ma il pensare che questo conquistatore amò le lettere, protesse i filosofi, fu amico delle arti, fu gran politico, gran soldato, gran benefattore rende meno terribile la memoria delle sue crudeltà. Certo che il furore della conquista ha seco delle mortali conseguenze; ma noi non lo scusiamo in Alessandro, nè in alcun altro. Son queste le ombre troppo forti, che vanno cuoprire le arie così belle, così espressive delle sue virtù. Noi vorremmo men fiere quelle ombre. Con tutto questo noi non possiamo formare gli eroi come dovrebbero essere appunto. Non è poco per la nostra natura che uomini sì fatti non siansi scordati affatto di noi, e dello stato, in cui ci an ridotti, quando la forza libera e furibonda prevalse a tutte le idee di compassione, e a tutti i moti del cuore.

[21] È dunque vero che non istà bene che si trascurino, e si disprezzino ancora quelle arti che son fatte o per insegnare a conoscer gli uomini o per incantarli. Siamo sul retto cammino delle scienze naturali. Esperienze, raziocinio. Dobbiamo continuarle, e sempre in vista de’ nostri vantaggi. Cosa è mai nel mondo l’umanità senza l’efficacia e la sicurezza di questi? Lasci lasci l’Italia il furore delle controversie. Tutti i nostri campioni ci dicono che i nemici della religione non sanno far altro che presentare con eloquenza gli antichi sofismi. Questi son refutati in mille e mille libri. Non se ne scrivan di più; giacchè per refutarli bisognerà copiare i passati. Si lascino in pace le nere ombre di coloro che seminarono empietà, nè si degnin di risposta quelli che ardiscono di ripeterci Epicuro e Spinosa. In quanti libri non si legge il nome del Bayle come empio. A quest’ora le sue massime irreligiose sarebbero nell’oblio. Per cento confutatori vale sempre più che quel che fa la Natura da se stessa, che investe, uccide, e cancella quel che non ha se non un misero bagliore di vero.

La nostra Toscana è stata sobria su di ciò. Ora molti Ecclesiastici, dopo i doveri del proprio stato, danno qualche tempo alle arti di pace, e l’agricoltura è la lor passione. Un erudito qui ricorrerebbe a’ pittori delle antiche memorie, e guarnirebbe le pagine di citazioni per provare che fanno bene, quasi il lume sacrosanto della ragione non [22] bastasse. Io poi non voglio citare, ma pensare; me ne son protestato, perchè quand’ anche volessi non potrei farlo; che nel mentre che io cerco e ricerco un’erudizione che a poco varrà, sento che i pensieri mi vengono, e se ne volano senza sapere più altro. Ma se la passione di coltivare, e di studiare come si coltiva, ha vinto molti Ecclesiastici, è da sapere che molti altri indifferenti ne seguiranno l’esempio. Gran cambiamento è questo in Toscana. Si pensa poco più ad altre cose; perchè se ne gusta il frutto; intanto si studiano molte scienze, perchè queste tendono a perfezionare l’agricoltura. In una parola ognuno mira a farsi ricco con ingrandire le coltivazioni. Quindi ogni giorno si va speculando sulla natura del terreno, su quella degli animali, di molti semi, e di molte piante, e a diradare anche l’ignoranza comune de’ contadini. Di più si pensa ancora a dissodare molte terre state inutili da gran tempo, ed a piantare quel che vi può fare più bella prova. Noi veggiamo in conseguenza di questo ardore per la rustica filosofia, per la speranza di un maggior guadagno, assai più accresciute le coltivazioni del grano, degli ulivi, delle viti, ed ora anche de’ gelsi, non lasciandosi suolo senza piante, ove possan venire. Questo accrescimento non va poi senza un miglioramento sì delle nostre terre, che delle regole praticate. Tutto tende similmente al risparmio ed al computo; e senza di questo bene esatto, nulla si eseguisce d’importanza. La Toscana adunque è in un [23] moto costante; moto benefico, moto regolato dal senno, e dalla natura stessa delle cose. Tutto questo si è veduto nel breve giro di pochi anni. Egli è vero che la Toscana superiore, comprese le maremme, non è anche nel suo fiore; ma ella si avanza a gran passi questa bella parte del nostro paese alla fertilità. Non può certo paragonarsi alla Toscana inferiore, come di questa il territorio pisano è bene al di sotto del fiorentino. Ma noi avremo luogo di parlare delle maremme su cui anche scritto due valenti soggetti, il Bertolini giureconsulto, ed il Ximenes geometra, ed ognuno secondo lor professione. La disputa è degna del nostro tempo. Se poi meritasse qualche grosso volume, si vedrà; giacchè dobbiam farla in oggi con de’ filosofi che anno il talento di pensare, e quello non men bello, nè men prezioso di scrivere. Noi contentiamoci di aver accennato quel che era la nostra Toscana prima di questo decennio; quel che si può sperare che sarà nel tempo avvenire; e terminiamo con augurare nel bel mezzo della Capitale una statua a quell’Eroe che ci governa con questa iscrizione: Al Principe Filosofo Ristauratore della Toscana. ◀Ebene 2 ◀Ebene 1

1 . . . . .rexque paterque Oraz. Epist. VII. lib. I.