Citation: Gasparo Gozzi (Ed.): "Numero XXIX", in: L’Osservatore veneto, Vol.1\029 (1761-05-13), pp. 121-125, edited in: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Ed.): The "Spectators" in the international context. Digital Edition, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.414 [last accessed: ].


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N° XXIX

A dì 13 maggio 1761.

Citation/Motto► Tra lor non è nè regola, nè tuono,
Nè biquadri, o bimolli, o altra chiave;
Ma il lor suggetto è il fracasso e lo intruono.

Il Bronzino. ◀Citation/Motto

Level 2► Heteroportrait► Sia natura, o educazione, o l’una congiunta all’altra, io veggo certe qualità di persone che fanno ogni cosa con buon garbo. Si presentano in faccia altrui con un leggiadro modo, parlano con bella facondia, nel motteggiare sono argute, non mordono; giudiziose nel proporre, preste al rispondere. Ogni cosa fanno con ingenua grandezza. I vestiti paiono loro nati indosso, non sono impacciati nello stare, nell’andare, nel costumare insieme. Quando s’entra in una compagnia, ove sia adunato un buon numero di sì fatte genti, vedi ordine nel giuoco, nel conversare, nel ristorarsi con qualche galanteria da mangiare o da bere. E ogni cosa infine vi si fa, come per usanza cotidiana, casalinga, senza un pensiero al mondo. Immagina un oriuolo con ordinatissime ruote, che da sè va, senza stento, senza che l’oriuolaio v’abbia a correggere ogni dì un difetto, o che il padrone abbia a temere di soverchia prestezza o d’indugio.

[122] All’incontro ve n’ha d’un’altra condizione, che mirando all’insù, prendono in prestanza dall’altre le maniere e l’usanze, le quali essendo, come dire, cose imparate a memoria, riescono con una certa magrezza e sterilità dentro, che vi si vede lo stento e la meschinità dell’imitazione. La coscienza del non sapere in effetto le fa movere con poca grazia, parlare a fatica, o rispondere fuori di proposito, scorticare in cambio di scherzare, adirarsi dove s’avrebbe a ridere, e, in breve, far tutto in ceppi e in catena. Perdono la facilità naturale, per voler entrare nel costume altrui e, come la gazza, si pelano le proprie penne per appiccarsi al corpo quelle del pavone, o bene o male. Se poi alla voce s’ode la gazza, e alle penne il pavone si vede, poco si curano. ◀Heteroportrait Metatextuality► Dove finirà questo proemio? Finirà in quello ch’io vidi. ◀Metatextuality

Level 3► General account► “Che diavol fai tu?” mi disse poche sere fa un amico. “Tu vai soletto sempre a guisa d’un pipistrello? col cappello in sugli occhi, accigliato e tralunato? Lascia cotesta tua vita da tana. Vieni.” – “Dove ho a venire?” – “Io ti condurrò meco ad un luogo in cui si trovano molte persone, maschi e femmine raccolte.” – “E che vi fanno?” – “Passano il tempo due o tre ore. Giuocano, cianciano, berteggiano? Fanno quel che vogliono. Infine che ne vuoi tu sapere? Vieni, spinoso.” Alzai le spalle, e dissi: “Or bene, andiamo. Io ci giuoco che tu hai voglia di vedere come io so conversar bene con le genti. Abbiti questo diletto. Tu vedrai fra molti un uomo, che dopo fatti i primi saluti in quel modo che saprà, si metterà subito a sedere, girerà due solenni occhiacci senza parlare; e finalmente si partirà pian piano sulle punte de’piedi.” In tal guisa chiacchierando giungemmo ad un uscio illuminato da una lanterna appiccata alle travi in sul primo entrare; salimmo una scaletta, e già era quivi quasi tutta la compagnia ragunata.

