Zitiervorschlag: Giovanni Ferri di S. Costante (Hrsg.): "La biblioteca", in: Lo Spettatore italiano, Vol.3\92 (1822), S. 424-429, ediert in: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Hrsg.): Die "Spectators" im internationalen Kontext. Digitale Edition, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.864 [aufgerufen am: ].


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La biblioteca

Zitat/Motto► En Égypte on appeloit les bibliothèques: le Trésor
des remèdes de l’ame. Elle s’y guérissoit de l’igno-
rance, la plus dangereuse de ses maladies, et la
source de toutes les autres

(Bossuet).

In Egitto le biblioteche si appellavano: il Tesoro de’
rimedi dell’anima. Perciocchè ella vi guarisce dal-
l’ignoranza, la più perigliosa di tutte le infermità,
e fonte di tutte le altre. ◀Zitat/Motto

Ebene 2► Ebene 3► Dialog► Me n’andava un giorno col giovinetto Elmone a vedere la biblioteca d’E . . . . fidata ad Aristo, che accoppia al conoscimento de’titoli e delle edizioni quello del merito de’libri e del loro uso migliore. Entrati appena, mi disse Elmone: Quante cose che non m’abbisognano! potrebbe sclamare con Socrate, chi visita una biblioteca. Per chi difatti cerca la vera dottrina, pochi libri vi sono. Qual esser puote l’utilità di questi enormi volumi in folio? Le opere prodotte dalla ragione e dall’ingegno son poche ad occupare un luogo sì vasto. Leggiamone la nota. Filosofia. Ecco le opere di Alberto il Grande, di Giovanni Scoto, e degli altri famosi scolastici. Che rimane di questi pseudofilosofi, di cui si durò tanta fatica a dissipare la scienza tenebrosa? Lo stesso può dirsi delle opere fisiche e metafisiche: tutto n’è errore, fino ai tempi di Galileo e di Locke. Giurisprudenza. Questa parte non è meno numerosa: quante leggi e quanti commenti sulle leggi, e [425] non un sol codice atto a formare la felicità degli uomini! La maggior parte de’legislatori e de’loro interpreti parla per enimma, come la Sfinge descrittaci dagli antichi, e travaglia chi ha la sventura di non gl’intendere. Percorrete gli altri scaffali; essi non racchiudono libri migliori. Per vero, se qualche nuovo Omar riducesse in cenere questo ammasso di assurdi e di errori, non converrebbe dolersi di questa perdita. No, non fa duopo d’una vasta biblioteca per conservare i libri veramente utili.

Senza dubbio, rispose Aristo, accade dei buoni libri, come de’veri amici: basterebbe una assai picciola casa per ben locarli. Ma non si deve perciò negare la grande utilità delle biblioteche. Sarebbe primieramente errore il pretendere che i libri classici, i capi d’opera in ogni genere soli meritassero di essere conservati; imperciocchè avvene infiniti d’un merito inferiore che rinchiudono parti eccellenti. Una biblioteca ci offre la storia dei progressi dello spirito umano; ed ove altro non facesse che conservare i libri come monumenti, sarebbe d’una grande utilità. Se si vuol conservare, riprese Elmone, questa quantità innumerevole di libri che vengono alla luce tutto il giorno, si avran col tempo biblioteche vaste come città. E qual bibliotecario avrà allora una sì felice memoria da fidarle quell’immenso catalogo? Si potrà riparare a questo disordine, disse Aristo, col formare una biblioteca per ogni ramo di letteratura. È inevitabile la moltiplicità de’libri; e per quanti inconvenienti le si possa apporre, essa è utile e necessaria.

[426] Elmone

A me sembra che sia de’libri, come della luce: la troppo grande quantità non rischiara, ma abbarbaglia, accieca e nuoce più che non giova. Si è osservato che una società corrotta ha moltissime leggi: e credo essere così vero, che un popolo ignorante ha moltissimi libri.

Aristo

Può esser dannoso il far uso di un troppo grande numero di volumi; ma la loro moltiplicità non è meno utile alle scienze, alle lettere ed ai costumi: la verità si trova cogli esami, colle dispute, coi paragoni, e a principio facilmente sembra informe. I libri degli autori sono come tanti crogiuoli, ove essa depurasi, e d’onde alfine si vede uscire con quello splendore che le procaccia il suffragio di tutti. Se un savio de’primi giunge con un sol volo fino alla cima disastrosa dell’ignudo monte dalle scienze abitato, di quale utilità sarà egli per gli altri uomini, se altri scrittori non ci rendono famigliari le invenzioni di lui, e non le adattano allo intendimento di meno nobili ingegni? Una sola opera quindi diviene madre di molte altre che non ne sono men utili; poichè i discepoli ci aiutano a salire a grado a grado fino ai maestri.

