Zitiervorschlag: Giovanni Ferri di S. Costante (Hrsg.): "La critica", in: Lo Spettatore italiano, Vol.3\90 (1822), S. 406-414, ediert in: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Hrsg.): Die "Spectators" im internationalen Kontext. Digitale Edition, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.862 [aufgerufen am: ].


Ebene 1►

La critica

Zitat/Motto► Nos et refellere sine pertinacia, et refelli sine iracun-

dia parati sumus

(Cicer.).

Noi siamo apparecchiati e a ripigliare senza ostinazione,
e ad essere senza iracondia ripigliati. ◀Zitat/Motto

Ebene 2► “Facile è la critica” si dice comunemente. Io nol niegherò, se mi si conceda che sia cosa facile esser fornito d’ingegno, di gusto, di discernimento, di buon giudizio e di vasto sapere. Ma come è nato questo stravagante proverbio? E come mai viene così sovente ripetuto? Difficile è l’arte del criticare, e può dirsi che sia la più difficile di tutte le arti, se si considera che non ve n’è stata altra alla quale gli uomini abbiano con più studio rivolto l’animo, e dove nondimeno più scarso siasi il numero dei grandi maestri.

“Ma la critica, mi si ridice, è un’arte inutile: essa non ha fatto mai nascere un buon libro, e ad altro non serve che a impedire i voli del genio.” Le regole della vera critica sono quelle del buon senso, le quali sono, come è egli, immutabili. Essa non ha altre regole se non queste per istare al governo dell’immaginazione e degli affetti, e invece di ristringere la carriera che il genio deve percorrere, gli dice: Volgiti alle cose grandi, e nulla importa, per qual via tu ci vada.

[407] Per la critica siamo ammaestrati a vedere e conoscere il bene e il male di un’opera, riducendoci alla memoria ciò che erano i grandi esempli dell’arte, ai quali hanno fatto onore i suffragi di tutti i secoli. Ma essa non giudica sempre per via di confronto; e volta a guardare le opere della natura, e la sua virtù investigando, arriva a formarsi nell’intelletto un modello più perfetto di quello che le cose sieno per se stesse. Se taluni hanno mosso dubbio circa i vantaggi della critica, ciò hanno fatto perchè raramente si trovano in quella riunite le qualità necessarie per ricavarne alcun frutto. Essa deve essere ordinata con buon giudizio e senza parzialità, e mostrarsi sempre modesta e gentile; ma queste doti trovansi elle in molti censori?

Ebene 3► Exemplum► Aristone dalla sua prima gioventù si era rinvolto a studiare tutte le poetiche e tutte le rettoriche antiche e moderne; ma di tanti e sì fatti precetti, dei quali più ch’altri la mente avea piena, egli non ha mai fatto prova di praticarne uno solo; mai non ha composto il più piccolo libriccino. Non pertanto egli sta al governo del Parnasso, e ha l’orgoglio di credere che il genio non possa crear cose grandi, se non seguitando le minutissime regole ch’egli vorrebbe prescrivergli. Aristone somiglia ai condottieri di alcune brigate d’India, che ogni giorno avanti al levar del sole si destano, e vanno alla porta della loro capanna per disegnare col dito il corso che dovrà fare quest’astro, e quindi se ne tornano pieni di gloria per aver segnato il cammino del sole. Risplende il genio, siccome il [408] sole, di suo proprio lume; e invece di pretendere d’essergli guida, dobbiamo seguitarlo per le nuove vie ch’egli solo può aprire. ◀Exemplum ◀Ebene 3

Ebene 3► Exemplum► Pare che Minutolo non usi che il microscopio della critica. Scopre egli sottilmente le parti più piccole, ma non comprende giammai il loro collegamento; nè può giudicare sulla esattezza del disegno, nè sull’armonia delle parti. Un epiteto avventuroso, una frase elegante, un pensiero leggiadro sono per lui bellezze di primo grado, e muovono le sue meraviglie. Per l’opposito la dissonanza di una sillaba, uno stesso suono che torni, il ripeter d’una parola, una costruzione male ordinata sono difetti senza perdono. Egli non vede che alcuni particolari con felicità espressi, o poche negligenze e leggiere non bastano per dimostrare l’eccellenza o la deformità d’una composizione. Che cosa penserebbe Minutolo di un conoscitore miope, al quale venisse in animo di giudicare un bel dipinto di Raffaele, dopo averne riguardato le parti una per una, senza averne considerato il tutto? ◀Exemplum ◀Ebene 3

