Zitiervorschlag: Giovanni Ferri di S. Costante (Hrsg.): "I lamenti dello schiavo", in: Lo Spettatore italiano, Vol.3\27 (1822), S. 109-113, ediert in: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Hrsg.): Die "Spectators" im internationalen Kontext. Digitale Edition, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.799 [aufgerufen am: ].


Ebene 1►

I lamenti dello schiavo

Zitat/Motto► Libertatem nemo bonus, nisi eum anima, simul amit-
tit

(Sallus.).

La libertà nessun buono, se non se colla vita, insieme
la perde. ◀Zitat/Motto

Ebene 2► Ebene 3► Allgemeine Erzählung► “Deh! come son lasso e languente, udiva io dire (raccontava Goodman) con voce sì fioca che poteva appena formar parole.” Questo lamento veniva dalla bocca di un Moro, il quale riarso dal sole, servendo allora la state, e vinto dalla fatica, si riposava alquanto da’suoi gravi lavori. Maledetta sia l’avarizia degli Europei che fa traffico delle altrui miserie ed arricchisce col sangue de’suoi simili! Così gridai, siccome di quel tribolato schiavo mi fui accorto, le cui lagrime pareva che non più dal dolor ch’ei sentiva, ma ancora da altra affezione movessero. Chi sa, diss’io fra me stesso, non egli sia stato dalle braccia del suo padre o della madre sua strappato a forza? Non potrebbe egli avere alcuna giovinetta amata, da cui fosse riamato, e per la quale il di lui cuore ardesse pur anco di viva fiamma? Forse che sospira il punto avventuroso di dovere nel sen di lei ritornare; ed al presente . . . . e qui mi corresti all’anima tu, o Elisa, dolce compagna della mia vita, e m’ingegnai con questo di rimuovere dalla mia mente quella misera immagine che m’era davanti; ma non mi venne fatto.

[110] “Ben fui un tempo io felice, mi diceva lo schiavo; ciò fu mentre che io di là dalle grandi acque mi dimorava, dove non aveva io ad udire le strida della disperazione, nè dallo spirito de’venti m’erano recati i lai degli sventurati. In un bel fresco e ridente valloncello stava la capanna mia, la quale altissimi pioppi ombravano; e quivi non mi sgomentando la vista d’un abbominevole padrone, nè quella delle laceranti flagella, dolci m’erano e care le fatiche, siccome quelle che erano da me sostenute per procacciar da vivere ai vecchi miei genitori, dei quali un sorriso era assai larga mercede al mio sudore. Ogni cosa era letizia, ogni cosa diletto e dolcezza. Nell’ora ch’incominciava a nascere il giorno, io per le fresche aurette mattutine a mio diporto n’andava; quando egli era nel più alto punto del suo arco, io soleva nelle vive e chiare acque del gran fiume bagnarmi, ed al salir della sera menava co’miei compagni sollazzevoli danze sul prato; ma ora . . . . . .” E più non disse, chè sospiri e singhiozzi la compassionevole novella interruppero.

“Amava io, lasso! la bella Ionca, seguitò lo sconsolato schiavo, la cui bellezza era il subietto di tutte le mie canzoni, talchè l’invidia era di tutte le verginelle della contrada. Io per amor di lei con due uomini d’arme ebbi battaglia, i quali vinti e presi da me furono, ed a’piedi di lei tratti; ed ella, come colei che sopra ogni cosa mi amava, tutta tremante aveva sentito il pericolo della mia vita, e festa fece della mia vittoria. A lei io presentava dei banani, i quali ella, perciocchè erano stati colti [111] per le mani mie, mi diceva essere oltre l’usato soavi. Per lei io saliva sulle cime degli alberi di cocco, e gittavale dall’alto nel grembiale di quelle preziose frutta. Quando andavamo a caccia, ella dava forza al mio braccio e ardimento al cuore; cosicchè disprezzando i rischi, nè la morte curando, io assaliva eziandio nelle loro tane ferocissime bestie; e con tutto che gli occhi loro fulgurassero fiammelle d’ira e di rabbia, le feriva ed atterrava, e spargevansi in questo modo fiumi di sangue per la mia Ionca. Quindi io ne portava le spoglie alla sua capanna, e ponevale sotto il suo tetto di verdi frasche tessuto. Adesso però la cattivella piange il suo perduto guerriero, nè a lei arrivano i guai che egli tragge nella schiavitù, sotto cui si consuma e si raccomanda alla morte. O me dolente! che uno sterminato oceano ci tien lontani. Spesso mi do a credere che li zeffiri, i quali scherzando increspano l’acque, possano i miei sospiri portarle e i miei lamenti; e più volte gli ho di questa grazia pregati, nè m’hanno, ahimè! dato ascolto giammai.”

Infelice schiavo, gli diss’io, come ebbe principio la tua sventura? “Noi danzavamo una sera in sull’erbette, egli mi rispose, non suspicando che l’ora del pericolo si appressava. Ma il gran navilio entrò nel fiume ed afferrò al nostro lito, ed in un punto per tradimento e per forza fummo presi e cattivati, non ci valendo il chieder mercè, nè il piangere; perocchè sordi sono i Bianchi ai pianti de’Mori. O crudeli! non conoscono essi quanto e qual tesoro dietro a me è rimaso. Oh! fosse ancora [113] in vita; oh! fosse in libertà la mia donna! Tornanmi alla mente le gioie e i sollazzi presi insieme con lei, e questa rimembranza vie più mi trafigge e mi dispera. Le disordinate fatiche hanno sì rotte le forze mie, che dalle perdute mani escemi spesso questo gravoso strumento. E pure mi conviene ancora un crudele strazio e disonesto sofferire sotto i Bianchi, i quali, per aver gli Dei molto più potenti che i nostri, sono fortissimi. Valgono ai nostri padroni smisurate ricchezze gli stentati nostri lavori, ed essi ci trattano e governano molto peggio che agli insensati giumenti non si suol fare.” ◀Allgemeine Erzählung ◀Ebene 3

O infelici schiavi, fra me diss’io, sempre adunque dovrete voi essere alla nostra lussuria, all’avarizia nostra immolati? Or non fia mai che da queste male derrate, che voi del vostro sudore temperate e del vostro sangue, noi ci rimanghiamo? Confortatevi, o miseri schiavi, che il suono de’vostri lamenti è pervenuto in parte dove per certo non grida a vuoto l’umanità: ha essa di già posta in luce la ragion vostra, e poco andrà che rotte saranno le vostre catene. ◀Ebene 2 ◀Ebene 1