Zitiervorschlag: Giovanni Ferri di S. Costante (Hrsg.): "Le lagrime della vecchiezza e della sventura", in: Lo Spettatore italiano, Vol.3\18 (1822), S. 66-68, ediert in: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Hrsg.): Die "Spectators" im internationalen Kontext. Digitale Edition, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.790 [aufgerufen am: ].


Ebene 1►

Le lagrime della vecchiezza e della sventura

Zitat/Motto► Ahi! null’altro che pianto al mondo dura!

Petrarca. ◀Zitat/Motto

Ebene 2► Hanno per certo assai forza a commuovere altrui le lagrime che amore e riconoscenza ne spreme; ma in quelle d’un vecchio ci è un non so che, ond’è il cuor tocco per modo che non v’aggiunge favella. La sciagura di un giovane, per grande che siasi, è pure da mille accidenti alleviata; perciocchè la freschezza degli anni, il vigore, la sanità gli porgono aiuto a portare le sue disavventure; e quando nulla il rimorde, lo soprappongono all’avversa fortuna, e colla speranza il confortano di vivere dì più sereni. Ma quanto a questa è diversa la colui sorte sul quale piomba la sciagura in una età che hanno i beni stessi della vita perduto in gran parte la loro dolcezza; che infievolite si sono le sue facoltà; che la rimembranza dei preteriti piaceri il contrista, e dei falli lo punge il rimorso; in una età che gli amici suoi più cari o sono inverso di lui cangiati, o tra gli estinti dimorano! Se in sul declinare della mortale carriera improvvise disgrazie gli bagnan di lagrime quegli occhi che sperava di chiudere in pace, egli si è allora un obbietto il più degno di una dolce pietà.

[67] No, al mondo non ci ha cosa più a vedere compassionevole, che il pianto d’un vecchio.

Ebene 3► Exemplum► Passava io un dì per un cimitero, quando mi venne veduto un vecchio lagrimante sopra una tomba di fresco cavata. E perchè piangi? gli dissi. Ohimè! rispose quell’infelice, io son cieco, e perduto ho l’unico bene che m’era al mondo rimaso, perduto ho la mia figlia, che in questa tomba sen giace. Così il cielo affretti il momento nel quale io venga a riposarle d’accanto! Ed io: Fosti tu sempre infelice? E gli occhi tuoi non hanno mai scorto il dolce lume del giorno? Gli anni miei primi, ei soggiunse, condussigli avventurati, nè amareggiati mi fur quelli della matura età. È il vero che io sorgeva coll’alba, e tardi men giva a coricarmi; ma co’miei travagli io sostentava la numerosa mia famigliuola, a cui sperava di lasciare un agiato avere, e, che è il maggiore de’beni, un nome onorato. Nel breve giro di due anni piacque al cielo di ripigliarsi la mia prole, salvo che un figlio e una figlia; nè a quella sopravvisse che pochi dì l’infelice mia moglie, che fu la migliore delle madri. Per poco che non le tenessi dietro anche io, per la gran doglia che n’ebbi: ma lasso! ho solo perduto la vista, e fui riserbato a novelle sventure. Perocchè il figliuol mio in cambio di addolcire i miei mali colle soavi cure della figlial tenerezza, me li accrebbe anzi colla sua mostruosa sconoscenza; e furandomi lo scarso tesoro che io m’aveva colla masserizia e co’miei sudori accozzato, aggiunse agli altri miei patimenti la povertà e il disagio.

[68] Mentre però che il cielo tutti provar mi faceva i rigori suoi, lasciavami un conforto nella diletta figliuola, nella Giulietta mia, che m’era di guida e sostegno. La sua giovinetta età e la innocenza, del pari che le infermità e le disgrazie mie, mossero i nostri amici a pietà, e ce ne procacciarono il soccorso. Ma la fortuna non era ancor sazia di perseguitarmi; nè guari tardò a scaricarmi l’ultimo colpo, di tutti il più orribile. Stavamo ai raggi del sole mia figlia ed io, godendo io del suo calore, dachè della luce non poteva: e mentre io andava meco richiamando al pensiero le triste vicende della mia vita, Giulietta fu da alto sonno gravata, e fatale riposo gustò. Gli ardenti raggi del meriggio ne acceser per entro le vene la febbre; ed ahi lasso! da indi a pochi dì perdetti l’amata mia figlia, e piansi ancora un’altra volta. Or doveva io sperare di non pianger più? Ora mi fo qui recare ogni giorno per assidermi sulla tomba della mia Giulietta; sì, sulla tomba sua, che in breve debb’essere anche mia. Oimè! io sento tuttora il pianto inondarmi il volto: gran Dio! quando mai, quando ne fia inaridita la fonte? ◀Exemplum ◀Ebene 3 ◀Ebene 2 ◀Ebene 1