Ebene 3► Exemplum► Telesio, il quale ha ingegno assai diverso da quel di Minutolo, altro non conosce che il telescopio della critica. Egli vede con evidenza quelle cose che sono troppo lontane dalla vista degli altri leggitori, ma è cieco per tutte quelle che gli stanno in sugli occhi. Scorge in ogni parte un sentimento nascosto, allusioni, allegorie, imitazioni che niuno ha mai avuto accorgimento di scoprire; ma egli non sente e non vede le bellezze dello stile, il patetico degli affetti, i sublimi voli dell’immaginazione. Esso è insensibile a tutte quelle cose alle quali riguardano [409] gli altri leggitori con occhi insaziabili, nel mentre che si va logorando la mente e l’ingegno in frivole congetture, e si va creando fantasmi. Quando vien dimostro a Telesio che le sue critiche non han fondamenta, egli risponde fieramente, come rispose uno de’suoi precursori più illustri (Dacier): La mia osservazione regge a martello. ◀Exemplum ◀Ebene 3

Ebene 3► Exemplum► Settore avvisa che non v’ha buon critico il quale non sia buon filosofo, cioè s’egli non mette al crogiuolo di un’analisi rigorosa le opere ancora d’immaginazione e di sentimento. Superbo della sua universale teoria, egli nega di dare il nome di critico a Quintiliano, a Longino, a Rollin, e a tutti quei censori i quali altro non fecero che sentire e far sentire le bellezze dell’arte. Per giudicare se un’opera dovrà riuscire piacevole, egli non si consiglia col gusto, ma con alcuni generali principii di una sottilissima metafisica, e per via di astratti ragionamenti e di fredda analisi s’avvisa di apprezzare le composizioni che sono il frutto dell’immaginazione e del sentimento. Si potrebbe paragonare Settore ad un anatomista il quale non giudica mai che un corpo sia perfetto, se prima non venga da lui mutilato per esaminare la interna sua forma; ma l’uomo di buon gusto, il vero critico è simigliarne ad un attento ed esperto riguardante che a prima vista e senza fatica di esame giudica della bellezza di una persona nella sua debita forma e proporzione, nell’espressione e nella grazia. ◀Exemplum ◀Ebene 3

Di tutti i rimproveri che ai critici de’nostri tempi si fanno, il maggiore, e da essi il più [410] meritato, si è quello che non hanno giusto titolo per farla da censori. In una bene ordinata repubblica la censura viene da quegli uomini esercitata, che colla loro sapienza e virtù hanno ottenuto il diritto d’esser censori altrui. E perchè nella repubblica dei letterati la censura è usata da giovani che non ebbero tempo di apparare quello di che vogliono farsi maestri agli altri; o da mediocri scrittori, i quali non potendo diventare autori, esercitano l’officio de’critici? Ebene 3► Exemplum► Tirone, appena uscito dagli studi, coopera con altri a un celebrato giornale. E il primo saggio del suo sapere si mostra in sentenziare severamente come da una cattedra qualunque libro; in dare ad ognuno ammaestramenti di gusto e di logica; in giudicare dei maestri dell’arte, e loro assegnare i gradi che tener debbono. Chi potrebbe non ridere veggendo la ferza della critica fra le mani di uno scolaro? ◀Exemplum ◀Ebene 3

Ebene 3► Exemplum► Quali diritti ha Gerbino per farsi giudice universale d’ogni letteratura. Ha egli fatto il capo canuto vegghiando sui libri? Ha egli messo in luce qualche lavoro che lo faccia soprastare all’invidia e alla gelosia? No certamente. Egli si è fatto conoscere con alcuni scritti che i critici, unanimamente tutti gridando, hanno giudicato non doversi in alcun pregio tenere. Gerbino ha preso l’officio di critico, perchè così non è obbligato a comporre, e pensa che non gli sia d’uopo nè d’immaginazione, nè di spirito, nè d’ingegno; e tanto più diventa severo, quanto più sente in sè d’aver bisogno dell’altrui perdono; e nega agli altri i debiti onori, come se potesse per sè meritarli. ◀Exemplum ◀Ebene 3

[411] Ma di tutte le cose che alla critica sono di vergogna, la maggiore si è la parzialità ed ingiustizia, per le quali siamo talvolta forzati a dubitare s’ella sia utile. Il censore deve apprezzare un’opera giustamente, e mostrarne la bellezza e i difetti; ma il primo suo pregio sta nel dar lume a quella; perchè la critica di un buon libro è più difficile che quella d’un tristo. Non è cattivo pittore che non sappia ottimamente ritrarre le forme di un uomo contraffatto, o d’una decrepita vecchia; ma è necessario un ingegno sottile per dipingere la bellezza e la grazia.