Il mio buon amico mi presentò alla brigata, e per sua maladetta malizia disse ch’io era l’Osservatore. Ebbi un cerchio intorno; parte mi guardava anche da lontano; mi furono dette molte garbate parole; ma finalmente fu quasi ad una voce conchiuso ch’io era una mala ragia, e che, dove io era, si dovesse ognuno guardar molto bene, e pesare quello che dicesse e facesse. “Stasera,” diceva una signora, “quanto è a me, non m’udirete più a parlare;” e un’altra: “Io fo conto d’essere una statua.” – “Fate ognuna come vi pare, e non iscambiate costume,” disse una voce ch’usciva da una personcina, ch’io avea conosciuta altrove, gras-sottina, garbata e così fina esaminatrice dell’anime altrui, che potea chiamarsi l’Osservatrice. La salutai con cordialità. Presemi ella la mano. Vorrei che aveste veduto con qual garbo io gliene baciai. Ella proseguì: “Fate, fate ognuno al modo vostro, e secondo l’usanza vostra. Lasciate fare a me. Io per questa sera intratterrò l’Osservatore, e non gli darò campo d’alzare gli occhi.” S’udì una risata intorno. Alcuni rimproverarono l’amico mio che m’avesse quivi condotto; di che m’avvidi al ceffo che gli faceano parlandogli all’orecchio: e in breve tempo ognuno si pose a sedere chi qua chi là; e io da un canto con la giovane da me conosciuta. “Una tazza d’acqua,” disse una postasi a sedere, e lo disse con tanta fretta, che tutti si rivolsero a lei, e le domandarono come stesse. “Ahi! male,” diceva ella; e io volli levarmi per andare [123] al suo soccorso. “Oibò, non fate,” disse l’amica mia. “Costei che per sè non avea un quattrino, ed era sana come un pesce, s’è maritata poco tempo fa, e ha ritrovato un marito ricco. State attento, e udirete in qual guisa ella racconta le sue infermità.” Bevuta la tazza dell’acqua, e mostrando ci’aver preso fiato, rivolse gli occhi con languore a parecchi, pure attendendo che alcuno le domandasse ragione del suo stato. Quando piacque al cielo, una donna gliene domandò, ed essa rispose: “Non so che sia; nè quello che da poco in qua sia divenuta. Ieri verso le ventiquattr’ore, mentre ch’io era per entrare in gondola, de’miei due gondolieri se ne ritrovava un solo: io avea premura d’andare ad un mercatante a pagare in zecchini d’oro di peso un drappo di Lione all’ultima moda, e non venendo il gondoliere da prora, fui costretta ad andarmene con quel solo da poppa; e mi parea di dover essere affogata nell’acqua ad ogni momento. Ebbi tanta paura, che di subito mi sentii male, tanto che iersera andai a letto senza cena; e da ieri in qua non ho bevuto altro che un cucchiaio, d’argento, di brodo in una scodella di porcellana.” L’amica mia m’accennò. Ridemmo di cuore. Tutta la compagnia cominciò a mostrarle compassione, dico la compagnia de’maschi, perchè l’era piuttosto vaghetta; ma le femmine, punte dall’invidia della ritoccata ricchezza, si diedero a rimproverare la poca attenzione de’gondolieri, e ognuna diceva: “Anche i miei mi hanno fatto sì e sì,” e ognuna parlava per plurale; e in breve tempo, fingendo di dire altro, ognuna fece l’inventario delle sue biancherie, delle stoffe, degli argenti, delle porcellane e di quanto avea o volea avere in casa; tanto che l’inferma, scambiato pensiero, cominciò a dire che la stava benissimo, e tutti si posero a giocare a carte, chi da un lato, chi da un altro. Non passò un terzo d’ora, che si levò da tutt’i lati un romore grandissimo. Poco era nel vero il danaro che si giocava; ma non poco era il puntiglio. I vincitori quasi tutti ridevano in faccia a’vinti; questi per dispetto ad ogni carta stridevano: chi s’imputava un errore, chi un altro, con tanta forza e altezza di voce, ch’io era quasi stordito; e talvolta fu, ch’io vidi i giocatori vicini ad azzuffarsi. Ma finalmente si quietarono alla venuta d’uno, il quale rivolse a sè gli occhi della compagnia; e quando egli entrò, tutti gli fecero festa, chiamandolo a nome, principalmente le femmine, le quali tutte ad una voce gridarono: “Oh! il ben venuto. Perchè sì tardi?” – “Chi è cotesto uomo cotanto solennizzato?” diss’io alla mia amica nell’orecchio. “L’hai tu,” diss’ella, “veduto bene in viso? vedilo prima.” Alzai gli occhi, e vidi un corpo trascorso in lunghezza, magro, scarnato, con un colorito di cenere, d’aria malinconica, ma che si sforzava a sorridere quanto potea; e quando parlava, ingegnavasi d’essere garbato. “Che ti pare?” disse l’amica. “Che volete voi che me ne sembri? Questi è un infermo.” – “Oh! ! pazzo !” rispos’ella. “Questi è un uomo d’animo cotanto gentile, che gli parrebbe di non esser degno di