Non meno utile è alle lettere la moltiplicità dei libri. Quanto più è difficile di venire eccellente in qualche sorta di studi, tanto più è necessario che molti vi si esercitino. Se fra cento scrittori appena ve n’ha due che avanzino i comuni, che sarebbe se la carriera de’begli ingegni non fosse aperta che a picciol [427] numero? D’altronde non si diviene d’improvviso eccellente scrittore; d’uopo è aver fatte molte opere imperfette prima di produrne una che meriti l’approvazione del pubblico. Quantunque grande sia il numero degli scritti che a lui si porgono, egli sa apprezzarli, e non si ha punto a temere che si lasci soverchiare dalla loro moltiplicità.

Se, come non se ne può dubitare, è giovevole ai costumi l’amore della lettura e dello studio, bisogna convenire che la moltiplicità de’libri è loro del pari giovevole; poichè questo amore non sarebbe nè così vivo, nè così durevole, senza una successione costante de’libri nuovi. L’esperienza prova che poche opere piacciono, quanto quelle degli autori contemporanei, che sono adattate ai tempi, ai costumi, alle circostanze. A torto dunque si dice, per iscoraggiare gli scrittori, che di libri si ha copia bastante. Niuno è obbligato a leggere ciò ch’ei non tiene in pregio. Si può considerare una biblioteca come una città moltissimo popolata: saria di noia, ed ancor di danno l’avere a fare con tutti; onde ciascuno si elegge le persone che gli convengono; si penta di se stesso colui che preferisce il conversar co’malvagi. Nel terminare questa apologia de’libri, Aristo ci condusse nella sala de’manoscritti, di cui numerosa era la collezione. Sarebbe da desiderarsi, disse Elmone, che invece di conservare queste pergamene, e d’intertenersi a disputare sulla lor data, si rendesse ragione al pubblico del lor valore reale. Poichè cosa giova [428] venerare con una specie di culto religioso alcuni manoscritti stimati solo perchè sono antichi, rari, unici? Si debbe solo stimare quello ch’è utile: una cosa da nulla, rara o antica, è sempre cosa da nulla, nè deve pigliar l’attenzione d’un uom che pensa. Così se codesti manoscritti contengono fatti pregevoli ed ignoti, nuove e gravi considerazioni, il nasconderli è un rubare al pubblico, è un ritardare i progressi dell’opere umane e delle scienze verso la perfezione. Se, secondo ch’è proprio di quasi tutti gli antichi manoscritti, non vi si racchiudono che vaneggiamenti, che barlumi sopra oggetti rischiarati poi pienamente, vadano in oblio ed in preda alle fiamme. Con questo coraggio si potrà giungere a ripulire il campo delle scienze tanto finora ingombrato da antiche e moderne macerie. Io salverei da questa proscrizione, disse il bibliotecario, le copie degli antichi autori, gli autografi, le memorie istoriche, e tutti i manoscritti che si possono, come i libri, serbare, quai monumenti.

Eravamo per prender commiato da Aristo, quando drittosi ad Elmone, egli disse: Mi sembrate poco persuaso della utilità delle biblioteche. Possono esse, rispose Elmone, servire almeno a renderci modesti. La vanità della gloria in niun luogo, tranne i cemeteri, meglio che nelle biblioteche rinviensi. Quanti scrittori che facevano l’ammirazione del loro secolo, e di cui i nomi ripetonsi ne’libri dei loro contemporanei, sono ignoti al presente! Le loro opere sepolte in qualche angolo di biblioteca fanno fede della vanità della gloria e della caducità delle cose umane.

[429] Uscendo di quella ricca biblioteca, Elmone mi domandò, se il posserore coltivava le lettere e le scienze. Egli non saprebbe, gli risposi, fare alcun uso de’suoi libri per se medesimo, ma ne fa parte altrui con piacere e senza riserva: Si può, riprese Elmone, in grazia di questo uso liberale perdonargli il farnetico d’aver libri. Questa passione quando da un ingegno istrutto non è governata, è una delle più ridevoli. Quanti bibliomani si reputano dotti perchè hanno molti libri! È lecito paragonarli a quel Greco che, secondo il racconto di Luciano, comprò la lira d’Orfeo, credendo ch’ella mettesse fuori la più dolce armonia, senza bisogno di alcuna perizia in chi ne tentasse le corde. ◀Dialog ◀Ebene 3 ◀Ebene 2 ◀Ebene 1