Fu già detto di Bayle, ch’egli era da rimproverarsi per aver fatti bellissimi estratti di pessimi libri, e che in tal modo avea ingannato chi legge, dando a quelli in prestito l’ingegno suo. Per la più parte dei critici più facil cosa è diffamare gl’ingegni, adulterare le più belle opere per renderli meritevoli di disprezzo, e comporre di tal modo il veleno dal succo tratto dai fiori. Il genio e i talenti sono sopra tutto lo scopo delle loro ingiuste censure. Tentano essi di alzarsi sulle rovine di grandi rinomanze, siccome fanno quelle malefiche piante le quali non germogliano e non crescono che sugli avanzi de’grandi monumenti.

Alcuni censori riserbano tutta la loro indulgenza ai morti, e trattano i vivi con grandissima severità. Non pertanto venir dovrebbe al contrario; perchè si devono risguardare ottimamente coloro coi quali usiamo; e di niun’altra cosa siamo debitori ai morti, che dell’esser veraci.

La maggior parte di quelli che hanno officio [412] di critici, non sanno che ogni scrittore ha diritto alla indulgenza degli altri, eccettuati essi soltanto. L’arte da loro esercitata essendo considerata per una dimostrazione ambiziosa di soprastare, e aven lo il proposito di lusingare l’umano orgoglio, coloro che a quella si danno, sono meritevoli sempre di equità, ma non d’indulgenza.1

Siccome la critica è di tutti i modi di scrivere quello dove è più difficile di dimostrare l’animo buono, così devesi sfuggire di crescere con l’asprezza delle parole la gravezza delle cose; e vuolsi far dolce la critica col modesto parlare e cortese, che è atto a persuadere, più che la stessa ragione.

Ebene 3► Fremdportrait► I falsi critici non sono meno fastidiosi per la società, che per la letteratura. In ogni parte si trovano questi pretesi censori che sentenziano senza conoscere, e biasimano tutti, perchè si creda che sono superiori a tutti. “Niuno avrà ingegno fuori di noi e dei nostri amici” è la loro divisa. Eglino si fanno arbitri della fama, e non danno il loro suffragio che a quelli i quali confessano com’essi gli avanzino nel sapere, e seguono ciecamente i loro giudizi senza appello. I veri sapienti hanno a schifo di addomandare le grazie da questi ridicolosi Aristarchi; e però i loro encomii fanno prova certa di poco o di niuno ingegno. ◀Fremdportrait ◀Ebene 3

Ebene 3► Exemplum► Marullo è il censor d’ogni cosa: poesia, storia, filosofia, matematiche, belle arti, non v’ha suggetto sul quale egli non dia sua sentenza. [413] Donde nasce tale presunzione? Dal credersi atto a far grandi cose, perchè nulla ha fatto, e quindi egli è censore audace e maligno di quelli che mettono in luce i frutti del vegghiar loro. La maniera sentenziosa di Marullo, alcuni generali assiomi di lettere, frasi vaghe e senza intendimento, possono recar maraviglia ad uomini privi di sapere, de’quali per que’giudizi satirici è lusingata la malignità e l’invidia. Ma l’uomo che sa, non tarda a conoscere che la di lui ignoranza uguaglia la sua presunzione. In fatti allora soltanto fa egli prova di entrare in dispute, quando crede di poterlo fare senza pericolo di vergogna: stabilisce proposizioni, senza dimostrarle, e parla in enigmi che non s’intendono nè da lui nè dagli altri. Ma se trovasi con uomini dotti, fugge ogni disputa, muta proponimento, si tiene a fredde baie; e se viene incalzato, ricorre per ultimo argomento alle ingiurie. Marullo altro non è che un presuntuoso ignorante, il quale rappresenta la parte di Zoilo. ◀Exemplum ◀Ebene 3

Ebene 3► Exemplum► Si fa vedere un bel quadro a Cleofone: appena si volge a guardarlo, che grida esser brutto. È interrogato, perchè dica quali ne siano i difetti. Risponde ch’è brutto. Vien domandato di nuovo per sapere quello ch’ei ci trova a riprendere, ed egli torna a dir sempre ch’è brutto. È inutile di fargli istanza; è un oracolo, e bisogna credere senza esaminare. Gli si legge un cattivo libro; e una meschina goffaggine lo commuove, eccolo rapito, incantato, fuori di sè. Grida ch’è divino; e quando gli si domanda quale ne sia la bellezza, ripete ch’è cosa divina. Ammaestrateci dunque (gli vien detto) del [414] bello che voi ci trovate. “Tanto peggio per voi se non avete occhi per vederlo, risponde; ma vi è non pertanto. Sono io che vel dico.” Se voi ancora insistete, Cleofone stringe le spalle, vi riguarda con occhio disdegnoso, e vi dice d’una maniera magistrale: “Signor sì, è divino; ed io compiango quelli che per brutta cosa l’estimano.” ◀Exemplum ◀Ebene 3 ◀Ebene 2 ◀Ebene 1

1Montesquieu, Difesa dello Spirito delle Leggi.