ricevere aria di vita ne’suoi polmoni, a’egli non fosse innamorato sempre. E comecchè le donne facciano quel conto di lui che tu puoi credere, egli sempre n’ama qualcuna a mente. È il vero che a questi dì è stato piantato da una, la quale l’avea piantato dal primo dì che la conobbe; ma egli è ora qui per compensare la sua perdita, e ci viene per far isbigottire tutti gli amanti che sono [124] in questo luogo, i quali non sanno dove debba cadere la sua elezione. Le femmine e gli uomini che qui sono, hanno conoscenza aperta della sua intenzione, e festeggiandolo nel modo che udito hai poco fa, si prendono spasso.” Di là a poco una femmina lo chiamava di qua, un’altra di là; chi gli dicea una parolina all’orecchio, chi lo battea con un ventaglio così un pochettino sulla spalla, fattolo prima abbassare, fingendo di avergli a dire non so che; ed egli di tutte queste grazie si gonfiava; nè mai si mettea a sedere, per essere pronto sempre a’cenni di quella che ne l’avesse chiamato. Udivasi intanto a salire la scala un certo passo, al cui suono tutti rizzarono gli orecchi; e fecesi ad un tratto un universale silenzio, come quando sopra un’uccellaia passa nibbio o altro uccello di rapina, che tutti gli uccelletti da richiamo, i quali prima cantavano, tacciono subito ad un punto. Apparve nel salotto una donna ben vestita e guernita, ma non come l’altre. Vedevasi ne’suoi fornimenti un certo che di pensato e di malinconico, che la rendea differente dal vestir comune. Le maniche la coprivano fino al polso; era sì accollacciata, che chiudeasi quasi fino al mento. La cuffia le svolazzava con l’ale di sopra vicino al naso, e da’lati alle tempie. Non sì tosto entrò, che diede un’occhiata in giro, e parve che si maravigliasse non so di che. Tutti la salutarono, guardandosi l’un l’altro i vicini, e ghignando fra loro maliziosamente. “La pace sia colla compagnia,” diss’ella sorridendo. “Egli si vede bene che sono stasera venuta tardi.” – “Che vuol ella dire col suo venuta tardi?” domandai all’amica. “Sappi,” rispose, “che costei è una giovane la quale s’è posta in capo di reggere il costume di questo luogo; e sapendo benissimo quali tra questi maschi e femmine sono quelli che più volentieri si veggono insieme, ha inteso con quelle parole di sferzare la oro coscienza. Perchè s’ella fosse qui stata prima, avrebbe distribuito il giocare per modo che si fossero trovati in compagnia gl’indifferenti, o quelli che si odiano. Ella non ragiona mai d’altro che della sua virtù e della sua modestia, di tentativi che vengono fatti verso di lei, e delle sue ripulse. Ma questa sera non avrà campo di ragionare, essendo tutti i luoghi occupati.” “Ha ella amanti?” diss’io. “Non si sa,” rispose: “mai più maligni credono che questa sia l’arte per acquistarne. Noi altre donne siamo una spezie d’uccellatrici. Tu sai che non s’uccella con un ordigno solo. Chi usa il vischio, chi i lacci, chi le reti e chi altro. Gli ordigni suoi sono quella smisurata cuffia, quelle maniche, que’veli, que’savi paroloni e quelle sputate sentenze.” Mentre che fra noi due si ragionava in tal forma, la buona giovane incominciò a camminare pel salotto su e giù, e guardando di qua e di là, dove ella vedea soverchia dimestichezza di parole o d’attucci, incontanente scoccava qualche sentenza; e notai che passando di là, dov’io era con l’amica mia, ci poneva gli occhi addosso. Così fece due o tre volte; e vedendo finalmente che ci parlavamo all’orecchio, venutaci vicina, la prese l’amica mia per un braccio, e dettole una parola all’orecchio, volea trarnela di là a forza: ma ella noi consentì, e mi disse piano che la ne la volea spiccare via da me, perchè non era bene ch’ella parlasse così domesticamente con uomo. Io allora mi diedi a favellare di cose, quanto più seppi, sagge e modeste, avvertendo molto bene che, quando ella ripassava, mi uscissero di bocca prudenza, temperanza, castità e altre buone cose; tanto ch’ella a poco a poco calò, e mi si pose a sedere dall’altro lato, e aperse un intrattenimento, anzi un trattato di virtù, nel quale rettoricamente mi parlò [125] de’difetti che vedea in tutte, così caritativamente, che pel gran fervore che la traportava, non si ricordava più che il dir male fosse il peggior male degli altri. In tal guisa passai quella sera, fino a tanto che la compagnia si sciolse; e domandandomi ognuno s’io avessi cosa veruna osservata, e promettendo io a tutti che avrei fatto vedere le mie osservazioni stampate, andai a casa, scrissi, e stampo secondo la mia promessa. ◀General account ◀Level 3

Ritratto Decimoquarto. Level 3► Heteroportrait► Alcippo vuole e disvuole. Quello che s’ha a fare, finchè lo vede da lontano, dice: Lo farò. Il tempo s’accosta, gli caggiono le braccia, ed è un uomo di bambagia vedendosi appresso la fatica. Che s’ha a fare di lui? Pare un uomo di rugiada. Le faccende l’annoiano; il leggere qualche buona cosa gli fa perdere il fiato. Mettiamolo a letto. Quivi passi la sua vita. Se una leggerissima faccenduzza fa, un momento gli sembra ore. Solo, se prendesi spasso, l’ore gli sembrano momenti. Tutto il tempo gli sfugge, non sa mai quello che n’abbia fatto; lascialo scorrere, come acqua sotto al ponte.

Alcippo, che hai tu fatto la mattina? Nol sa. Visse, nè seppe se vivea. Stettesi dormendo quanto potè il più tardi; vestissi adagio; parlò a chi primo gli andò avanti, nè seppe di che; più volte s’aggirò per la stanza. Venne l’ora del pranzo. Passerà il dopo pranzo, come la mattina passò; e tutta la vita sua sarà uguale a questo giorno. ◀Heteroportrait ◀Level 3

Level 3► Letter/Letter to the editor► Metatextuality► Signor Osservatore

Mi sapreste voi dire s’egli si potesse valere del mezzo dell’amore per rendere gli uomini atti alle cose grandi? Ma vi ricordo che rispondendomi voi sopra questo argomento, non intendo che stampiate uno squarcio filosofico. Ingegnatevi di vestire il vostro pensiero con qualche trovato poetico. Veggo che le cose vostre sono lette più volontieri, quando vi mescolate la finzione delle favole. Colle mie domande non voglio alterare l’ordine che tenete di dire qualche cosa di sostanza ridendo. Chieggovi scusa, rispondetemi. Addio. ◀Metatextuality ◀Letter/Letter to the editor ◀Level 3 ◀Level 2 ◀Level 1